Interposizione fittizia: spetta al Fisco provare l’elusione

 Interposizione fittizia: spetta al Fisco provare l’elusione

Spetta sempre all’Amministrazione Finanziaria l’onere di provare la natura elusiva delle operazioni economiche poste in essere dal contribuente, anche quando le stesse vengano realizzate attraverso l’interposizione fittizia di terze persone.

E’ questo il principio sancito dalla Suprema Corte di Cassazione che, con recente sentenza, ha respinto il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso una sentenza pronunciata dalla Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna, con la quale erano stati annullati due avvisi di accertamento emessi nei confronti di un contribuente che aveva donato, ai propri figli, alcuni terreni agricoli (ordinanza n.6276 del 2018 depositata in Cancelleria il 14/03/2018, Presidente Dott. Antonio GRECO).

Secondo i giudici della Corte di Cassazione, infatti “…non è ravvisabile abuso di diritto, pure invocato dall’Ufficio, avendo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità specificato che esso si traduce in un principio antielusivo che consente all’Amministrazione di disconoscere e dichiarare non opponibili le operazioni e gli atti in sé privi di valide ragioni economiche e diretti al solo scopo di conseguire vantaggi fiscali diversamente non spettanti (…), fermo restando che incombe sull’Amministrazione la prova del disegno elusivo (…): prova nella specie non fornita”.

Nel caso in questione, un contribuente aveva donato dei terreni agricoli in favore dei propri figli, i quali, nello stesso giorno, li avevano rivenduti ad una società.

A seguito di ciò, l’Agenzia delle Entrate notificava al donante due avvisi di accertamento, con i quali l’Ufficio sosteneva che la donazione effettuata dal contribuente in favore dei figli, in realtà, fosse stata fatta con un intento fraudolento. Nello specifico, l’Amministrazione Finanziaria riteneva che vi fosse stata una simulazione dell’atto di donazione e che, quindi, il donante, attraverso l’interposizione fittizia dei figli, avesse sostanzialmente venduto direttamente i terreni alla società, evitando, così, di versare l’imposta sulla plusvalenza realizzata.

Secondo l’Ufficio, quindi, gli effetti della vendita effettuata dai donatari in favore della società, si sarebbero realizzati direttamente in capo al genitore, il cui intento era, appunto, quello di ottenere un risparmio di imposta.

A seguito di ciò, il donante impugnava i predetti avvisi di accertamento evidenziando come gli elementi utilizzati dall’Agenzia delle Entrate per sostenere la natura fraudolenta della donazione non rispettassero i requisiti stabiliti dall’art.37, comma 3, del D.P.R. n.600/73 in materia di presunzioni. Tale norma, infatti, sancisce che “in sede di rettifica o di accertamento d’ufficio sono imputati al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti quando sia dimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona”.   

Sia i Giudici di primo grado che quelli d’appello accoglievano le doglianze sollevate dal contribuente.

Per tale motivo, quindi, l’Agenzia delle Entrate impugnava la sentenza di secondo grado dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, sottolineando, con il primo motivo di ricorso, come i Giudici d’Appello avessero erroneamente sancito l’inidoneità delle presunzioni utilizzate dall’Ufficio per affermare la natura elusiva dell’operazione posta in essere dal contribuente.

I Giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno ritenuto infondato tale motivo di impugnazione, affermando che “la C.T.R. , lungi dall’affermare che l’intento elusivo non si può ricavare da semplici indizi, seppur gravi precisi e concordanti, ha atteso con congrua motivazione l’inconsistenza degli elementi addotti dall’Ufficio a sostegno del preteso intento elusivo dell’operazione, in quanto superati dalle prove positive addotte dalla contribuente. Giova al riguardo precisare che la disciplina dell’interposizione fittizia, prevista dal D.P.R. 29 Settembre n1973, n.600, art.37, comma 3, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, come nel caso dell’interposizione fittizia, ben potendo attuarsi lo scopo elusivo anche mediante operazioni effettive e reali (…). Ma in casi del genere, come quello in esame, trattandosi di rapporti patrimoniali tra padre e figli, deve pur tenersi conto della libertà di pianificazione della propria successione da parte del genitore e del carattere genuino della donazione (…). … Il Giudice d’Appello…ha escluso, sulla base di una serie di accertamenti e valutazioni di fatto, che in capo al padre donante, potesse configurarsi, anche in via presuntiva …l’imputazione del reddito, costituito dalla plusvalenza derivante dalla cessione di un terreno (che sarebbe stata quindi effettuata dai figli quali meri soggetti interposti), stipulata nella stessa data dell’atto di donazione. E ciò sulla base dell’essenziale considerazione che detta area era stata venduta dai figli donatari ad una società per un corrispettivo quasi corrispondente al valore dichiarato nell’atto di donazione, e senza il riscontro di indici (quali: il versamento di acconti al donante; la partecipazione di questo alle trattative per la vendita), idonei a far pensare all’assenza dello spirito di liberalità e alla strumentalità dell’operazione finalizzata unicamente ad evitare il carico fiscale della plusvalenza”

Alla luce di quanto sopra esposto ne deriva, dunque, che spetta sempre al Fisco l’onere di provare che gli atti o i negozi giuridici posti in essere dai contribuenti siano privi di valide ragioni economiche e che, quindi, siano diretti esclusivamente al conseguimento di indebiti vantaggi fiscali.

Avv. Hiroshi Pisanello
Avv. Matteo Sances
www.centrostudisances.it
www.studiolegalesances.it

Matteo Sances e Hiroshi Pisanello

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