Imprenditorialità: perché la palestra dei distretti non basta più

 Imprenditorialità: perché la palestra dei distretti non basta più

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[dropcap]L’[/dropcap]imprenditorialità si può imparare, ma le modalità di apprendimento tradizionalmente utilizzate dagli imprenditori italiani non sono più sufficienti, in un mondo in cui il successo d’impresa dipende più dalla capacità di innovazione che da quella di contenere i costi. Una formazione più strutturata e l’acquisizione di capacità manageriali dall’esterno possono essere le soluzioni alla crisi di crescita di questi anni. È questa, in sintesi, la tesi presentata alla Lectio Inauguralis della Rodolfo Debenedetti Chair in Entrepreneurship da Fabiano Schivardi, il professore della Bocconi titolare della Cattedra.

L’analisi del caso italiano, presentata da Schivardi, mostra che hanno maggiore probabilità di diventare buoni imprenditori gli individui che, intorno all’età critica dei 18 anni, sono immersi in un ambiente ad alta densità imprenditoriale, tipicamente un distretto industriale. L’Italia, con la grande diffusione dei distretti industriali, sembrerebbe una naturale culla di buoni imprenditori e invece i risultati di crescita degli ultimi 20 anni sono stati deludenti.

Schivardi lo spiega con la struttura del tessuto produttivo italiano, caratterizzato da una moltitudine di imprese piccole e familiari, arrivate al successo grazie ai vantaggi in termini di costo in settori a limitato contenuto tecnologico. E sono proprio le capacità manageriali necessarie a conseguire tale vantaggio che i giovani apprendono vivendo nelle aree ad alta densità imprenditoriale. Solo che, nei mercati globalizzati, il vantaggio di costo non è più sostenibile e il successo imprenditoriale necessita di un più ampio set di abilità, che comprende innovazione, ricerca e sviluppo, marketing e molto altro.

Anche le nuove abilità, ha affermato Schivardi, si possono imparare, seguendo due percorsi complementari: una formazione più strutturata dell’imprenditore o l’acquisizione di tali abilità dall’esterno, attraverso l’allargamento del gruppo manageriale a seguito tipicamente di finanziamenti di venture capital.

Se l’Italia, infatti, è più o meno allineata al resto d’Europa in termini di percentuale di imprese a controllo familiare (85,6%, con la Francia all’80% e la Germania all’89,8%) e rimane allineata quanto meno alla Germania in termini di percentuale di imprese familiari con amministratore delegato familiare (83,9% l’Italia, 84,5% la Germania), si caratterizza invece per una quota senza uguali di imprese in cui l’intero gruppo dirigente è di estrazione familiare (66,3%, con la Spagna al 35,5% e la Germania al 28%).

Proprietà e controllo in Europa

Proprietà familiare (%) Solo imprese familiari
A.D. Familiare Management
tutto familiare
Francia 80.0 62.2 25.8
Germania 89.8 84.5 28.0
Italia 85.6 83.9 66.3
Spagna 83.0 79.6 35.5
Gran Bretagna 80.5 70.8 10.4

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Banca d’Italia

 

Redazione

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