Istat: in Italia si è bloccato l’ascensore sociale

 Istat: in Italia si è bloccato l’ascensore sociale

CAPITOLO 1

L’ECONOMIA ITALIANA E IL SISTEMA DELLE IMPRESE: RETI, LEGAMI PRODUTTIVI, TERRITORIO

Nel 2017 si è consolidata la fase espansiva dell’economia internazionale: la crescita del Pil mondiale è stata del 3,8% rispetto al 3,2% del 2016. L’accelerazione della ripresa ha contribuito alla risalita dei corsi delle materie prime.

Nell’Uem la ripresa nel 2017 è stata sostenuta (+2,4%, dal +1,8% nel 2016). L’aumento del tasso di crescita è trainato dalla domanda estera netta, che ha offerto un contributo positivo di sei decimi, dopo averne sottratti quattro nel 2016. Nella media dell’anno sono tornati a crescere i prezzi al consumo (+1,5% rispetto al +0,2% del 2016)

In Italia la crescita è andata consolidandosi nel 2017: il Pil è cresciuto dell’1,5% (+0,9% nel 2016). Come nel 2016, a sostenere la ripresa sono stati gli investimenti fissi lordi, con un contributo di 0,6 punti percentuali; positivo anche il contributo della domanda estera netta (0,2 punti percentuali) che nel 2016 aveva frenato la crescita in egual misura.

È proseguita la risalita dei consumi delle famiglie. Il volume della spesa delle famiglie residenti è aumentato dell’1,4%, un ritmo analogo a quello del 2016.

Nel 2017 l’Italia ha beneficiato della ripresa del commercio internazionale. Il volume delle esportazioni di beni e servizi è cresciuto del 5,4%, quello delle importazioni del 5,3%. L’avanzo commerciale è stato di 47,5 miliardi, in leggera diminuzione rispetto all’anno precedente (49,6 miliardi). Al netto dei prodotti energetici, l’avanzo è invece cresciuto da 76,2 a 81,0 miliardi.

L’espansione dell’attività ha interessato tutti i settori produttivi, a eccezione dell’agricoltura: l’aumento del valore aggiunto è più marcato nell’industria in senso stretto (+2,1%), pari all’1,5% nell’insieme delle attività dei servizi, moderato nelle costruzioni (+0,8%).

La produzione industriale è aumentata del 3,6% (al netto degli effetti di calendario), rispetto al +1,9% nel 2016. Questo andamento ha interessato tutti i raggruppamenti di industrie ed è stato particolarmente intenso per i beni di consumo durevoli (+5,3%) e per i beni strumentali (+5,1%).

Per la prima volta dal 2008, l’indice della produzione nelle costruzioni ha mostrato una variazione positiva (+0,8%, al netto degli effetti di calendario), con un andamento particolarmente vivace negli ultimi mesi dell’anno.

Nel 2017 la crescita del valore aggiunto nei servizi di mercato è stata sostenuta in tutti i comparti. Le variazioni più elevate si sono registrate nel comparto dell’alloggio e ristorazione (+4,5%), nella logistica (+3,1%) e nel commercio (+2,3%).

Nel biennio 2015-2016 l’economia è tornata a crescere nel Mezzogiorno, dopo sette anni di contrazione: il Pil in volume è aumentato del 2,4%, un valore superiore a quello medio nazionale (+1,9%).

Nel 2017 l’inflazione in Italia ha registrato una variazione positiva (+1,3%) dopo tre anni di stagnazione. Alla ripresa dell’inflazione ha contribuito in particolare l’aumento dei prezzi dei beni energetici (+4,5%) dopo la prolungata fase di contrazione iniziata nel 2013. Sia l’indice generale sia l’inflazione di fondo (stabile intorno allo 0,8%) si mantengono due-tre decimi sotto la media Uem.

La ripresa del mercato del lavoro, iniziata a partire dalla seconda metà del 2014, è andata consolidandosi nel 2017. Nella media dell’anno gli occupati stimati dalla contabilità nazionale sono circa 284 mila in più rispetto al 2016, a fronte dei circa 324 mila in più registrati l’anno precedente.

In questo quadro un segnale importante proviene dalla ripresa del monte-ore lavorate che nel 2017 ha raggiunto quota 10,8 miliardi di ore, ormai vicina al recupero dei livelli pre-crisi (circa 11,5 miliardi di ore nel 2007).

I progressi sul mercato del lavoro si sono accompagnati a una dinamica salariale contenuta. Nel 2017 le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dello 0,6%, in linea con il minimo storico realizzato l’anno precedente ma in lieve accelerazione nell’ultimo trimestre (+0,8%). Le retribuzioni lorde di fatto per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno registrano un aumento dello 0,2%, contro lo 0,7% nel 2016.

Il costo del lavoro per occupato è cresciuto nel 2017 dello 0,4% mentre quello rapportato alle unità di prodotto è diminuito dello 0,1%, a testimonianza di una ripresa della produttività del lavoro (+0,4%).

L’indebitamento netto è sceso sotto i 40 miliardi di euro e la sua incidenza sul Pil è diminuita dal 2,5 al 2,3%. In diminuzione anche il rapporto debito/Pil, da 132,0 a 131,8%, e la pressione fiscale, da 42,7 a 42,5%.

Per il 2018 il Fondo monetario internazionale stima una crescita mondiale del 3,9%, associata al miglioramento delle prospettive nei paesi emergenti. Si profilano, tuttavia, segnali di incertezza legati all’evoluzione delle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina, alla prosecuzione del processo di normalizzazione della politica monetaria statunitense e agli effetti dei rialzi dei tassi sui mercati finanziari e valutari.

Per l’Uem gli indicatori anticipatori delineano prospettive di crescita in linea con i risultati del 2017. L’Economic sentiment indicator mostra un peggioramento del clima di fiducia degli imprenditori nel mese di marzo, a fronte di una sostanziale stabilità nella fiducia dei consumatori.

Nei primi mesi del 2018 le quotazioni del petrolio sono risultate in aumento rispetto ai livelli di fine 2017. Nella media del primo trimestre il Brent è stato scambiato a 67,1 dollari a barile (rispetto a 61,3 del quarto trimestre), raggiungendo i 71,4 dollari a fine aprile; nei primi mesi dell’anno il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro ha continuato ad apprezzarsi.

Gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell’economia italiana, pur se a ritmi moderati. Sulla base delle stime preliminari dell’Istat rilasciate lo scorso 2 maggio, nel primo trimestre del 2018 il Pil è salito dello 0,3% sul trimestre precedente. Nello stesso periodo la fiducia delle famiglie è risultata in crescita, mentre quella delle imprese è diminuita, mantenendosi però su livelli elevati.

Dal 2017 gli indicatori di monitoraggio sulla situazione socio-economica e ambientale prodotti dall’Istat (indicatori di Benessere equo e sostenibile-Bes) sono entrati a far parte del ciclo di programmazione. Si tratta di una novità di rilievo, andata a regime nel Documento di economia e finanza (Def) 2018: l’Italia è il primo paese a recepire istanze condivise in ambito internazionale, includendo nel bilancio aspetti importanti della qualità della vita, a complemento dei tradizionali indicatori economici.

Nel 2017, il benessere degli italiani misurato nel Def mostra un deciso miglioramento in cinque dei dodici indicatori considerati e un arretramento nei rimanenti sette. In positivo, presentano tendenze concordi da un triennio o più la riduzione della criminalità predatoria, il miglioramento nella partecipazione al mercato del lavoro e la riduzione della durata delle cause civili; in negativo, l’aumento della diseguaglianza e della povertà assoluta. Quest’ultima, secondo le stime preliminari nel 2017 interesserebbe l’8,3% dei residenti contro il 7,9% nel 2016.

CAPITOLO 2

IL LAVORO E LE RETI

Nel 2017 prosegue in Europa l’incremento del numero di occupati di 15 anni e più (+3,3 milioni, +1,5% su base annua). Il tasso di occupazione 15-64 anni è al 67,6% (+1,0 punti percentuali), con forti differenze tra paesi.

Il numero dei disoccupati nell’Unione europea è stato di poco inferiore ai 18,8 milioni nel 2017, in calo di circa 2,2 milioni rispetto all’anno precedente. Il tasso di disoccupazione diminuisce di un punto, al 7,6%.

I dipendenti a termine continuano a crescere anche nel 2017 all’interno dell’Unione europea (+680 mila, +2,5% rispetto al 2016), ma l’incidenza sul totale degli occupati rimane invariata (14,3%).

In Italia, la crescita sostenuta del numero di occupati continua anche nel 2017: +265 mila, l’1,2% in più. L’incremento ha interessato in particolare la componente femminile (+1,6% contro +0,9% degli uomini) e gli occupati di 50 anni e più (+344 mila unità, +4,4%) ed è diffuso a livello territoriale; il Mezzogiorno rimane l’unica ripartizione geografica con un saldo occupazionale ancora negativo rispetto al 2008 (-310 mila unità, -4,8%).

Per il quarto anno consecutivo il tasso di occupazione cresce in Italia, attestandosi al 58,0% nel 2017, ma è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue. Il riavvicinamento ai valori del 2008 si deve esclusivamente alla componente femminile (+1,7 punti dal 2008 in confronto a -3,1 degli uomini) anche se l’Italia si caratterizza per un tasso di occupazione femminile più basso della media europea (48,9% contro 62,4%). Si tratta del valore più basso dopo la Grecia.

Nel 2017, per il secondo anno consecutivo, in Italia aumentano gli occupati di 15-34 anni (+0,9%). Il tasso di occupazione cresce in tutte le classi di età, attestandosi al 40,6% tra i giovani di 15-34 anni (+0,7 punti percentuali), al 73,0% tra i 35-49 anni (+0,6 punti) e al 59,2% tra i 50 e i 64 anni, tra i quali si segnala l’aumento più consistente (+1,1 punti).

Si conferma il ruolo dell’istruzione quale fattore protettivo: nel 2017 il tasso di occupazione cresce per tutti i livelli di istruzione, ma l’incremento più elevato è per i laureati, che hanno quasi recuperato il livello del 2008 (-0,3 punti). Nel 2017 risultano occupati quasi otto laureati su dieci, due diplomati su tre e solo quattro persone su dieci con la licenza media.

Guardando i settori produttivi, nel 2017 quasi il 90% della crescita dell’occupazione è concentrata nei servizi. Gli occupati aumentano nell’industria in senso stretto ma a ritmo più contenuto rispetto al 2016 mentre per la prima volta dal 2009 la variazione è positiva anche nelle costruzioni (+0,9%). Il settore agricolo registra invece un calo dell’1,4%.

Nel 2017 il numero di ore lavorate dai dipendenti nelle imprese dell’industria e dei servizi privati aumenta del 3,9% rispetto al 2016. L’incremento è più ampio nei servizi (+4,2%) che nell’industria (+3,4%). Nel terziario l’aumento è dovuto alla crescita delle posizioni lavorative (+4,3%) mentre le ore lavorate per posizione si contraggono (-1,2%). Nell’industria, invece, a una minore crescita delle posizioni dipendenti (+0,9%) si affianca un incremento delle ore lavorate per posizione (+1,4%).

Le ore utilizzate di Cassa integrazione guadagni (Cig) diminuiscono in tutti i settori di attività economica.

Le posizioni in somministrazione nel 2017 sono 294 mila rispetto alle 238 mila del 2016 (+23,5%); l’aumento è stato del 71,1% tra 2013 e 2017.

L’aumento dell’occupazione riguarda sia i lavoratori dipendenti a tempo pieno (+99 mila, lo 0,8%) sia soprattutto i dipendenti a termine (+298 mila, +12,3%), mentre continuano a diminuire i collaboratori (-46 mila nell’ultimo anno).

Gli occupati part time sono 4,3 milioni, il 18,7% degli occupati, contro il 20,3% nell’Ue, con un’incidenza sul totale degli occupati stabile in entrambi i casi. Le donne sono i tre quarti degli occupati part time, sia in Italia sia nella Ue (73,3 e 73,6%).

Nel 2017 il numero dei disoccupati diminuisce del 3,5% (-105 mila), rafforzando la contrazione già segnalata nel 2016. Questa tendenza si rispecchia nella contestuale diminuzione del tasso di disoccupazione, che passa dall’11,7% del 2016 all’11,2%.

La ricerca di personale da assumere da parte delle imprese cresce in tutti i settori. Nel 2017 il tasso di posti vacanti registra un incremento di 0,2 punti percentuali, più marcato nei servizi.

Per il quarto anno consecutivo si riducono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, che nel 2017 sono sotto i 13,4 milioni. Il calo è stato meno intenso rispetto al 2016 ma comunque rilevante (-242 mila unità, -1,8%); rispetto al 2008 se ne contano quasi un milione in meno.

I giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati e non in formazione (Neet) scendono sotto i 2,2 milioni. Dopo il forte calo registrato nel 2016, la diminuzione è più debole nel 2017 (-25 mila, -1,1%), alimentata in gran parte dalle donne. Il segmento più numeroso tra i Neet è comunque costituito da persone in cerca di occupazione (898 mila persone, il 41,0% del totale).

CAPITOLO 3

LA POPOLAZIONE, LE RETI E LE RELAZIONI SOCIALI

Dal 2015 il nostro Paese è entrato in una fase di declino demografico. Al 1° gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni di residenti, con un’incidenza della popolazione straniera dell’8,4% (5,6 milioni). La popolazione totale diminuisce per il terzo anno consecutivo, di quasi 100 mila persone rispetto all’anno precedente.

La stima della popolazione straniera al 1° gennaio 2018 mostra un incremento di 18 mila persone rispetto all’anno precedente, come saldo tra ingressi, uscite e acquisizioni di cittadinanza. È dal 2016 che la variazione della popolazione straniera sull’anno precedente presenta valori modesti, soprattutto se comparati con quelli degli anni Duemila.

Si accentua l’invecchiamento della popolazione, nonostante la presenza degli stranieri caratterizzati da una struttura per età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo, con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani al 1° gennaio 2018.

Per il nono anno consecutivo le nascite registrano una diminuzione: nel 2017 ne sono state stimate 464 mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico.

Nel 2017 si stima che i nati con almeno un genitore straniero siano intorno ai 100 mila (21,1% del totale dei nati). Dal 2012 il contributo in termini di nascite della popolazione straniera residente è in calo. A diminuire sono in particolare i nati da genitori entrambi stranieri, con una stima pari a 66 mila nel 2017 (14,2% sul totale delle nascite).

Pur mantenendosi su livelli decisamente più elevati di quelli delle cittadine italiane (1,95 rispetto a 1,27 secondo le stime nel 2017), diminuisce il numero medio di figli delle cittadine straniere, come conseguenza delle dinamiche migratorie e della loro struttura per età che si presenta ‘invecchiata’ rispetto al passato.

Si diventa genitori sempre più tardi. Considerando le donne, l’età media alla nascita del primo figlio è di 31 anni nel 2016, in continuo aumento dal 1980 (quando era di 26 anni).

I nati in Italia da genitori stranieri costituiscono la cosiddetta seconda generazione in senso stretto. Considerando solo la popolazione minorenne, si stima che nel 2016 nel nostro Paese ci siano circa 700 mila ragazzi stranieri residenti nati da genitori entrambi stranieri.

Cresce il numero di ragazzi che acquisiscono la cittadinanza italiana per trasmissione del diritto dai genitori. Al 1° gennaio 2017 si contano circa 218 mila minori che hanno acquisito la cittadinanza italiana tra il 2011 e il 2016 (quasi il 30% del totale delle acquisizioni), di cui 169 mila nati in Italia.

Il saldo migratorio, positivo da oltre vent’anni, si contrae ma è in lieve ripresa negli ultimi due anni (stimato in 184 mila unità nel 2017): le immigrazioni dall’estero si sono ridotte da 527 mila iscritti in anagrafe nel 2007 a 337 mila stimati nel 2017. Le emigrazioni per l’estero invece sono triplicate, passando da 51 mila a 153 mila.

Nel 2016, delle 301 mila iscrizioni anagrafiche dall’estero circa l’87% riguarda cittadini stranieri. Nove paesi di provenienza (Romania, Brasile, Nigeria, Marocco, Pakistan, Cina, Albania, Bangladesh e India), nel complesso, coprono quasi la metà delle immigrazioni complessive.

Si contraggono le migrazioni dal Mezzogiorno verso il Centro-nord, aumentano quelle verso l’estero. Tra il 2012 e il 2016 gli spostamenti dal Mezzogiorno verso le regioni centro-settentrionali si riducono da 132 a 108 mila; al contrario, l’intensità dei flussi migratori dalle regioni del Mezzogiorno verso l’estero risulta quasi raddoppiata, da 25 a 42 mila.

L’analisi della mobilità residenziale per sistema locale, sintetizzata dal saldo migratorio tra il 2007 e il 2016, mette in luce saldi nettamente negativi per tutte le aree urbane del Mezzogiorno (centri urbani meridionali e territori del disagio). A queste si accompagna lo svuotamento del Mezzogiorno interno, già di per sé poco densamente popolato. Le connotazioni decisamente favorevoli nelle città del Centro-nord, città diffusa e cuore verde mettono invece in luce una capacità di attrarre immigrati grazie alle migliori condizioni favorevoli del mercato del lavoro.

CAPITOLO 4

IL VALORE AGGIUNTO DELLE RETI

Le relazioni sociali caratterizzano i tempi della vita quotidiana: in un giorno medio settimanale, il 61,5% del tempo che si passa da svegli si trascorre in presenza di qualcuno che si conosce (9h26′). Con i familiari coabitanti si passano 5h35′ e con altre persone 4h36′. Il tempo con altri diminuisce al crescere dell’età: si passa dalle 11h39′ dei bambini tra i 6 e i 13 anni alle 7h00′ degli anziani di 75 anni e più.

La carenza di relazioni diventa isolamento per gli anziani che vivono soli, i quali trascorrono il 70,0% del tempo in cui sono svegli senza alcuna compagnia (10h17′) e interagiscono con altre persone solo per quattro ore al giorno, soprattutto con familiari non coabitanti (65,1%), con amici (31,0%) e con vicini (3,9%).

In un giorno medio settimanale, le persone trascorrono da sole quasi cinque ore. È possibile individuare situazioni in cui il tempo trascorso in solitudine è eccessivamente carente. È il caso dei bambini tra 6 e 13 anni – che hanno poco tempo a disposizione per sperimentare la propria autonomia (solo 1h52′ contro circa 8 ore passate con familiari coabitanti) – e delle loro madri, che trascorrono da sole 3h31′,1h45′ in meno rispetto alle coetanee in coppia senza figli.

Il territorio in cui si vive influisce sulla composizione del tempo trascorso con le persone non coabitanti: nelle grandi aree urbane si passa più tempo con i propri amici rispetto ai centri più piccoli (il 59,5% contro il 51,8% delle piccole aree urbane e il 51,1% delle aree rurali), dove invece è maggiore il tempo dedicato a familiari non coabitanti. Si trascorre più tempo con i propri parenti non coabitanti nei territori del Centro-nord – città diffusa e cuore verde – mentre nel Mezzogiorno – centri urbani meridionali e territori del disagio – si passa più tempo con gli amici.

Passare del tempo con gli altri fa aumentare la piacevolezza della giornata. Il punteggio medio assegnato al tempo passato in compagnia, su una scala da -3 a +3, è di 1,75 contro 1,29 per il tempo da soli. Il punteggio massimo viene dato ai momenti passati con gli amici (2,32 punti), con cui si condivide soprattutto il tempo libero.

Due persone su tre incontrano gli amici nel tempo libero almeno una volta a settimana; il 18,3% li vede tutti i giorni, il 48,0% una o più volte a settimana. La frequentazione più assidua riguarda soprattutto i più giovani (nove su 10 li vedono almeno una volta a settimana) e decresce all’aumentare dell’età. Sono soprattutto gli uomini a vedere con maggiore frequenza gli amici (70,2% contro 62,4% delle donne).

Frequenta almeno una volta a settimana gli amici chi vive nel Mezzogiorno (Mezzogiorno interno 73,0%; altro Sud 69,1%; centri urbani meridionali 68,4%); incontrano meno spesso gli amici i residenti nel Centro-nord (città del Centro-nord 64,3%; città diffusa 64,6%; cuore verde 65,3%).

Il volontariato organizzato crea una rete di solidarietà e cooperazione, ricca di scambi e relazioni interpersonali. Nel 2016, il 13,2% della popolazione di 14 anni e più ha svolto almeno un’attività gratuita in forma organizzata, in particolare il 10,7% in associazioni o gruppi di volontariato, il 3,5% in altro tipo di associazioni, l’1,1% in partiti e lo 0,8% in sindacati.

La partecipazione al volontariato organizzato non è uniforme sul territorio italiano: è più elevata nelle aree con livelli di reddito medio-alti (città diffusa 17,1%; cuore verde 16,0%), più bassa in quelle più svantaggiate (Mezzogiorno interno 10,2%; altro Sud 9,3%; centri urbani meridionali 8,3%) e tocca livelli minimi nei territori del disagio (7,8%).

Le persone possono essere coinvolte in una pluralità di sistemi di relazioni e reti di diversa natura. Quasi 6 milioni di italiani di 14 anni e più (l’11,2%) hanno a disposizione sia una rete di amici, sia una rete di sostegno, sia la rete che si crea tra chi fa attività di volontariato organizzato. La quota di chi è inserito contemporaneamente in tutte queste reti è più alta tra le persone appartenenti ai gruppi sociali più benestanti (21,0% nella classe dirigente; 16,5% nelle famiglie di impiegati e 15,8% nelle pensioni d’argento) e nel Centro-nord (città diffusa 14,7%; cuore verde 13,5%).

Quasi il 60% della popolazione ha a disposizione la rete di amici e la rete di sostegno; sono soprattutto i giovani a trovarsi in tale condizione (il 70,0% di quelli tra i 14 e i 24 anni) e le persone appartenenti ai gruppi sociali con un’età mediamente più bassa, giovani blue-collar (65,8%) seguiti dalle famiglie di impiegati (64,0%).

Circa il 20% della popolazione può contare su una sola rete di relazioni: l’8,8% ha solo quella di sostegno, situazione molto frequente tra gli anziani di 75 anni e più (20,1%) e nelle famiglie degli operai in pensione (12,9%) e fra le anziane sole e i giovani disoccupati (11,4%). Il 10,4% ha solo la rete di amici, condizione più frequente nelle aree urbane del Mezzogiorno (territori del disagio 14,3% e centri urbani meridionali 13,1%) e tra le persone che vivono in famiglie a basso reddito con stranieri (14,4%).

In Italia circa 3 milioni di persone di 14 anni e più (il 5,8%) dichiarano di non avere una rete di amici, né una rete di sostegno, né partecipano a una rete di volontari organizzati. La quota di persone senza reti esterne alla famiglia è più alta tra le persone che vivono da sole (7,7%) ed è massima tra gli anziani di 75 anni e più (15,6%).

Essere parte di una o più reti sociali porta vantaggi in termini di benessere individuale, soprattutto alle persone più vulnerabili. Il 42,4% di chi vive con i familiari si dichiara molto soddisfatto per la propria vita rispetto al 33,5% di chi vive da solo. La coabitazione ha sempre un effetto positivo sulla valutazione delle relazioni familiari mentre le persone che vivono da sole sono la categoria più soddisfatta per le relazioni con gli amici e per il tempo libero.

Chi può contare sull’aiuto di parenti, amici o vicini esprime più spesso un giudizio positivo per la propria vita (43,2% contro 31,4% di chi non può contare su nessuno) e per le relazioni con gli amici (26,0% contro 13,1%). Più alta anche la quota di quanti dichiarano di fidarsi del prossimo (21,2% rispetto a 13,3%).

Il 42,9% di chi frequenta assiduamente gli amici si dichiara molto soddisfatto della propria vita, a fronte del 31,9% di chi vede gli amici molto raramente. Avere una vita sociale attiva ha inoltre un’associazione forte e positiva sulla fiducia interpersonale: tra chi frequenta assiduamente gli amici, il 21,0% esprime fiducia nel prossimo contro il 13,3% di chi li incontra molto raramente.

Più della metà delle persone attive in associazioni o gruppi di volontariato si dichiara molto soddisfatta per la propria vita (contro il 40% dei non volontari). La relazione positiva tra benessere e associazionismo è più netta con l’avanzare dell’età e ha effetti su diversi ambiti della vita; tra i volontari, è più alta la quota di molto soddisfatti per i rapporti con familiari e amici (rispettivamente 40,1% e 32,8%) e un volontario su tre ha fiducia nel prossimo e nel proprio futuro (contro il 18,1% dei non volontari).

Più ampia ed eterogenea è la rete sociale, maggiori sono le occasioni di contatto con cerchie di persone differenti e migliore è la percezione della qualità della propria vita. Tra le persone attive in associazioni e che hanno sia una rete di amici, sia una rete di sostegno, la quota di quanti esprimono piena soddisfazione per la vita supera il 50%. Le persone sole e senza reti sono, invece, le più insoddisfatte della vita, delle relazioni, del tempo libero e ripongono meno fiducia negli altri.

CAPITOLO 5

RETI DI SERVIZI: OFFERTA E DISEGUAGLIANZE TERRITORIALI

Nel 2015, la spesa per protezione sociale è stata in media il 28,5% del Pil nei paesi Ue, il 30,0% in Italia. Distinguendo tra prestazioni sociali in denaro e in natura, la prima tipologia predomina e l’Italia presenta il valore più elevato (22,0% del Pil).

Nel 2016, il 47,1% della spesa sanitaria pubblica è destinato alle prestazioni ospedaliere, il 20,3% all’assistenza ambulatoriale, il 15,8% all’assistenza farmaceutica e altri presidi medici, il 10,2% all’assistenza di lungo periodo; il resto si distribuisce nell’attività di prevenzione delle malattie e nelle altre funzioni di assistenza e per la gestione del sistema.

L’assistenza territoriale assorbe il 30,7% della spesa sanitaria pubblica. Questa è destinata per il 18,3% a funzioni di cura e riabilitazione, per l’8,2% a servizi di laboratorio di analisi, diagnostica per immagini, trasporto di pazienti o soccorso di emergenza e per il 4,2% a prestazioni di assistenza di lungodegenza.

La varietà di offerta di servizi sul territorio può anche essere valutata in relazione alla struttura demografica e ad altre caratteristiche della popolazione beneficiaria. Profili di offerta sanitaria più centrati sui servizi destinati agli anziani e alle persone con disabilità sono tipici delle aree del Nord e di una parte del Centro. Le Asl con profili di offerta più indirizzati all’assistenza clinica e diagnostica e meno ad anziani e persone con disabilità sono invece prevalenti nel Mezzogiorno, nel Lazio, in alcune zone del Veneto e nelle aree costiere della Toscana.

Nel 2015, operano in Italia 1.344 strutture ospedaliere del Ssn, per un totale di 217 mila posti letto, per l’83,9% destinati alla cura di patologie acute, per circa il 12% alla riabilitazione, e il rimanente alla lungodegenza. L’80% delle Asl garantisce l’offerta di Dipartimenti di emergenza di primo livello, circa il 50% quella di secondo livello. Ampie zone del Paese, in particolare nelle Isole, nel Lazio, in Abruzzo e in alcune parti del Nord-est, non sono in grado quindi di fronteggiare emergenze di particolare gravità, se non attraverso trasporti speciali.

Le regioni con la quota più elevata di mobilità ospedaliera in uscita sono Molise, Basilicata e Calabria (rispettivamente 26,7, 23,7 e 21,2% dei ricoveri dei residenti nel 2016); queste stesse regioni hanno la percentuale più bassa di cittadini soddisfatti per l’assistenza medica ospedaliera ricevuta nel luogo di residenza (25,6, 12,6 e 21,1% rispettivamente).

Le regioni più attrattive per l’assistenza ospedaliera sono la Lombardia e l’Emilia-Romagna, le quali effettuano, rispettivamente, 3,0 e 2,4 ricoveri in entrata per ogni ricovero in uscita dalla regione.

Nel 2015, la spesa dei comuni per i servizi sociali, al netto del contributo degli utenti e del Servizio sanitario nazionale, ammonta a circa 7 miliardi di euro, lo 0,4% del Pil. Circa il 40% delle risorse è destinato ai servizi e ai contributi per le famiglie con figli, un quarto della spesa è destinata ai disabili, circa il 20% agli anziani; quote inferiori sono rivolte al contrasto alla povertà e all’esclusione sociale (7,0%), alla gestione degli immigrati (4,2) e al contrasto alle dipendenze (0,4).

La principale fonte di finanziamento dei servizi sociali è costituita da risorse proprie dei comuni, che complessivamente coprono circa il 70% della spesa per i servizi sociali. Il contributo del fondo indistinto per le politiche sociali nel 2015 è inferiore di quattro punti percentuali rispetto al 2006 ed è in proporzione più alto nel Mezzogiorno rispetto al Centro-nord, dove è invece maggiore l’apporto delle risorse proprie dei comuni.

L’Italia è da tempo tra i paesi più longevi al mondo. Secondo le stime riferite al 2017, la speranza di vita alla nascita ha raggiunto 80,6 anni per gli uomini e 84,9 per le donne. Sul totale della popolazione, il valore più elevato si registra nella provincia di Firenze (84,1 anni), seguita dalla provincia autonoma di Trento (83,8 anni). Il valore minimo è rilevato nelle province di Napoli e Caserta (per entrambe 80,7 anni).

Alla nascita l’aspettativa di vita in buona salute a Bolzano è di quasi fino a 70 anni (69,3 per gli uomini e 69,4 anni per le donne) a fronte di una media nazionale di 60 anni per gli uomini e 57 anni e 8 mesi per le donne. I maschi della Calabria e le femmine della Basilicata sono invece ai livelli più bassi, con un’aspettativa di vita in buona salute alla nascita rispettivamente di 51,7 e 50,6 anni.

In Italia, il trasporto pubblico locale appare sottoutilizzato: gli utenti abituali di autobus, filobus e tram sono l’11,2% dei residenti di 14 anni e più. Nel 2016, quasi quattro italiani su cinque si spostano giornalmente per motivi di lavoro utilizzando mezzi di trasporto privati. Il tasso di motorizzazione è di 625 autovetture ogni 1.000 abitanti, largamente superiore a quello registrato nei maggiori paesi europei (555 in Germania, 492 in Spagna, 479 in Francia, 469 nel Regno Unito).

Nelle città italiane, il trasporto pubblico locale offre complessivamente circa 4.600 posti-km per abitante, in prevalenza con autobus e filobus (60,3%). La metropolitana (30,9%), il tram (7,1%) e la funicolare/funivia insieme ai trasporti per vie d’acqua (1,7%) completano la dotazione.

Nel biennio 2015-2016, l’offerta di trasporto pubblico locale ha recuperato parte della flessione registrata nel quadriennio precedente, ma è ancora inferiore del 2,2% rispetto a quella del 2011. Dalla recente ripresa sono rimaste escluse le città del Mezzogiorno, che nel periodo 2011-2016 hanno accumulato una perdita di 11,6 punti percentuali contro i 6,2 delle città del Centro e lo 0,4 delle città del Nord.

Tra il 2011 e il 2016 si modifica anche la ripartizione dell’offerta. Nei comuni capoluogo/aree metropolitane, l’offerta di autobus e filobus è diminuita del 12,6%, l’offerta del tram è aumentata del 3,7% e quella della metropolitana del 18,1%. Questo è corrisposto a una generale riduzione dell’offerta, cresciuta solo in pochi casi (ad esempio, Brescia e Milano).

La rete delle organizzazioni non-profit fornisce sostegno e servizi alla popolazione in maniera complementare, e in parte parallela, a quella dei servizi pubblici. Nel 2015, le istituzioni non-profit attive in Italia sono oltre 330 mila, l’11,6% in più rispetto al 2011, e impiegano complessivamente 788 mila dipendenti e 5,5 milioni di volontari, entrambi in aumento di circa il 16%.

L’area della cultura, sport e ricreazione è il settore di attività prevalente delle istituzioni non-profit (65%), seguito a lunga distanza dal settore dell’assistenza sociale e protezione civile (9,2%). Più di un terzo delle istituzioni non-profit ha come finalità il sostegno a soggetti deboli o in difficoltà. Il 20,4% si dedica alla promozione e tutela dei diritti, il 13,8% alla cura dei beni comuni. Quasi la metà è comunque impegnata su più fronti.

Redazione

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