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Il primo passo verso l’Export Digitale

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Vi è mai capitato, durante un viaggio all’estero, di chiedere un caffè in un locale? Immagino abbiate usato il temine “coffee”, in inglese. O ancor meglio la traduzione nella lingua locale.

Avrete notato certamente due cose. La prima è che il concetto di caffè è molto diverso in quasi ogni Paese del mondo. Per citarne alcuni, potreste viaggiare in Germania, in Polonia, in Turchia, o negli Stati Uniti e non bere mai lo stesso tipo di caffè. Ognuno di questi Paesi interpreta la famosa bevanda in un modo molto diverso da noi italiani.

La seconda cosa che avrete certamente notato, è che il barista più accorto, alla vostra richiesta, avrà risposto: “vuole un caffè, o un caffè espresso?”.

Se volete un consiglio spassionato, non limitatevi a chiedere un caffè espresso; chiedetelo anche corto. 

Perché dobbiamo usare un termine diverso per identificare una bevanda famosa in tutto il mondo?

Perché non tutto il mondo ha il nostro trascorso culturale in relazione a questo prodotto. 

Esiste una distanza culturale notevole che possiamo colmare solo utilizzando un termine diverso. In alcuni casi non è sufficiente. Dobbiamo anche spiegare meglio come vogliamo che il prodotto ci venga servito.

Dobbiamo localizzare la nostra comunicazione. Adattarla al contesto culturale straniero, per far sì che l’interlocutore ci comprenda. Questo è il segreto dell’Export Digitale.

Proviamo a invertire le parti. 

Ora noi siamo la torrefazione italiana che vuole vendere il caffè a un distributore straniero.

Normalmente utilizziamo i testi del nostro sito e delle nostre brochure studiati per il mercato italiano, li traduciamo in lingua e ci auguriamo che funzioni senza fare altro..

In Italia però vendiamo direttamente a operatori che conoscono bene il prodotto. Sanno cos’è un caffè ristretto, un caffè lungo, un macchiato caldo, un macchiato freddo, un cappuccino, ecc. 

La pretesa è quella di utilizzare, su un mercato straniero, dei testi studiati per quello italiano, in cui il nostro interlocutore ha già un trascorso culturale relativo al prodotto, che invece il distributore straniero non ha.

In sintesi, affidiamo a un testo pensato e prodotto per l’Italia la missione di ambasciatore e commerciale in Germania, Polonia, ecc. 

Esattamente come molto turisti italiani che quando entrano in un bar all’estero, si aspettano un perfetto espresso all’italiana.

Localizzare la nostra comunicazione significa ripensare i contenuti per adattarli alla cultura del Paese target. Nell’ambito dell’Export Digitale, questo equivale a scrivere i contenuti del sito web e della comunicazione social coinvolgendo un copywriter madrelingua.

Il concetto di localizzazione non vale solo per il caffè o le torrefazioni. Vale per l’industria aeronautica, per le pompe idrauliche, per gli smontagomme, per i servizi, per l’IT, per la cosmetica, per la moda, per la subfornitura meccanica, ecc. 

Per questo motivo Weevo ha organizzato la sua rete di copywriter madrelingua. Professionisti che scrivono e sono di aiuto per colmare quella distanza che c’è tra il messaggio che volete trasmettere e  la cultura del Paese target.

Il primo passo verso l’Export Digitale è proprio questo. Capire che non possiamo comunicare con l’utenza di un Paese straniero come facciamo sul mercato italiano. 

“Non servono rivoluzioni per correre nel digitale, ma uscire dalla zona di comfort a piccoli passi.” Gabriele Carboni

Alcuni link utili:

Gabriele Carboni

Gabriele Carboni

Marketing e Comunicazione, Digital Strategic Planner, Twitter Specialist, Communication Designer, docente, fondatore (uno dei tre) di Weevo, ideatore di Glouk. Co-editore e curatore della rubrica Digital Divide per Il Giornale delle PMI. Strategie web per i mercati esteri: www.weevo.it

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