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Il saldo di complessità con l’estero come misura del potenziale di sviluppo

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L’analisi dell’indicatore di complessità economica  basato sulle specializzazioni all’export dei diversi paesi ha evidenziato per l’Italia una posizione lontana sia dalle economie a maggior complessità sia, con la rilevante eccezione della Cina, da quelle con elevate quote di commercio mondiale. In tempi di grande rilevanza delle catene globali del valore, tuttavia, un elevato punteggio di complessità economica potrebbe dipendere, più che dalla capacità del sistema economico e produttivo di un paese di creare complessità, dall’importazione di beni che incorporano un già elevato livello di complessità. Quest’ultima eventualità, pur non intaccando il grado di competitività odierno di una nazione, appare però più limitante in termini di sviluppo potenziale, al quale invece contribuisce, secondo le più comuni teorie dello sviluppo, la capacità di aggiungere complessità a input che ne possiedano poca attraverso elevati livelli di istruzione, supporto alla ricerca, efficienza di mercati e istituzioni, capacità di accogliere e rielaborare le nuove tecnologie via via disponibili.

Analogamente a quanto si fa per il calcolo delle regioni di scambio (il rapporto tra il valore unitario delle merci esportate e quello delle merci importate), abbiamo calcolato, per il 2010 e il 2017, un indicatore di saldo commerciale della complessità, elaborando, per i circa 5000 codici della classificazione HS a 6 digit, la complessità media delle specializzazioni all’export e quella delle specializzazioni all’import (in entrambi i casi ponderando il punteggio della complessità di ogni bene per il valore monetario che quel bene ha sull’import-export di ogni paese).

La figura 1 evidenzia i valori di complessità media di import-export per i 70 paesi analizzati.I paesi con più alti punteggi di complessità economica (calcolati, ricordiamo, sulla base delle sole specializzazioni all’export) sono nella parte destra del grafico, dove con l’introduzione della misura di complessità anche dell’import si evidenzia una forte eterogeneità. In basso, economie (Giappone, USA, Regno Unito, …) caratterizzate da un import a bassissima complessità, ma in grado di competere sul piano internazione con un export a complessità elevata. Mutuando l’interpretazione dalle analisi della ragione di scambio, sono economie che traggono un elevato vantaggio dall’interscambio con l’estero, approvvigionandosi di beni che, per loro natura, sono ampiamente diffusi e poco sofisticati e riuscendo, attraverso la forza dei propri sistemi economici e produttivi, a trasformarli in beni con elevate peculiarità distintive. Nella parte alta del grafico (Slovenia, Belgio, Nuova Zelanda, …), invece, paesi che pur esprimendo un’elevata complessità all’export, evidenziano un’equivalente complessità all’import, a testimoniare che i loro rispettivi sistemi produttivi non sono (ancora) in grado di “aggiungere” la complessità necessaria e debbano approvvigionarsene dall’estero. Nella stessa area, situazioni come quella della Germania e del Canada, invece, potrebbero riflettere l’elevata integrazione nelle filiere globali del valore, che le rende sia esportatrici sia importatrici di prodotti a elevata complessità. Un discorso a parte va fatto per Singapore, Taiwan e Irlanda: valori tra i più elevati a livello mondiale di complessità dei prodotti sia all’import sia all’export segnalano probabilmente il ruolo prevalente di hub commerciale per questa tipologia di merci, più che caratteristiche dei sistemi produttivi.

Le economie nella parte in basso a sinistra (Cambogia, Sri Lanka, Bangladesh, Filippine, …), invece, si configurano come paesi a uno stadio di sviluppo ancora acerbo, caratterizzati da bassa complessità dei prodotti sia esportati sia importati. È la situazione in cui si trovano quasi tutte le economie emergenti nel momento in cui si affacciano al commercio internazionale. In transizione sono invece i paesi come Cina, Turchia, Serbia o Malesia, in cui l’importazione di prodotti a complessità elevata può stare a indicare una fase di evoluzione dei propri sistemi economici e produttivi con l’obiettivo, negli anni a venire, di tradurre questa evoluzione in un’offerta all’export via via caratterizzata da una maggior complessità (“scivolando” verso destra nel grafico e raggiungendo quindi le economie più mature).

Nell’ideale movimento orario del percorso di sviluppo, partendo dalla parte bassa a sinistra, l’Italia evidenzia una posizione “al palo”, in cui livelli di complessità non particolarmente elevati né all’import né all’export, e simili tra loro, non consentono di mettere in luce un possibile percorso di sviluppo, né per raggiungere i paesi a maggior complessità, né per riposizionarsi ed evitare la rincorsa dei paesi a minor complessità.

Il saldo di complessità con l’estero come misura del potenziale di sviluppo

Il saldo commerciale della complessità, come l’indicatore di complessità economica, non è una misura di performance dei paesi sui mercati internazionali, ma un indicatore sintetico per definire le potenzialità di sviluppo delle diverse economie. In altre parole, i fenomeni che esso è in grado di rappresentare non sono quelli relativi all’andamento delle quote di mercato o dei saldi commerciali tradizionali, quanto elementi quali il grado di istruzione, la capacità di innovazione, la varietà e sofisticazione dei prodotti. Elementi, cioè, fondamentali per le future prospettive di crescita economica, soprattutto in un’epoca di veloci trasformazioni guidate dal progresso tecnologico.

Sono una riprova di quanto affermato sia la forte correlazione tra valore del saldo commerciale di complessità e indicatori del grado di capacità cognitive (qui si è usato il punteggio nel test PISA in matematica e scienze per i 15enni, relativo al 2015) o della competitività globale (in questo caso si è utilizzato il punteggio nel Global Competitiveness Index del WEF per il 2017-’18).

Il saldo di complessità con l’estero come misura del potenziale di sviluppo

La figura 2 evidenzia quanto i paesi con miglior saldo di complessità siano caratterizzati da alti punteggi nel test PISA, segnalando quindi l’importanza dei processi di formazione, in questo caso quelli più o meno corrispondenti alla formazione obbligatoria, per sostenere la complessità economica.

Il saldo di complessità con l’estero come misura del potenziale di sviluppo

Ancor più forte appare la relazione tra il saldo di complessità e l’indicatore di competitività globale del WEF (figura 3). Anche in questo caso, la posizione intermedia dell’Italia appare sia un vincolo alla possibilità di raggiungere le posizioni di vertice, sia un argine non sufficiente all’avanzata dei nuovi concorrenti (Spagna, Cina, Corea del Sud e Polonia, a vario titolo “nuovi” concorrenti dell’Italia, hanno tutti un miglior posizionamento relativamente al GCI e un saldo di complessità migliore o in rapido avvicinamento, con la rilevante eccezione cinese).

L’articolazione del GCI in 12 pillars consente di verificare quali di questi siano maggiormente correlati al saldo di complessità.

Il saldo di complessità con l’estero come misura del potenziale di sviluppo

Con l’eccezione delle infrastrutture, la maggior correlazione dell’indicatore mostra forti legami con gli aspetti più legati all’istruzione (a quella superiore, più che a quella di base colta dal test PISA), alla capacità di innovazione, alla capacità di adottare nuove tecnologie e alla sofisticazione del sistema economico e produttivo.

Il saldo di complessità con l’estero come misura del potenziale di sviluppo

In tutti i pillars considerati l’Italia occupa le posizioni basse della classifica, con difficoltà più evidenti per technological readiness, business sophistication e innovation. Un ranking che sottolinea come per l’Italia i concorrenti più “simili”, al di là delle specificità settoriali e geografiche, siano rappresentati da paesi di industrializzazione più recente, il cui sviluppo si è anche tradotto, nel periodo 2010-’17, in guadagni di quote sui mercati mondiali.

In prospettiva, dunque, l’indicatore relativo al saldo commerciale di complessità segnala le potenziali difficoltà per l‘Italia, il cui modello di specializzazione e grado di sviluppo del sistema produttivo ed economico sembrano ormai inadeguati sia per scalare posizioni nei ranking internazionali (la cui funzione è anche quella di rendere il paese attrattivo per investimenti e capitale umano qualificato, tra le altre cose), sia per difendere le posizioni acquisite dalla crescita dei nuovi competitor. Partendo dall’istruzione, e seguendo la “filiera” dello sviluppo delle competenze, è quindi necessario un grande sforzo per rilanciare l’intero ambiente economico nazionale, garantendo alle imprese, che data la loro limitata dimensione non sempre dispongono dei mezzi per compensare le lacune di sistema, il sostrato culturale e normativo necessario per riqualificare la propria offerta verso produzioni più complesse e innescare il ciclo virtuoso tra crescita e sviluppo.

Fonte: Prometeia, Market Insights Outlook

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Andrea Dossena e Alessandra Lanza

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