Il primo pc al mondo: il grande sogno italiano

 Il primo pc al mondo: il grande sogno italiano

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Accadde poco più di 50 anni fa.

La Olivetti si era da sempre distinta per la meccanica, vendendo originariamente macchine da scrivere.

Adriano Olivetti, figlio di Camillo Olivetti, fondatore della società nata ad Ivrea nel 1901, iniziò a lavorare come operaio nell’azienda del padre, per poi diventare presidente nel 1938.

Laureato in Ingegneria Chimica, dotato di grande intelligenza e intuizione, non si cullò di certo sugli allori.

L’idea di base di un calcolatore elettronico partì da Enrico Fermi,

che proprio durante una visita alla fabbrica di Ivrea, richiamò l’attenzione di Adriano Olivetti, intuendo fin da subito le potenzialità e i margini di miglioramento di  un nuovo tipo di mercato, quello dell’elettronica.

Poco tempo dopo iniziò il percorso di ricerca delle migliori menti in circolazione per sviluppare un nuovo ramo aziendale.

Mario Tchou fu il capostipite, mente brillante, laureato alla Columbia University di New York in ingegneria elettronica, che iniziò a costituire un team ad hoc, tutti giovanissimi perché riteneva fossero un laboratorio di idee per il futuro.

Proprio in quegli anni nacque dalla mente di un giovane molto promettente, Piergiorgio Perotto, un’idea folle, il primo personal computer al mondo.

Niente e nessuno avrebbe fermato la forza del suo sogno, neanche l’avvento di due tragici eventi come la scomparsa sia di Adriano Olivetti e sia di Tchou, rispettivamente nel 1960 e 1961.

Il segreto di un grande progetto

Proprio in quegli anni l’azienda subì un periodo di crisi, tanto da vendere il reparto delle attività elettroniche alla General Electric.

Fu venduto l’intero laboratorio, tranne quel progetto, spacciato come “semplice calcolatrice”.

In gran segreto fu ultimato il prototipo e Perotto decise di mostrarlo all’ allora direttore generale Natale Capellaro, inventore di tanti prodotti meccanici targati Olivetti.

Il direttore rimase…senza parole, intuendone le enormi potenzialità e capendo che… l’era della meccanica avrebbe di lì a poco ceduto il passo all’era dell’ elettronica.

La P101 era il primo calcolatore commerciale ad essere

  • piccolo,
  • digitale
  • e programmabile.

Venne presentato ad una fiera negli Stati Uniti al costo di 3200 dollari, l’equivalente di circa 17.000 dollari di oggi, attraendo da subito gli occhi del mondo.

L’intuizione vincente dell’ideatore

La P101 era stato ideata in modo tale che fosse alla portata di tutti e consentì agli imprenditori e i responsabili di effettuare calcoli avanzati come il calcolo degli stipendi.

Nel giro di pochi anni il numero di vendite raggiunse quota 44.000 pezzi e circa il 90% in America.

Qualcuno domandò se la macchina non fosse azionata da qualche grosso calcolatore nascosto.

Nei giorni successivi il personale dello stand dovette mettere in piedi un improvvisato servizio d’ordine per contenere l’afflusso di visitatori entusiasti.

L’azienda decise di compiere il grande passo, acquisire la società statunitense Underwood, per poter poi fabbricare le macchine negli Stati Uniti ed espandersi a macchia d’olio.

L’ingegnere e ideatore Perotto spiegò esattamente come aveva immaginato l’idea del primo pc al mondo.

«Sognavo una macchina amichevole, alla quale delegare delle operazioni che sono causa di  fatica mentale e di errori. Una macchina che sapesse imparare e poi eseguire docilmente, che immagazinasse dati e istruzioni semplici e intuitive, il cui uso fosse alla portata di tutti, che costasse poco e fosse delle dimensioni degli altri prodotti per ufficio  ai quali la gente era abituata».

E fu cosi che il sogno si tramutò in progetto e infine in realtà.

Il costo di un brevetto che entrerà nella storia

Negli Stati Uniti, per legge, il brevetto doveva essere depositato a nome del progettista, dell’ideatore e non dell’azienda per la quale lavoravi.

L’ingegner Perotto, una volta brevettato il suo prototipo, decise di cedere il brevetto alla stessa Olivetti.

Sapete a quanto fu ceduto il brevetto del primo pc da tavolo al mondo?

Fu ceduto per la cifra simbolica di un 1 dollaro!

Non mancarono i concorrenti, capaci di copiare i progetti, e la mossa più opportuna fu quella di depositare il brevetto negli Stati Uniti, tutelandosi e vincendo la causa contro la Hp (Hewlett Packard) rea di aver letteralmente copiato il progetto e obbligata a risarcire ben 900.000 dollari.

L’ascesa di un grande progetto e l’ammirazione del giovane Steve Jobs

I giornali americani più importanti, Business Weekm New York Times e Wall street Journal, annoverarono ed elogiarono la Olivetti e il suo ideatore, con la strabiliante idea del primo personal computer al mondo per l’ufficio e per casa.

Questo prototipo catturò le attenzioni degli ingegneri della Nasa, tanto da acquistarne 45 esemplari che sarebbero stati molto utili per studiare al meglio le possibili traiettorie e percorsi per il viaggio di Apollo 11, la missione che portò il primo uomo sulla luna nel 1969.

Un’altra storia affascinante riguardo questa scoperta, fu quella del designer della Olivetti, Mario Bellini, che diede forma al nuovo “mostro tecnologico”.

Nel 1966, ricevette numerose chiamate di lavoro, come quella di Steve Jobs, che lo volle fortemente come designer dei prototipi futuri che avrebbe creato la sua mente geniale.

Mario Bellini rifiutò l’offerta, rispettando il contratto di consulenza firmato, affezionandosi ad unazienda che non solo aveva creduto in lui, ma aveva messo in luce la sua arte di designer.

La Olivetti era il top per un italiano, ed era giunto il momento di cavalcare l’onda del successo.

Per il design, Mario Bellini fu insignito del prestigioso premio «Compasso d’Oro».

L’azienda di Ivrea non si fermò di certo qui e fondò a Cupertino in California la Olivetti Advanced Technology Center, a circa due isolati dalla sede della Apple.

Aveva sedi in tutto il mondo, Spagna, Brasile, Singapore, Argentina, Canada, Sud-Africa.

Il sogno Olivetti era diventato realtà, l’Italia era sul tetto del mondo ancora una volta.

Una nuova cultura aziendale

Non vi fu solo una scoperta in ambito tecnologico ma anche per quanto concerne il modo di lavorare.

Le fabbriche Olivetti erano diverse dalle altre aziende:

  • piene d’aria,
  • luminose,
  • pulite,
  • e servizi sociali senza eguali per tutti i dipendenti

Non solo,

  • nell’azienda il pasto era uguale per tutti,
  • dirigenti od operai,
  • gli stipendi erano superiori alla media.

Una politica diversa dai canoni aziendali di allora e Adriano Olivetti venne catalogato come un tipo strano.

In un periodo di poca richiesta dei prodotti Olivetti, due dirigenti che lo affiancavano negli affari proposero ad Adriano Olivetti di licenziare 500 operai per risollevare l’azienda.

Ma gli occhi di Olivetti erano quelli di un eterno sognatore, che vedeva l’azienda come la sua famiglia.

Prese la decisione di licenziare i dirigenti, abbassando il prezzo della merce, raddoppiando il numero di venditori e aprendo nuove filiali in tutto il mondo, riducendo le ore lavorative.

L’Olivetti era fondata su basi ben diverse dal solo profitto ma da vere e proprie regole morali.

Dove il profitto veniva destinato in primis a nuovi investimenti, a retribuzioni e servizi socialmente utili, con un solo vincolo: non creare mai disoccupazione.

Dall’ascesa alla discesa aziendale

Di lì a poco, due investimenti errati come l’acquisto troppo costoso della Underwood statunitense per produrre e vendere in America e la produzione di calcolatori elettronici, misero in seria difficoltà l’azienda.

L’Olivetti non ricevette aiuti di Stato rispetto a concorrenti stranieri che sfruttarono somme ingenti stanziate dal governo ed è per questo che ricorse ad investitori esterni.

Gli investitori aiutarono le casse aziendali, ma restii a investire ancora in un mercato nuovo e costoso come quello dell’elettronica, decisero di ripuntare sul mercato della meccanica e su altri prodotti.

Cedettero così facendo il passo alle industrie americane, con una forza monetaria più forte e una visione aziendale di ampio raggio che di lì a poco portò alla ribalta personaggi come Steve Jobs e Bill Gates.

La storia ci insegna a… non mollare mai!

Un caso aziendale del genere ci rende orgogliosi di essere italiani, perché le grandi scoperte sono nate proprio qui in Italia.

Chiamatelo come volete, un manager di altri tempi, un folle sognatore, ma una cosa bisogna dirla: Adriano Olivetti cambiò l’ottica aziendale e insieme a Pier Giorgio Perotto diede vita ad una rivoluzione informatica senza eguali.

Dieci anni prima dei tremendi ragazzi della Silicon Valley, Steve Jobs e Bill Gates, c’era l’Italia a guidare il mondo della rivoluzione informatica mondiale, sotto il nome di un’azienda nata ad Ivrea, la Olivetti.

In Italia ci sono e ci saranno piccoli grandi Olivetti, capaci di creare impresa, sognando di raggiungere la vetta del successo con un’idea, duro lavoro e tenacia.

Lo stesso ingegner Perotto, durante un’intervista rilasciata nei sui ultimi anni di vita, incoraggia i giovani a rischiare, osare.

Un’idea geniale che lo colpì?

La storia di Linus Torvalds, fondatore di Linux, il primo software con una caratteristica unica, avere una piattaforma open source, libera, senza vincoli proprietari.

Secondo Perotto, questa caratteristica avrebbe nel tempo creato un’altra rivoluzione informatica, in grado di ridurre il potere tra grandi e piccole aziende.

Ognuno di noi ha un caso di successo anche locale da seguire e prendere in considerazione.

Io ho preso come riferimento mio nonno, che dopo sette anni vissuti in guerra, si rimboccò le maniche e decise di intraprendere l’attività di commerciante nonostante le difficoltà dell’epoca, raggiungendo un discreto successo.

Storie come queste non raccontano agli uomini che gli ostacoli siano facili da superare.

Storie come queste raccontano agli uomini che gli ostacoli, non importa quali e quanti siano, possono essere superati.

Marcello Paglialonga
Consulente di Business
www.angelopaglialonga.com

 

Angelo Paglialonga

1 Comment

  • Angelo complimenti, articolo bellissimo. Con la nostra piccola Azienda il sogno è, come dici tu, essere dei piccoli “Olivetti”.

    Grazie e Ciao

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