In Danimarca una nuova forma di contabilità “naturale” aiuta il settore dell’abbigliamento a gestire l’impatto ambientale della produzione

 In Danimarca una nuova forma di contabilità “naturale” aiuta il settore dell’abbigliamento a gestire l’impatto ambientale della produzione

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[dropcap]L’[/dropcap]Agenzia di protezione ambientale della Danimarca sta aiutando i marchi di abbigliamento danesi a esaminare i costi ambientali associati alla produzione dei capi di abbigliamento sotto una nuova prospettiva, pubblicando i primi conti capitale “naturali” del paese a livello settoriale. Tali conti consentono di valutare il costo ambientale dei vari processi di produzione riferiti ai capi di abbigliamento. Il costo ambientale potrebbe non riflettersi sul prezzo pagato dal consumatore finale per un capo di abbigliamento acquistato.

Sinora, la contabilità ambientale è stata utilizzata da alcuni marchi di abbigliamento per avere una visione più chiara dell’impatto delle rispettive catene d’approvvigionamento sulle risorse naturali. Il marchio tedesco PUMA ha lanciato per primo questa idea, pubblicando il primo “Conto Profitti e Perdite Ambientali” nel 2011. Secondo il ministro per l’Ambiente danese, se si adottasse un approccio di tipo settoriale, il comparto dell’abbigliamento potrebbe utilizzare questi conti per ridurre la propria impronta ambientale.

Tali conti attribuiscono determinati costi ai gas a effetto serra e all’inquinamento atmosferico e idrico generati dal settore, al consumo d’acqua e all’incidenza del settore sulla modifica indiretta della destinazione del suolo, ad esempio sulla conversione del suolo forestale in pascoli per il bestiame. Sulla base dei calcoli fatti, i costi ambientali generati dal settore dell’abbigliamento danese ammontano a 3,01 miliardi di corone danesi (circa 405 milioni di euro) l’anno. I costi più elevati si registrano nella produzione di materie prime (912 milioni di corone danesi) e nel taglio su misura dei capi di abbigliamento (814 milioni di corone).

Secondo i conti capitale “naturali” contenuti nella relazione – prodotta per l’Agenzia di Protezione ambientale danese dalla società di consulenza NIRAS, su suggerimento dell’IC Group, un’azienda di abbigliamento danese – un notevole impatto si riscontra, tra l’altro, nella produzione della lana, che è associata con elevate emissioni di gas a effetto serra durante le fasi dell’allevamento e della trasformazione della materia prima. Anche la coltivazione del cotone è un processo intensivo, che è messo in correlazione con un ingente consumo idrico e un elevato ricorso a sostanze agro-chimiche. Secondo il ministero per l’Ambiente danese, il costo ambientale di una T-shirt di cotone standard è, ad esempio, di 12 corone (circa 1,60 euro).

La relazione aggiunge che i costi ambientali della produzione d’abbigliamento da parte delle aziende danesi sono sostenuti in larga parte dalla Cina, dall’India e dalla Turchia, dove è prodotta la maggiore parte dei capi d’abbigliamento indossati in Danimarca. Informazioni di questo tipo possono aiutare le aziende a capire meglio su quali problematiche concentrarsi e in quali aree migliorare i propri obiettivi ambientali.

Non tutti sono però soddisfatti del documento. La Nordic Fashion Association ha dichiarato, infatti, che la relazione enfatizza eccessivamente l’impatto ambientale della produzione di lana. Lo studio, inoltre, presenterebbe alcuni limiti; ad esempio, non includerebbe tutti i costi ambientali e non terrebbe conto dell’impatto delle fibre riciclate. Il suo scopo, tuttavia, non è quello di escludere l’utilizzo di determinati processi o materie prime, bensì contribuire a offrire una nuova prospettiva al settore dell’abbigliamento.

Paola Fiore

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