Incentivi alle imprese: perché la tecnologia può aiutare le PMI a non perdere opportunità

Michele Bonelli, CEO di Muffin

Ogni anno lo Stato e l’Unione Europea mettono a disposizione miliardi di euro in incentivi per sostenere la crescita delle imprese. Eppure una parte significativa di queste risorse non arriva mai a destinazione.
Tra bandi complessi, procedure burocratiche e meccanismi come i “click day”, molte piccole e medie imprese rinunciano ancora prima di presentare domanda. Secondo alcune stime, oltre il 69% dei contributi destinati alle PMI non viene effettivamente utilizzato e più della metà delle domande viene scartata nelle fasi preliminari per errori tecnici o formali.

Un problema che non riguarda solo la burocrazia, ma anche l’accesso all’informazione e agli strumenti necessari per orientarsi tra le opportunità disponibili.

Proprio da questa difficoltà nasce l’esperienza di Muffin, realtà tecnologica fondata con l’obiettivo di rendere più semplice e accessibile il mondo della finanza agevolata.

Ne parliamo con Michele Bonelli, CEO di Muffin (nella foto sopra).

Come è venuta l’idea di fondare Muffin?

L’idea nasce dall’incontro di quattro persone con esperienze imprenditoriali diverse, accomunate dalla stessa frustrazione: miliardi di euro messi a disposizione dall’Europa alle imprese e una difficoltà enorme nell’accedervi. Io venivo da un’esperienza diretta: avevo fondato una società di finanza agevolata tradizionale e avevo vissuto il problema dall’interno. Ogni anno escono quasi tremila bandi ed è oggettivamente impossibile per qualsiasi consulente coprirli tutti con le stesse competenze. Da questa consapevolezza è nata l’idea: digitalizzare l’intero processo — dalla ricerca alla rendicontazione — combinando tecnologia e community.

Il nome “Muffin” per una piattaforma di finanza agevolata è una scelta controcorrente. C’è una storia dietro?

È un no-sense name, un nome volutamente privo di significato letterale. Il settore della finanza agevolata è complicato, burocratico, tendenzialmente noioso. Volevamo alleggerirlo. Muffin trasmette freschezza ed è un nome che le persone ricordano — piaccia o non piaccia.

Il 69% dei contributi destinati alle PMI non arriva a destinazione e oltre il 50% delle domande viene scartata nelle fasi iniziali. Come mai un sistema nato per supportare le imprese finisce per escluderle?

Più che escluderle, direi che complica loro la vita. Gran parte di questi fondi non provengono direttamente dalle casse dello Stato, ma dall’Unione Europea, che ogni sette anni redistribuisce le risorse agli Stati membri con indirizzi strategici precisi. In Italia il problema è in parte culturale: siamo il Paese dei tanti piccoli comuni, dei tanti piccoli enti, dei tanti piccoli imprenditori. L’autoreferenzialità e il peso politico locale nell’erogazione di certi contributi prevalgono ancora sulla logica di misure coordinate, poche ma con impatto reale. Questo si riflette inevitabilmente sulla frammentazione del sistema.

Quali sono gli errori più frequenti che le aziende commettono quando provano ad accedere a un bando?

Sfatiamo un mito: perdere un contributo non significa necessariamente essere stati seguiti da un cattivo consulente. I bandi hanno una complessità intrinseca — timing precisi, finestre temporali strette, regole di ingaggio spesso molto diverse tra loro. Gli errori dipendono quasi sempre da un mix di fattori: non conoscere il bando al momento giusto, avere un consulente competente in generale, ma non specializzato su quel settore specifico, o semplicemente non riuscire a rispettare le scadenze.

Quanto pesa il meccanismo dei click day?

Sempre meno, per fortuna. La componente di merito e qualità del progetto pesa oggi più della semplice velocità di invio. Certo, se un bando è particolarmente ambito e le risorse sono limitate, la cronologia incide ancora. Ma la tendenza si sta riequilibrando verso una valutazione più sostanziale.

Quali tipologie di PMI rischiano maggiormente di restare escluse?

Non esiste una correlazione forte con il settore. Sul fronte dimensionale, invece, le imprese più piccole sono le più esposte: hanno meno personale dedicato e spesso non sono ancora abituate a considerare il contributo pubblico come uno strumento ordinario di gestione finanziaria. Vale anche una distinzione per comparto: chi investe di più — agricoltura e industria manifatturiera — accede a più risorse. Il commercio e i servizi storicamente ricevono meno incentivi, ma con la diffusione dell’intelligenza artificiale anche questo scenario sta cambiando.

Ha un episodio concreto che le ha fatto capire quanto fosse urgente intervenire?

Sì e lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Prima di fondare Muffin gestivo una società tradizionale di finanza agevolata. Era uscito un bando di Regione Lombardia che faceva esattamente al caso nostro: non l’abbiamo intercettato semplicemente perché non esisteva nessun meccanismo automatico di individuazione. Se lo perdevamo noi, che venivamo dal settore, quante opportunità stavano perdendo i nostri clienti? Da lì è partita l’idea.

Chi compone il team di Muffin?

Il team è cresciuto molto nell’ultimo anno. Oggi siamo circa settanta persone. Sul fronte prodotto lavoriamo in una quindicina — full stack engineer, sviluppatori front-end e back-end — e abbiamo di recente avviato un team dedicato specificamente all’intelligenza artificiale. L’età media si aggira intorno ai 35 anni.

Il team di Muffin

Come si lavora ogni giorno in Muffin?

In modo distribuito. Abbiamo uffici a Torino, Roma, Castiglione delle Stiviere e una sede operativa a Trento. Molte persone lavorano in full remote o in modalità ibrida. Abbiamo standup mattutini per mantenere la coesione del team e un All-Hands Meeting mensile — un’ora in cui si condividono risultati, trend e cosa ha funzionato o meno, con spazio per domande da tutti i reparti. Due o tre volte l’anno ci ritroviamo tutti di persona: sono momenti fondamentali per creare empatia e contaminazione tra le diverse anime dell’azienda.

Avete attivato delle partnership?

Sì, sono parte integrante del nostro modello. Collaboriamo con il mondo bancario — abbiamo anche una società di mediazione creditizia nel gruppo — e con partner che distribuiscono la piattaforma attraverso integrazioni tecnologiche, tra cui Creditsafe e Teleconsul. I nostri partner ideali sono realtà che vendono prodotti o servizi incentivati e hanno bisogno di un sistema efficiente per portare le opportunità di finanza agevolata ai propri clienti.

Il settore è tradizionalmente dominato dalla consulenza. In cosa il vostro approccio è diverso?

Il consulente resta al centro del nostro modello — è un fattore determinante, non eliminabile. La differenza sta nel come lavora: la tecnologia automatizza i processi a basso valore aggiunto e libera il professionista per concentrarsi sul valore aggiunto. Non è la tecnologia che sostituisce il consulente; è la tecnologia che lo potenzia.

Come funziona concretamente la piattaforma? Cosa vede un imprenditore quando accede a Muffin?

L’imprenditore si registra e un sistema di enrichment automatico compila i dati dell’impresa. Da lì partono i primi matching. La vera peculiarità, però, è che non partiamo da “chi sei” per trovare bandi disponibili, ma da “cosa vuoi fare”: l’imprenditore racconta il suo progetto di investimento — un impianto fotovoltaico, una linea robotizzata, una fiera all’estero — e la piattaforma identifica tutte le opportunità: bandi, finanziamenti, prodotti assicurativi, provider qualificati.

Il secondo passo è il matching con il professionista più adatto per competenze. Un aspetto importante: se il consulente abbinato non soddisfa le aspettative, lo sostituiamo noi, senza che l’imprenditore subisca fermi progettuali. Sul fronte della prevenzione degli errori, la piattaforma invia notifiche in tempo reale su nuovi bandi pertinenti, anche prima della pubblicazione ufficiale. Tutta la gestione documentale e la rendicontazione avvengono in uno spazio collaborativo condiviso, eliminando il caos di mail, fogli Excel e cartelle Dropbox.

Come si integra il lavoro umano con quello della piattaforma?

La piattaforma automatizza ciò che un consulente non riesce ad assorbire per limiti oggettivi. Il monitoraggio continuo di migliaia di bandi, per esempio, è impossibile da fare manualmente: noi lo gestiamo con notifiche push, liberando il professionista per il vero valore aggiunto — la relazione con il cliente, la strategia, la qualità della pratica. Nel corso del 2026 rilasceremo ulteriori funzionalità basate sull’AI che automatizzeranno anche la compilazione di documentazione standard.

Quante PMI avete aiutato? Avete dati sui contributi ottenuti?

Abbiamo circa 1.400 clienti attivi, di cui un migliaio sono PMI e 500 professionisti. Sul fronte dei risultati, parliamo di alcune centinaia di milioni di euro di contributi complessivamente ottenuti. Serviamo imprese di ogni dimensione, dalla piccola società alla grande azienda quotata in borsa. Il denominatore comune non è il settore né la dimensione, ma la cultura: l’imprenditore che capisce che gestire i progetti di investimento con strumenti moderni è semplicemente la strada giusta.

Quanto costa Muffin e cosa si “rischia” nell’utilizzarla?

Sul rischio: nulla. Anzi, il vero rischio è non usarla e perdersi contributi a cui si avrebbe diritto. Sul costo: gli abbonamenti vanno da 300 a 14.000 euro l’anno, in base all’utilizzo. Chi ha già strutture interne o consulenti di fiducia può usare solo la tecnologia; chi vuole il servizio completo accede anche alla nostra rete di professionisti. Il nostro consiglio è partire con un piano base, testare la piattaforma e valutare. Molti dei nostri clienti più grandi sono arrivati esattamente così.

Muffin si definisce “la prima piattaforma digitale in Europa specializzata nella gestione integrata del ciclo completo di finanza agevolata”. Come intende mantenere questo vantaggio?

Esistono competitor seri che coprono singoli pezzi del ciclo; noi siamo l’unico progetto che integra l’intero percorso, dall’idea al finanziamento: bandi, competenze, finanza ordinaria, assicurazioni, provider. Questo non significa che siamo già i migliori in tutto — non ancora —, ma il progetto complessivo non ha attualmente equivalenti sul mercato europeo. Per mantenerlo, investiamo ogni anno oltre un milione di euro in tecnologia su un fatturato che nel 2025 si chiude intorno ai 6,5 milioni, e puntiamo su una tecnologia proprietaria abbinata a un servizio di altissima qualità.

Dove vede Muffin tra tre anni?

L’ambizione è che qualsiasi impresa italiana, piccola o grande, quando pensa a un incentivo o a un progetto di investimento, pensi prima di tutto a Muffin. Vogliamo essere la piattaforma di riferimento in Italia per PMI e professionisti. Non siamo abituati ai grandi annunci — preferiamo lavorare e lasciare che siano i risultati a parlare. Se ci riusciremo, cambierà in modo concreto il rapporto tra le imprese italiane e la finanza agevolata: da un sistema opaco e frammentato, a un processo trasparente e alla portata di tutti.

In un contesto in cui complessità e frammentazione frenano l’accesso ai contributi pubblici, l’approccio di piattaforma proposto da Muffin punta a colmare un gap strutturale. La sfida non è eliminare la consulenza, ma renderla più efficiente grazie alla tecnologia. E, soprattutto, fare in modo che le opportunità non restino inutilizzate.