In rete si può

 In rete si può

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Nelle tante analisi che leggiamo sull’andamento economico odierno mi sembra di poter cogliere un tratto comune alla maggior parte di esse: questa crisi partita nel 2008, che di mese in mese è arrivata all’allora inimmaginabile durata di quasi otto anni, non può essere considerata congiunturale, ma strutturale o, addirittura, epocale. A tal punto, mi viene da pensare, che, invece che aspettare di vederne la fine, forse è meglio cominciare a cercare di vedere l’inizio da essa di una nuova epoca, caratterizzata da elementi che non possiamo più considerare eccezionali, ma normali. Il fattore costitutivo di questa nuova epoca è senza dubbio la globalizzazione, in forza della quale il mercato non è più solo quello che puoi vedere da vicino ma si estende su tutto il pianeta ed è su questa dimensione che oggi qualunque impresa, anche la micro impresa, deve paragonare il proprio modello operativo. La conseguenza più rilevante per il sistema produttivo italiano è che anche le piccole e piccolissime imprese, che sono la nostra interessante particolarità rispetto ad altri Paesi, sono costrette a ragionare “in grande” se vogliono sopravvivere. Ciò significa, per esempio, che temi come innovazione e competitività, prima considerati appannaggio dei più “evoluti”, entrano nella normalità della vita di ogni impresa e ne diventano parte integrante. In altre parole il “pensiero strategico” sta assumendo la stessa rilevanza del “pensiero operativo”, così che mentre fai una cosa dovrai cercare di tenere alto lo sguardo per capire come farla meglio, come farla conoscere di più, come conservare i clienti e cercare di averne in numero sempre maggiore. Una delle doti dell’imprenditore di successo del nostro tempo è l’apertura al cambiamento e all’innovazione, che, affiancata alla proverbiale tenacia e generosità tutta italiana che ci venivano ammirate ieri, può rappresentare la nostra svolta vincente sull’oggi. Tutto ciò va ad innestarsi su un altro grande tema che sta, un po’ inaspettatamente ma al tempo stesso con molta attrattiva, balzando agli occhi degli operatori economici e finanziari: è il rinnovato interesse per la manifattura come attività fondamentale per la creazione di valore e quindi per il suo ruolo insostituibile di “sottostante” solido di ogni sana operazione finanziaria. Mi pare che coniugare questi due filoni (importanza della manifattura e apertura al cambiamento e all’innovazione) si stia evidenziando come il tratto caratteristico di questa nuova epoca, che vedo ben sintetizzato nel termine “manifattura 4.0”, in cui pensiero strategico e pensiero operativo trovano un punto di incontro fattivamente sperimentabile nell’attività quotidiana. Per essere all’altezza di questa sfida, a mio parere non evitabile, le piccole e piccolissime imprese possono intraprendere, insieme alla strada dell’efficientamento del proprio modello operativo, anche quella di una maggiore e più fattiva apertura all’esterno, mettendosi alla ricerca non solo di nuove risorse umane e tecnologiche da acquisire e portare al proprio interno, ma anche di collaborazioni, cioè di quei rapporti in cui lo scambio di beni e servizi è meno finalizzato alla loro monetizzazione e più alla loro messa in comune.

Le reti di imprese

A partire dalle osservazioni sopra esposte può essere utile fare un accenno allo strumento “rete di imprese” (di seguito rete), rivolto in particolare alle realtà piccole e piccolissime, che possono trovare in esso un efficace facilitatore per quel cambiamento di approccio sopra accennato. Tale strumento ha avuto una formalizzazione giuridica con la Legge 33/2009, che ne ha definito i contorni specifici e ne ha descritto le differenze rispetto ad altre forme di collaborazione fra imprese, come i consorzi, le joint ventures e le associazioni temporanee di imprese. Per comprendere le opportunità che può aprire una rete nel contesto economico attuale, basta pensare a quali possono essere gli obiettivi possibili per un tale soggetto: diventare un’aggregazione di dimensioni tali da poter affrontare meglio il mercato, anche estero; ampliare l’offerta dei beni e/o servizi; dividere i costi; accedere a finanziamenti e contributi a fondo perduto; godere di agevolazioni fiscali (quando vigenti); partecipare alle gare per l’affidamento dei contratti pubblici; impiegare il distacco del personale tra le imprese; assumere in regime di codatorialità il personale dipendente secondo le regole di ingaggio stabilite nel contratto di rete. La caratteristica peculiare di un contratto di rete sta dunque nel dare la possibilità ai partecipanti di fare un percorso comune tramite un modello operativo che mette in sinergia i fattori che essi decideranno, lasciando a ciascuno di essi la propria identità e la propria struttura societaria e le relative incombenze. I cardini di un contratto di rete, che poi ne definiscono il successo, si basano sulla premessa e sull’obbiettivo che costituiscono il punto di paragone durante lo svolgimento delle attività in esso previste. La premessa fondamentale ed imprescindibile sta nella volontà dichiarata e poi esplicitata dai partecipanti di mettere in comune qualcosa, con la disponibilità ad essere collaborativi così come deve essere tra i soci di qualunque società, mentre l’obiettivo è migliorare il risultato finale del conto economico di ciascuno. Su questi due punti si verifica il successo di una Rete, che da un lato richiede di cambiare paradigma, perché ogni retista non può più decidere come se la rete non ci fosse, e dall’altro persegue l’obiettivo, a fronte di tale sforzo, di migliorare i risultati di ciascuno.

Paolo Galandra

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