Jobs Act e crisi economica: dinamiche, prospettive, focus su giovani e donne

 Jobs Act e crisi economica: dinamiche, prospettive, focus su giovani e donne

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Durante la recessione il lavoro ha assunto forme nuove e spesso inconsuete. Le strategie messe in atto per tamponare gli effetti della crisi hanno generato comportamenti di difficile lettura con le tradizionali categorie interpretative del mercato del lavoro. Di qui la scelta dell’Isfol di condividere e discutere – nel convegno “Lavoro e crisi economica” – le evidenze degli studi condotti dall’Istituto sulle dinamiche più recenti e sulle riforme varate negli ultimi anni.

Durante l’incontro, che ha visto la partecipazione dell’On. Teresa Bellanova, sottosegretaria di Stato al Lavoro e alle Politiche Sociali, è stato sottolineato come l’obiettivo del processo di riforma fosse la riduzione della flessibilità al margine, vale a dire la contrazione del ricorso alle forme di lavoro atipiche e il corrispettivo aumento dei contratti tipici. Gli interventi messi in campo hanno agito cercando di modificare, tramite incentivi e disincentivi, i comportamenti dei datori di lavoro. Ebbene le analisi dell’Isfol sulle attivazioni di rapporti di lavoro hanno registrato un aumento di nuovi contratti a tempo indeterminato, in particolare attraverso la trasformazione di contratti a termine, sotto la spinta di un incentivo di tipo economico (tramite lo sgravio triennale disposto dalla legge di stabilità 2015) e di uno di tipo normativo (il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act). Rimane da verificare se tali incrementi confermeranno un carattere strutturale o se le dinamiche osservate siano solo un effetto del combinato disposto di questi incentivi

I DATI

L’inizio del 2015 si è caratterizzato per i primi segnali positivi sul fronte economico: nel 1° trimestre il prodotto interno lordo ha fatto registrare una variazione positiva, che non si vedeva da oltre tre anni. La tendenza alla crescita è stata sostenuta anche nel 2° trimestre dell’anno (+0,7%), confermando l’uscita dalla fase recessiva (dati Istat).

Nella prima metà del 2015 è inoltre proseguito l’aumento del numero di occupati avviato dall’inizio dell’anno precedente, con una decisa accelerazione nel 2° trimestre. I nuovi contratti a tempo indeterminato hanno fatto registrare nella prima metà dell’anno un aumento di 250mila unità (+29%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a fronte di una flessione marcata del lavoro parasubordinato (-19%) e ad una sostanziale stabilità del lavoro a termine (dati sulle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Complessivamente la ripresa della domanda, degli investimenti e delle esportazioni, in aggiunta all’aumento dell’input di lavoro e al successivo incremento dell’occupazione stabile, consentono di formulare un bilancio positivo per la crescita e l’occupazione nella prima parte del 2015 e uno scenario favorevole per il 2016.

I primi dati ricavati dalle indagini sulle imprese in merito alle prospettive per il 2015 rivelano, infine, un aumento della fiducia da parte delle imprese e un aumento degli investimenti rispetto all’anno precedente (dati Istat).

Vi è tuttavia una pesante eredità del passato a causa della crisi, che ha provocato – oltre alla consistente diminuzione del numero di occupati e alla crescita delle persone in cerca di occupazione – da un lato una quasi costante diminuzione dei lavoratori a tempo indeterminato, soprattutto per i più giovani, e dall’altro un deciso aumento del lavoro su basi orarie ridotte, nella maggior parte dei casi con carattere di involontarietà.

La fase recessiva ha dunque portato a un maggiore utilizzo delle forme di lavoro atipiche, accentuando la tendenza delle imprese a servirsi del lavoro non standard in modo da ridurre i rischi legati alle fluttuazioni dei mercati.

I GIOVANI. TUTT’ALTRO CHE CHOOSY

La crisi ha impattato duramente sui giovani, cui di recente sono state rivolte importanti politiche pubbliche per migliorarne la condizione. Al riguardo l’indagine Isfol sulle transizioni dalla formazione al lavoro, che ha coinvolto 45mila giovani fra i 20 e i 34 anni, ha consentito di restituire la visione, tutt’altro che immaginifica, che i giovani italiani hanno del lavoro.

Diversamente da certe rappresentazioni, per i giovani sempre più spesso il lavoro ha una funzione strumentale ed è finalizzato principalmente al sostentamento economico e, in secondo luogo, al perseguimento dei propri interessi. Pur con alcune eccezioni, la coerenza tra il percorso di studi e le attività di lavoro assume sempre meno peso nella scelta del lavoro (per il 62,8% degli intervistati), a favore di un contesto occupazionale che garantisca buone relazioni tra pari (89,8%), una retribuzione adeguata (per il 92,5%) e soprattutto un livello elevato di salute e sicurezza sul luogo di lavoro (93,7%).

Non ha importanza quanto lungo sia l’orario di lavoro o quanto questo rappresenti un modo di agire la propria creatività o di esercitare la responsabilità o autonomia nel proprio ruolo; l’importante è che sia utile a costruire un’indipendenza economica. Emerge quindi una generazione che misura le proprie difficoltà, ma che ha tutt’altro che spostato il centro della propria progettualità dalla questione del lavoro. La richiesta, in sintesi, è quella di poter vivere e lavorare in un Paese dove siano garantiti i diritti minimi di cittadinanza attiva e dove la questione della tutela e sicurezza sul luogo di lavoro diventa prioritaria, anche prima della realizzazione personale.

LE DONNE E IL DESIDERIO DI AVERE ALTRI FIGLI: “VORREI MA NON POSSO”

La crisi economica ha avuto un impatto sui comportamenti riproduttivi e sulle intenzioni di fecondità delle famiglie. L’ultima indagine campionaria sulle nascite condotta dall’Istat in collaborazione con l’Isfol ha evidenziato, infatti, come la contrazione del comportamento riproduttivo (1,37 figli per donna nel 2014) abbia avuto solo parzialmente carattere volontario, dal momento che la numerosità familiare “attesa”, ovvero il numero medio di figli che le donne vorrebbero avere nella loro vita, risulta superiore a 2 figli per donna.

La crisi ha impattato, in particolare, sulla vita professionale delle neo-madri. Alcune di queste, che risultavano occupate al momento della gravidanza, non lo sono più dopo la nascita del figlio (22,3% delle occupate in gravidanza) e il dato è in aumento rispetto al 2005 (18,4 %). Più della metà delle madri che hanno smesso di lavorare ha dichiarato di essersi licenziata o di avere interrotto l’attività che svolgeva come autonoma (52,5%): quasi una madre su quattro ha subito il licenziamento, mentre per una su cinque si è concluso un contratto di lavoro o una consulenza.

Tra i motivi che hanno spinto le madri a lasciare il lavoro si osserva che rispetto al 2005 diminuiscono – pur restando decisamente prevalenti – le motivazioni riconducibili a difficoltà di conciliazione dei ruoli (dal

78,4% al 67,1%), mentre aumentano quelli legati all’insoddisfazione per il tipo di lavoro svolto sia in termini di mansioni che di retribuzione (dal 6,9 % al 13,5 %). Tra le occupate si registra invece un aumento delle difficoltà di conciliazione: dal 38,6% nel 2005 al 42,7% nel 2012. Tra gli aspetti del lavoro che causano più frequentemente difficoltà di conciliazione vi sono: la quantità di ore di lavoro, la presenza di lavoro a turni o di orari disagiati (pomeridiano, serale o nel fine settimana) e la rigidità dell’orario di lavoro.

LE PROSPETTIVE

È troppo presto per valutare in pieno l’efficacia delle riforme del mercato del lavoro più recenti. In particolare appare ancora complesso il processo di costruzione di tutele specifiche per affrontare e contrastare le emergenze sociali più rilevanti, come appunto quelle delle famiglie, delle donne e dei giovani. Questo processo comporta – a differenza degli interventi sulla flessibilità – un forte investimento pubblico e si scontra pertanto con la clausola della invarianza di spesa, che accompagna tutte le più recenti riforme del mercato del lavoro. Seppur è apprezzabile che alcuni risparmi (in particolare quelli realizzati con la riforma della Cassa Integrazione Guadagni) siano stati finalizzati per finanziare nuove tutele (si pensi all’ASdI, una prima forma di assistenza ai soggetti più bisognosi) e alle misure di promozione della conciliazione vita e lavoro, passi ulteriori devono essere ancora compiuti.

Per verificare quanto sin qui fatto, ed eventualmente adeguare ulteriormente le policy alle nuove emergenze, riveste importanza fondamentale la promozione e la valutazione di efficienti politiche attive del lavoro. Altrimenti quanti usciranno dall’occupazione, a fronte della nuova flessibilità, peseranno sul sistema di sicurezza sociale. In assenza di misure volte ad un’adeguata e repentina ricollocazione nel mercato, il peso della disoccupazione giovanile e di lunga durata potrebbe diventare insostenibile sia finanziariamente, che socialmente, inficiando i passi positivi sin qui compiuti.

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