Imprese e COVID-19, più liquidità rispetto al passato. Ma rischia di bruciarsi in fretta

 Imprese e COVID-19, più liquidità rispetto al passato. Ma rischia di bruciarsi in fretta

Negli anni più recenti le imprese italiane, favorite da condizioni operative più distese, hanno potuto mostrare un diffuso rafforzamento della patrimonializzazione e degli equilibri finanziari. Contestualmente, data l’incertezza sulla domanda, in particolare sul fronte interno, le imprese hanno accumulato livelli crescenti di liquidità, trasversalmente a tutte le classi dimensionali.

La figura 1 mostra l’evoluzione di medio periodo della liquidità detenuta da un ampio campione di società non finanziarie [1]. La liquidità (espressa in percentuale del fatturato) risulta in aumento per l’insieme delle PMI non finanziarie (e le microimprese) già a partire dal 2013, con segnali di accumulo dal 2015 anche per le aziende più grandi. Nel 2018, ultimo anno di bilanci disponibile, per le grandi imprese la liquidità ha raggiunto il 7% del fatturato (+2 punti percentuali rispetto al 2007), per le medie il 9.6% (+3.6 punti), per le piccole l’11% (+4 punti), per le microimprese il 16% (+5 punti nel periodo). Lungo l’arco temporale esaminato, le risorse liquide detenute dalle imprese hanno continuato a essere proporzionalmente più elevate al ridursi delle dimensioni aziendali, con aumento della forbice fra le microimprese e tutte le altre negli anni più recenti. Ciò conferma indirettamente, oltre a qualche diseconomia di scala, la maggior necessità per gli operatori più piccoli di cautelarsi a fronte di un accesso al credito tuttora difficoltoso.

Figura 1 – Società non finanziarie: liquidità in % del fatturato per dimensione
Fonte: Banca dati ASI di Prometeia ed elaborazioni su bilanci di fonte Bureau van Dijk
Nel contesto dell’attuale emergenza, in cui molte attività hanno dovuto fermarsi e altre stanno proseguendo a ranghi ridotti o con modalità nuove, la possibilità di disporre di risorse liquide è fondamentale per garantire la continuità aziendale. Da un lato, infatti, è necessario riuscire a coprire esborsi periodici che spesso sono indipendenti dai livelli di operatività dell’azienda: i costi per i dipendenti, i canoni d’affitto, i costi di alcuni servizi, quelli per le forniture di materiali già ricevuti, gli oneri tributari, il rimborso dei prestiti e il pagamento dei relativi interessi. Dall’altro, serviranno risorse liquide nel momento in cui l’economia potrà ripartire, prima per ricostituire le scorte e poi per tornare ad investire.

Cosa può succedere a livello di impresa a fronte degli shock legati al diffondersi del COVID-19? 
A partire dai bilanci 2018 [2], utilizzati per approssimare le condizioni delle imprese in questi primi mesi del 2020, abbiamo simulato gli effetti di un fermo produttivo, ipotizzando l’interruzione delle vendite e delle corrispondenti entrate di cassa; l’interruzione degli acquisti di materiali e servizi e delle relative uscite; la temporanea sospensione degli incassi dai clienti e dei pagamenti ai fornitori; la sospensione dei pagamenti relativi ai prestiti (rimborsi e oneri finanziari), ai canoni di leasing e agli oneri tributari, come consentito dal decreto Cura Italia; il mantenimento dei livelli occupazionali, senza ricorso agli ammortizzatori sociali [3]. A partire da questo quadro, abbiamo misurato il grado di liquidità o di autonomia finanziaria di ciascuna impresa, valutando per quanti giorni/mesi la liquidità a disposizione le consentirebbe di coprire i costi legati al lavoro.
Per avere un termine di confronto sulla solidità delle imprese in momenti paragonabili all’attuale, questo esercizio è stato ripetuto anche sui bilanci 2007 (alla vigilia del fallimento di Lehman Brothers) e sui bilanci 2010 (prima della crisi dei debiti sovrani), su tutte le imprese che risultavano attive in quegli anni. Una volta calcolato l’indicatore, le aziende sono state raggruppate in 8 classi per grado di liquidità, partendo dalla classe delle imprese senza liquidità (classe ‘0’) per arrivare fino a quella di chi dispone di risorse molto elevate, sufficienti a coprire per oltre un anno il costo del lavoro (classe ‘>360’).

Figura 2 – Distribuzione % delle Società non finanziarie per grado di liquidità (1): 2018 a confronto con 2007 e 2010 (quote sul fatturato)
(1) L’indicatore del grado di liquidità è calcolato come Liquidità/Costo del lavoro x 360. Il risultato è quindi espresso in giorni e può agevolmente essere trasformato in mesi. Le classi individuate vanno da ‘0’, per le imprese che di fatto non detengono liquidità, a ‘>360’, classe che raggruppa le aziende con livelli di liquidità così elevata da riuscire a coprire il costo del lavoro per più di 360 giorni, ovvero per oltre 1 anno. Elaborazioni Prometeia su dati Bureau van Dijk.
La figura 2 riporta la distribuzione percentuale del fatturato delle società non finanziarie per grado di liquidità sia nel 2018 che negli anni 2007 e 2010. La tabella successiva riporta le stesse informazioni dettagliate per branca produttiva e classe dimensionale.

Dalla lettura di questi dati emerge che le imprese appartenenti alle classi di liquidità da molto bassa (‘0-10’, imprese con pochissima liquidità, con cui possono coprire al massimo 10 giorni di costo del lavoro) a media (’60-120’ e ‘120-180’, con una liquidità che può coprire rispettivamente da 2 a 4 mesi e da 4 a 6 mesi di costo del lavoro) hanno visto ridimensionarsi il loro peso in termini di fatturato nel 2018 rispetto ai due anni benchmark. Questo fenomeno accomuna tutte le branche produttive, a eccezione dei servizi.

Tabella 1 – Distribuzione % delle imprese per grado di liquidità: dati per branca produttiva e per dimensione (quote sul fatturato)
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati Bureau van Dijk.
All’opposto, è aumentato il peso delle imprese appartenenti alle classi di liquidità elevata, quelle che dispongono di risorse sufficienti a coprire il costo del lavoro da 6 a 12 mesi o addirittura per oltre un anno: queste imprese sono arrivate a rappresentare il 43% del fatturato complessivo del campione nel 2018, rispetto al 35-36% degli anni 2007 e 2010. Il rafforzamento di quota ha interessato tutte le branche, sempre con l’eccezione dei servizi. Il consolidamento è stato particolarmente significativo per Manifatturiero, Agricoltura, Energia ed estrattive, e in seconda battuta anche per Distribuzione [4] e Costruzioni.

Fra le classi dimensionali, il miglioramento più forte ha riguardato le medie imprese in quasi tutte le branche produttive. Seppur in modo meno deciso, anche per le altre classi dimensionali la distribuzione delle imprese si è spostata verso un maggior peso delle classi con un grado di liquidità superiore rispetto agli anni 2007 e 2010.
Fra tutti, solo il peso della classe ‘0’ si è mantenuto stabile in tutti gli anni (5% sul fatturato complessivo), ma con una ricomposizione a vantaggio delle imprese più grandi e strutturate. In questo cluster, infatti, sono raggruppati, a fianco di aziende in forte difficoltà, anche soggetti sani che ricorrono a servizi di tesoreria esterni, in genere prestati da un’altra azienda del gruppo d’appartenenza.
In conclusione, si conferma che le imprese ora attive sono più forti di quanto fossero nel 2007 e nel 2010. Ma questa crisi si sta profilando più severa e molto diversa dalle precedenti: non è di origine finanziaria ma reale, sta producendo effetti asimmetrici fra settori e per dimensioni aziendali, e investirà tutti i paesi, pur in tempi sfalsati, con probabili importanti restrizioni sui mercati internazionali. Tuttavia rispetto al passato saranno più elevate anche le risorse pubbliche messe a disposizione.
In un contesto così inatteso, la liquidità accumulata dalle aziende negli anni scorsi trova ora una sua ragione nella possibilità di attutire almeno in una prima fase gli impatti dirompenti della crisi. Se si esclude chi ha una liquidità così elevata da coprire almeno un anno di costo del lavoro, gli altri due terzi delle imprese potranno resistere in media per due mesi e mezzo. Esaurita l’iniziale capacità di resistenza, soprattutto per la parte di imprese con riserve minori ed esposte agli impatti più forti, diventa fondamentale l’azione delle misure messe in campo del governo.

Fonte: Prometeia, Market Insights Outlook

[1] Il campione di bilanci esaminato è composto da oltre 400mila società di capitale non finanziarie, con fatturato complessivo nel 2018 pari a 2.4 miliardi di euro. Sono state escluse dal campione le holding e le società finanziarie. Sono state escluse anche le imprese con fatturato inferiore alla soglia minima di 200mila euro. Ogni impresa è stata classificata per settore in base all’attività principale, e per dimensione in base al fatturato. Le classi dimensionali utilizzate sono: microimprese con fatturato fino a 2 milioni di euro, piccole imprese 2-10 milioni, medie imprese 10-50 milioni, grandi imprese oltre i 50 milioni.
[2] Il 2018 è l’ultimo anno di bilanci disponibile. Abbiamo assunto che anche nello scorso anno e nei primi mesi del 2020 le imprese italiane abbiano mantenuto condizioni economiche e finanziarie non troppo dissimili a quelle di fine 2018. Per le analisi sul grado di liquidità riferite agli anni 2007 e 2010 sono state mantenute a campione tutte le imprese che rispondono ai requisiti riportati nella nota precedente che risultavano attive in quegli anni, indipendentemente dal fatto che lo siano tuttora. La suddivisione per classi dimensionali è basata sul fatturato dei singoli anni.
[3] Si tratta di ipotesi che semplificano molto quanto avviene nella realtà, dettate anche dall’insufficiente dettaglio informativo ottenibile dai bilanci. Di fatto sono stati considerati esborsi variabili tutti quelli legati ai servizi, anche se per esempi gli affitti (inclusi fra i servizi) continueranno ad essere pagati anche in assenza di attività produttiva, mentre sono stati considerati esborsi fissi tutte le componenti del costo del lavoro, anche se col venir meno dell’attività produttiva non verranno remunerate ore di straordinario.
[4] Le piccole attività del dettaglio e le molte minuscole realtà del mondo dei servizi alla persona, con problemi molto diversi e più profondi (e con meno liquidità) rispetto all’insieme delle imprese analizzate in questa sede, restano escluse dagli aggregati riferiti a Distribuzione e Servizi, perché troppo piccole o perché si tratta di imprese individuali o società di persone, non obbligate al deposito dei bilanci.

Roberta Scannavini

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