Imprenditorialità e innovazione: il ruolo dei laureati

 Imprenditorialità e innovazione: il ruolo dei laureati

Il XVI Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati conferma il quadro occupazionale difficoltoso evidenziato anche nei precedenti Rapporti e che ha cominciato a manifestarsi all’inizio del nuovo millennio. Nei primi due livelli di laurea, triennali e magistrali, lievita la disoccupazione rispetto agli anni passati. La quota di lavoro stabile si contrae, così come il livello delle retribuzioni. Resta comunque vero che tra uno e cinque anni dalla laurea tutte gli indicatori esaminati migliorano sensibilmente.

Il Rapporto 2014 ha coinvolto quasi 450mila laureati post-riforma di tutti i 64 atenei aderenti al Consorzio. Quest’anno, per la seconda volta, l’indagine è stata estesa ai laureati di secondo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo; ciò consente di completare il quadro articolato ed aggiornato delle più recenti tendenze del mercato del lavoro unitamente alla verifica dell’efficacia delle riforme degli ordinamenti didattici.

La partecipazione degli intervistati è stata molto elevata: i tassi di risposta hanno raggiunto l’86% per l’indagine ad un anno, l’80% per quella a tre e il 75% a cinque anni.

L’intera documentazione, disaggregata per Ateneo e fino all’articolazione per corso di laurea è a disposizione da lunedì 10 marzo 2014 nel sito di AlmaLaurea: www.almalaurea.it.

Il Rapporto AlmaLaurea evidenzia alcune premesse importanti da tenere in considerazione.

Il confronto con l’Europa
Per l’Europa, e ancor di più per l’Italia, il 2013 è stato un anno difficile sul piano economico e su quello occupazionale. Col perdurare della crisi, nei Paesi dell’Unione europea la disoccupazione è salita al 10,9%. In Italia si è sfiorata quota 13%. E i giovani continuano a pagare il prezzo più alto. Soprattutto in Italia, dove il tasso di disoccupazione tra gli under 29 è di oltre il 28%.

La laurea garantisce comunque un vantaggio occupazionale…
La documentazione relativa alla disoccupazione per età e titolo di studio conferma che, nella fase di ingresso, tutti i giovani italiani, laureati inclusi, incontrano difficoltà maggiori che in altri paesi. Per altro verso, nell’arco della vita lavorativa, la laurea continua a rappresentare un forte investimento contro la disoccupazione anche se meno efficace in Italia rispetto ad altri paesi.
I laureati godono di vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati sia nell’arco della vita lavorativa sia e ancor più, nelle fasi congiunturali negative come quella che stiamo vivendo. Se prescindiamo dai lavoratori con la scuola dell’obbligo, i più colpiti dalla crisi, il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione è cresciuto di 2,9 punti per i laureati, di 5,8 punti per i diplomati, di 6,5 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni) e di ben 14,8 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni). Tra il 2007 e il 2013, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 2,6 punti (a favore dei primi) a 11,9 punti percentuali.

…ma solo il 30% dei diciannovenni si iscrive all’università
La documentazione OCSE indica che nel 2012 l’Italia si trovava agli ultimi posti per la quota di laureati sia per la fascia d’età 55-64 anni sia per quella 25-34 anni. D’altra parte le aspettative di raggiungere l’obbiettivo fissato dalla Commissione Europea per il 2020 (40% di laureati nella popolazione di età 30-34 anni), sono ormai vanificate per ammissione dello stesso Governo Italiano. Il quale ha rivisto l’obbiettivo che più realisticamente si può attendere il nostro Paese raggiungendo al massimo il 26-27%. La Commissione Europea, non ha potuto che prenderne atto (European Commission, 2012). Inoltre, la percentuale di giovani diciannovenni che nel nostro Paese si iscrive a un programma di studi di livello universitario è solo il 30%. Stiamo rischiando di perdere ulteriore terreno e energie straordinarie.

Pochi manager laureati
Il ritardo nei livelli di scolarizzazione degli occupati riguarda sia il settore privato che quello pubblico, con una maggiore incidenza sul primo, e si riflette significativamente, così come segnalato in passato, sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana. I dati Eurostat segnalano, ad esempio, che nel 2012 ben il 27,7% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 13,3% della media europea a 15 paesi, il 19,3% della Spagna (paese in ritardo nei livelli di scolarizzazione degli adulti e con tratti socio-culturali simili al nostro) e il 5,2% della Germania, paese col quale si è soliti fare i confronti perché caratterizzato da un peso del settore manifatturiero simile al nostro.
Nel 2012 la quota di manager italiani laureati é meno della metà della media europea: i manager laureati in Europa (EU27) sono il 53% (nel 2010 erano il 44 per cento), mentre in Italia la percentuale risulta il 24% (era il 14,7 per cento).
Nei precedenti rapporti AlmaLaurea è stato già evidenziato come alcuni studi mostrino in maniera inequivocabile che la struttura imprenditoriale italiana, in particolare, la piccola dimensione delle imprese, sia tipicamente associata a una minore capacità di valorizzare il capitale umano, minori performance innovative e un inferiore grado di internazionalizzazione delle imprese. Secondo stime recenti, la quota di imprese a gestione familiare è in Italia del 66,3% contro il 35,5% della Spagna e il 28% della Germania che, peraltro, ha una quota più elevata della nostra di imprese a controllo familiare.

Le risorse destinate all’istruzione sono scarse
La spesa in Istruzione Universitaria. Il Rapporto Ocse “Education at a Glance 2013”, evidenzia lo stato di salute dell’Istruzione nei 34 paesi aderenti. Oggi la percentuale di spesa pubblica e privata è per l’Italia l’1% del PIL, Francia 1,5%, Regno Unito 1,4%, Germania 1,3%, Stati Uniti 2,8%.
La questione delle risorse destinate all’istruzione e alla formazione non è secondaria: il sistema universitario e della ricerca è decisamente sotto finanziato rispetto agli standard internazionali.
Fatto 100 il costo di un laureato italiano nel 2009 (43.218 dollari), prima quindi che si verificassero i tagli degli ultimi governi, a parità di potere d’acquisto, un laureato spagnolo costava 182, uno tedesco 207 e uno svedese 239 (OECD, 2012b).

Redazione

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