Il team 2.0

 Il team 2.0

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[dropcap]È[/dropcap] trascorso ormai un secolo da quando nel 1920 William McDougall, uno psicologo inglese trapiantato negli Stati Uniti, pubblicò The Group Mind in cui delineò le condizioni necessarie per creare un gruppo coeso. In virtù di quel libro, McDougall è comunemente considerato il pioniere del team building e, sulla scia di quel libro, centinaia di ricercatori si sono cimentati in studi ed esperimenti ed hanno sviluppato teorie e metodologie.

Ultimamente al concetto di team building, la costruzione del gruppo, si abbina e in qualche caso si contrappone quello di team bonding, cioè la creazione di legami di gruppo. La differenza è sottile. Se le attività di team building sono mirate prevalentemente a migliorare il livello di prestazioni (attraverso quelle sinergie e quel riconoscimento di competenze e di ruoli che fanno sì che un risultato collettivo è maggiore della somma di singoli apporti individuali), quelle di team bonding puntano a migliorare principalmente il livello di relazioni (attraverso la scoperta dell’altro in situazioni che ce lo rivelano in una luce diversa). In sostanza, cambiano l’orientamento, l’approccio e la leva anche se l’obiettivo resta la fusione del gruppo. La chiave del team building è la sfida, quella del team bonding il divertimento.

In nome del team building si continua a consumare anche qualche eccesso, come il cosiddetto firewalking, la camminata sui carboni ardenti. Ebbene, nel 2001 in Florida la Burger King ebbe la bella idea di sottoporre più di un centinaio di dipendenti a questa prova. Una dozzina di loro riportarono ustioni di primo e secondo grado, una donna dovette essere trattenuta e ricoverata in ospedale ed altri si videro costretti ad abbandonare il resort della convention su una sedia a rotelle perché non erano più in grado di poggiare i piedi. A proposito sempre di stravaganze, in fatto di location in Sud Africa è stata realizzata una Shanty Town, ossia una baraccopoli in lamiera che può ospitare fino a 52 persone, sprovvista di ogni comfort tranne la connessione wireless.

Va da sé che non sono né l’eccentricità né il format da reality televisivo a qualificare una proposta di team building. Personalmente, e lo dico confortato anche da alcune recenti esperienze che mi hanno visto impegnato con aziende clienti, trovo che il segreto stia nel coniugare sfida e divertimento. Il team bonding per certi versi è il prerequisito perché il team building dia risultati. Perché devi star bene con le persone con cui ti trovi a lavorare e nutrire fiducia in loro.

Per riprendere il filo della storia, dalle osservazioni di McDougall prese spunto un famoso esperimento che Elton Mayo, sociologo e psicologo australiano, condusse a partire dal 1927 in un’azienda dell’Illinois e che ha svelato quanto la dimensione sociale, fatto all’epoca niente affatto scontato, influisca in un ambiente di lavoro: la possibilità di comunicare e di interagire determina maggiori livelli di impegno e di produttività.

Oggi ne sappiamo molto di più sulle dinamiche di gruppo. E a proposito di gruppo a me piace parlare di “team 2.0”, un team cioè attrezzato per affrontare le sfide alle quali ci pone di fronte questo terzo millennio. Trasversalità, interazione, complementarietà: ecco le nuove regole che governeranno i gruppi e, quindi, le aziende del prossimo futuro. E in omaggio a queste regole è richiesta una costante interazione tra i manager e i collaboratori, tra la proprietà e le maestranze, tra i i clienti e l’impresa. Tenendo sempre ben presenti, nella gestione delle relazioni e del gruppo, tre aspetti fondamentali:

  • COINVOLGERE VALE MOLTO DI PIÙ CHE IMPORRE
  • ASCOLTARE VALE MOLTO DI PIÙ CHE COMANDARE
  • CONDIVIDERE VALE MOLTO DI PIÙ CHE ORDINARE

Flavio Cabrini
General manager di Osm Network
www.osmnetwork.it

Flavio Cabrini

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