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Kilometro Rosso: l’hub della conoscenza

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[dropcap]K[/dropcap]ilometro Rosso è un Parco Scientifico Tecnologico che sorge lungo l’autostrada A4 alle porte di Bergamo: un luogo che ospita aziende, centri di ricerca, laboratori, attività di produzione high-tech e servizi all’innovazione. Ispirato alla multisettorialità ed alla interdisciplinarietà, è un campus che valorizza il dialogo tra cultura accademica, imprenditoriale e scientifica, la complementarietà e la specializzazione. La sua Mission è incentivare la crescita di un distretto della conoscenza, dell’innovazione e delle alte tecnologie, creando un punto di aggregazione di imprese dalla forte propensione innovativa e di istituzioni scientifiche e centri di R&S delle aree più evolute.
Della storia del Kilometro Rosso, di cosa ha realizzato finora e dei rapporti tra il Parco Scientifico Tecnologico e il sistema delle imprese abbiamo parlato con Leonardo Marabini, Direttore Commerciale e Marketing di Kilometro Rosso.

Quando è nato Kilometro Rosso e su idea di chi?
«Kilometro Rosso è nato nel 2003, con un’operazione di lancio di portata nazionale, fatta di eventi, mostre, convegni, che hanno visto partecipare tra gli altri l’allora Presidente della Repubblica Ciampi ed alcuni Ministri. La società di gestione ha iniziato la propria attività formalmente a settembre di quell’anno. L’idea di Kilometro Rosso è stata di Alberto Bombassei, fondatore e presidente della “Brembo”, che a tutt’oggi è anche presidente di Kilometro Rosso stesso».

Dall’anno della fondazione a oggi cosa avete realizzato e cosa è cambiato – se è cambiato – nel modo di improntare il vostro lavoro?
«Anzitutto va premesso che dieci anni di vita per un Parco Scientifico sono ancora pochi: si tratta di iniziative che per funzionare a pieno regime necessitano normalmente di almeno 15-20 anni. Detto questo, abbiamo comunque realizzato già molto, e mi riferisco in particolare ai progetti di collaborazione tra le varie aziende insediate (che noi chiamiamo “Partner Ufficiali” e che oggi sono già 42), ma anche tra queste stesse e il mondo esterno, fatto di altre aziende, di università, di istituzioni, di liberi professionisti, etc. L’elenco dei successi ottenuti, dei progetti che meriterebbero di essere raccontati, è davvero lungo, per cui preferisco sintetizzare con un accreditamento che ci è arrivato dal Censis, ente autorevole e indipendente, che ha classificato “Kilometro Rosso” come “una delle 10 iniziative d’eccellenza per l’innovazione in Italia”».

Perché è stata scelta come location proprio Bergamo, città più considerata a tradizione artigianale, che la vicina Milano, ad esempio?
«Se per “artigianale” intendiamo un’area di manifattura su scala ridotta, non sono d’accordo. Bergamo ha una provincia con uno dei più alti tassi in Europa di concentrazione di grandi industrie manifatturiere su larga scala e in diversi settori. La sola Valle Seriana è ancora oggi considerata la valle più industrializzata del Vecchio Continente. Detto questo, si spiega anche perché Kilometro Rosso è a Bergamo: il core business di un Parco Scientifico è quello di erogare servizi di consulenza e assistenza alle imprese fortemente orientate all’innovazione e che quindi investono molto in Ricerca&Sviluppo. E tipicamente la domanda di questo tipo di supporto proviene proprio dalle grandi aziende».

Km-3Quante persone vi sono attivamente coinvolte, qual è l’età media e quale il fatturato di una realtà come la vostra, in continua espansione?
«Oggi operano nel Parco Scientifico circa 1.500 persone stanziali, tra ricercatori, ingegneri, tecnici, ma anche personale amministrativo e in generale altamente qualificato. Oltre a loro, c’è un indotto di visitatori, clienti, fornitori, partner esterni che porta Kilometro Rosso ad ospitare mediamente tra le 1.700 e le 2.000 persone. L’età media nel Parco è di poco più di 30 anni, quindi molto giovane. Il fatturato di Kilometro Rosso spa non è un dato di per sé rilevante: può suonare strano affermarlo, ma un progetto come questo nasce più con scopi filantropici che con l’intento di fare profitto. La mission del Parco è quella di creare nel medio-lungo periodo delle ricadute in termini sociali, occupazionali e culturali, e di elevare il livello competitivo delle imprese del territorio cui afferisce, tramite appunto un maggior contenuto innovativo dei suoi prodotti e servizi».

Quali le difficoltà che avete incontrato?
«In tutta onestà, una difficoltà costante è quella di ottenere dal Governo (di qualsiasi colore) un supporto che vada al di là di quello morale. Le pacche sulle spalle fanno piacere, ma sono anni che diciamo che sarebbe opportuno dare concretezza a questi incoraggiamenti. In altri termini, viviamo la difficoltà di essere un’iniziativa privata, finanziata al 100% da capitali privati e quindi come poche al mondo: sono più i vantaggi degli svantaggi, ma tra questi ultimi rientra sicuramente la fatica di coinvolgere il Governo, nonostante da sempre ci professiamo aperti all’ingresso in società anche da parte della componente pubblica. Di fatto, una governance mista pubblico-privato è il modello che nel mondo si è rivelato vincente, in questi ambiti».

Innovazione: motore di crescita per le imprese, grandi, medie o piccole che siano. Lo si sente sempre dire, ma spesso capita che, soprattutto nelle pmi, ci sia ancora una certa reticenza ad investire in innovazione e tecnologie. Cosa fate per diffondere sempre più una cultura innovativa?
«Anche in questo caso, non sono del tutto d’accordo. Vi sono molte pmi che investono in innovazione e tecnologie. Per fare un esempio, delle 42 realtà insediate in Kilometro Rosso, 30 sono pmi, ovvero la grande maggioranza. Detto questo, sono invece d’accordo sul fatto che serva comunque una maggior diffusione della cultura dell’innovazione. Cosa facciamo a tale scopo è tanto semplice quanto – io credo – efficace: una costante opera di sensibilizzazione fatta di incontri, conferenze, seminari tecnici, ma anche corsi di formazione, divulgazione di notizie interessanti in ambito “R&D”, e creazione di collaborazioni tra aziende su progetti innovativi specifici, dove per osmosi e contagio virtuoso gli uni imparano dagli altri».

Kilometro Rosso1Parlando con gli imprenditori mi sono resa conto che non spesso il vecchio modo di fare impresa viene benevolmente sostituito con quello nuovo: più improntato ai mercati globali, più propenso a guardare oltre i “nostri” confini, più tecnologico…Cosa potreste dire per spronare un’azienda a cambiare modus operandi e a modernizzarsi?
«Come sempre la fame aguzza l’ingegno, ovvero la crisi ha offerto agli imprenditori l’opportunità di cambiare mentalità, e io sto constatando che questo è successo, quantomeno a quelli che in effetti non solo sono sopravvissuti alla crisi ma anzi stanno beneficiando del cosiddetto “effetto rimbalzo”. Le nuove politiche industriali e strategie messe in atto per rimanere a galla si stanno rivelando efficaci anche per ricuperare le quote di mercato perse e per conquistarne di nuove. Noi insistiamo molto su due concetti molto diversi, quasi diametralmente opposti fra loro: la “co-opetition” e la “cross-fertilization”. Nel primo caso, si tratta di convincere l’imprenditore a collaborare col proprio concorrente, su più fronti, ed è una cosa che per esempio sta accadendo in seno al consorzio “Intellimech” per la meccatronica, il cui laboratorio ha sede in Kilometro Rosso, e che vede collaborare nella realizzazione di prototipi e tecnologie innovative 18 aziende spesso anche concorrenti fra loro. Nel secondo caso, si tratta di persuadere l’imprenditore a lasciarsi contaminare da settori anche molto differenti, per scoprire che una data tecnologia che magari è obsoleta nell’ambito da cui proviene (o comunque è acquisita da tutti e quindi non costituisce più un vantaggio competitivo) può diventare innovativa se non addirittura rivoluzionaria quando trasferita ad un nuovo settore, ovvero quello in cui lui opera. In questi anni abbiamo accumulato una vastissima casistica in questo senso, penso che potremmo scrivere un libro sugli esempi virtuosi di “contaminazione” che siamo riusciti a suscitare e far concretizzare».

Territorialità: quanto conta per una realtà come la vostra? Quanto invece dev’essere ampliata sia sul territorio nazionale sia su quelli internazionali per non fare l’errore del tradizionale “campanilismo” italiano?
«Per noi è fondamentale. Basti pensare che la nostra brochure in copertina reca la scritta “Kilometro Rosso e il suo territorio”, e su 40 pagine, quasi la metà è dedicata ad una lunga illustrazione del territorio su cui insistiamo, i fattori di attrattività, i vantaggi che il sistema Bergamo (ma anche il “sistema Lombardia”) offrono al potenziale investitore italiano e straniero. Se il nostro Parco Scientifico è attrattivo, lo è in quanto collocato in un territorio d’eccellenza sotto molti profili (culturale, sociale, finanziario, non a caso l’Ue considera la Lombardia uno dei quattro motori dell’economia europea assieme a Baden-Württemberg, Catalogna e Rhône-Alpes).  Il problema è sempre a livello nazionale, perché paradossalmente siamo più conosciuti all’estero che non tra i confini nazionali. In Italia c’è la storica incapacità di valorizzare opportunamente le proprie eccellenze, e questo purtroppo non solo per quanto riguarda il nostro settore specifico».

I giovani: quali opportunità potete loro offrire e quanto know how hanno loro da dare?
«Devo anzitutto specificare che non è la Kilometro Rosso spa a offrire direttamente delle opportunità, ma le aziende partner insediate al suo interno. La Kilometro Rosso spa è infatti una piccola società con meno di dieci persone in organico, che svolge un ruolo di supporto e coordinamento. Le opportunità, per giovani e non, sono quindi date dal “sistema Parco”. E sono in termini occupazionali (in controtendenza, molte aziende insediate hanno assunto forza lavoro giovane in questi ultimi anni), di ambiente dinamico, fertile, creativo, e in termini di contatto. Pare banale, ma non lo è: spesso le difficoltà dei giovani sono nel primo approccio con qualsivoglia interlocutore, sia un’azienda o un’istituzione. Noi in questo siamo dei facilitatori, cui i giovani che lavorano per le aziende insediate si appoggiano volentieri. È chiaro che, au reverse, i giovani portano sempre in eredità un patrimonio di idee fresche, menti sveglie e reattive, entusiasmo che è nostro preciso compito cercare di non smorzare (come purtroppo altrove spesso accade), ma anzi incoraggiare e coltivare».

Quali progetti importanti avete in cantiere per i prossimi anni?
«Stiamo cercando di dare ufficialità al progetto “Expo” in Kilometro Rosso, di cui i media stanno già parlando da mesi: una mostra specialistica sulle tecnologie applicate al settore dell’alimentazione. Abbiamo inoltre trattative d’insediamento di importanti realtà imprenditoriali e associative, che purtroppo in questa fase è prematuro nominare. In generale, contiamo di portare a compimento l’edificazione del Parco, che oggi conta già 6 edifici diversi, entro al massimo altri 10 anni, per raggiungere un totale di circa 80-90 aziende insediate e 3.000, forse 3.200 persone. Il che farebbe di Kilometro Rosso il principale Parco Scientifico italiano per dimensioni, anche se siamo già tra i primi in questo senso».

Km-4Cosa non vi aspettavate di realizzare al momento della nascita di Kilometro Rosso e invece si è realizzato? Cosa invece avete ancora tra i progetti “nel cassetto”?
«Onestamente mai mi sarei immaginato che il Massachusetts Institute of Technology, il mitico M.I.T. di Boston, venisse a cercarci per proporre una collaborazione! Il tempio della tecnologia mondiale, che nei decenni ha sfornato qualcosa come 63 premi Nobel, che ci viene a trovare perché interessato all’avanguardia tecnologica di molte delle aziende Partner, e questo è successo quando avevamo solo 3 anni di vita o poco più. Molte altre cose erano solo un sogno, ma sono successe. Mi piace citare la presenza di Italcementi, un altro grosso gruppo industriale bergamasco che ha creduto nel progetto e ha investito pesantemente, ma anche l’Istituto Mario Negri, uno dei maggiori enti di ricerca mondiali in ambito biotecnologico, che ha realizzato il proprio modernissimo Centro di Ricerca proprio in Kilometro Rosso; per non dire dell’Università di Bergamo, che ha sposato l’iniziativa e oggi ha il suo “Centro per l’Innovazione” nel Parco. Non dico che non ce l’aspettavamo, ma i tempi con cui hanno deciso e la convinzione con cui accompagnano il progetto sono state sicuramente delle sorprese positive. Per quanto riguarda i progetti nel cassetto, non posso certo rischiare di bruciarli parlandone con troppo anticipo. Diciamo che ci sono idee interessanti che abbiamo dovuto mettere in stand-by temporaneamente ma che sono certo torneranno d’attualità, tra queste posso citare il progetto di una scuola internazionale in lingua straniera, che segua i bambini sin dai primissimi anni scolastici fino a che saranno ragazzi maturi e maggiorenni. E molti altri progetti ancora».

Quali sono le caratteristiche imprescindibili che deve avere una start up per avviarsi e soprattutto per cercare di restare sul mercato e quali gli errori che non dovrebbe mai commettere?
«Parto dal basso: non ho personalmente lezioni da dare alle aziende “storiche”, fondate e guidate da persone che con rare eccezioni hanno più esperienza, fiuto e competenza del sottoscritto. Posso solo ribadire il concetto prima citato dell’apertura mentale, dell’aprirsi alla collaborazione con terzi, per non rischiare di fossilizzarsi e rimanere indietro rispetto ad un nuovo scenario di riferimento in cui si fa impresa non più come 40 anni fa, ma nemmeno come 10 anni fa. Per le start-up, sarebbe troppo facile andare su “Google” e trovare un’ampia letteratura di consigli, di “do’s & don’ts”. Ma basta usare buon senso e credo che tutto si possa riassumere in poche facili raccomandazioni: non partire a spron battuto ma spendere tempo (mi correggo: “investire tempo”) nell’analisi di mercato. Ovvero studio dei potenziali, delle barriere d’ingresso, della concorrenza potenziale, dello stato dell’arte delle tecnologie, delle facilitazioni per le aziende in quel settore. Fatto questo, attenersi ad un business model ben preciso come una cozza allo scoglio, senza improvvisare. Dopo questo, pianificare bene la propria attività, investimenti e budget per i primi 3-5 anni (in poche parole, un business plan ben fatto). Infine, scegliere con accuratezza i propri eventuali partner e verificare in maniera approfondita se avete gli stessi obiettivi di breve, medio e lungo periodo: anche a costo di discussioni o imbarazzi, ma è meglio arrossire prima che impallidire poi. Ho visto troppe start-up interessanti ed innovative “morire” a causa di diverbi tra i soci fondatori».

Alta formazione, materiali avanzati, biomedicale e salute, ecc…i vostri partner appartengono a svariati settori: avete in progetto di estendere le partnership anche ad altri settori? Se sì, quali?
«Di recente abbiamo visto l’ingresso del tessile-meccanotessile, grazie all’arrivo di un gruppo prestigioso e storico come Radici. I nostri obiettivi sono quelli di potenziare alcuni settori come l’ICT, e di ampliare ad altri oggi non ancora rappresentati in Kilometro Rosso, su tutti nanotecnologie e aerospaziale».

Network di imprese e fra imprese: quanto è importante per una realtà come la vostra?
«È semplicemente la cosa più importante. Al punto che se andiamo oltre la definizione classica di Parco Scientifico, quando mi chiedono “che cosa è Kilometro Rosso?” io rispondo invariabilmente “è un network di relazioni”. Di fatto i Parchi Scientifici servono anche a questo, ovvero a creare, favorire, sviluppare e consolidare relazioni, su due livelli. Il primo è quello a cui operano le aziende insediate al suo interno (anche per evitare che succeda quello che è successo in altri parchi scientifici o poli tecnologici, dove di fatto senza questo networking quotidiano tra le realtà insediate si è realizzato semplicemente un “condominio”, i cui abitanti non interagiscono fra loro); il secondo, è tra questi stessi e il mondo esterno, il mercato. Ricordiamoci che un parco scientifico, e Kilometro Rosso in particolare, non deve mai essere visto e gestito come se fosse un club elitario chiuso in sé stesso, ma esattamente il contrario: un sistema di relazioni aperto al mondo, un network senza confini, con la sola peculiarità che operando dal suo interno si agisce sfruttando un contesto privilegiato, molto dinamico e recettivo».

A livello nazionale quanti parchi tecnologici ci sono? Collaborate fra voi? Come avviene lo scambio di conoscenze?
«I dati ufficiali sono reperibili sul portale dell’Apsti (Associazione Parchi Scientifici Tecnologici Italiani), ma nella sostanza in Italia ve ne sono una quarantina. La collaborazione c’è ed è molto proficua, il che è raro in un contesto associativo di respiro nazionale. Non esiste uno standard per lo scambio di conoscenze (o, meglio, di informazioni) tra un Parco e l’altro: a volte è una semplice email o telefonata, altre volte vi sono dei momenti d’incontro programmati periodicamente, con temi specifici all’ordine del giorno, sulla base dei quali si decide se prendervi parte o meno. Si fa anche molto uso dei social network, da Linkedin a Twitter a Facebook a YouTube, e sovente anche i bandi nazionali per il finanziamento di progetti di Ricerca&Sviluppo vedono impegnati nella stessa compagine più parchi scientifici, unitamente ad atenei e aziende».

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Francesca Glanzer

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