La crescita dell’Emilia-Romagna passa solo dall’export

 La crescita dell’Emilia-Romagna passa solo dall’export

Bursi

Tiziano Bursi è professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese presso la Facoltà di Economia Marco Biagi dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Con lui ci siamo confrontati sull’azione delle imprese emiliano-romagnole che affrontano i mercati esteri.

Durante i lunghi anni della crisi, come si è comportato il sistema imprenditoriale della regione? Anche per le aziende emiliano-romagnole l’export ha rappresentato la salvezza?

Il sistema imprenditoriale della regione, ed in particolare la componente manifatturiera, ha subito una marcata battuta d’arresto come messo in luce da tutti i principali indicatori economici: produzione, investimenti, occupazione, esportazione. La fase di depressione della domanda interna con il calo generalizzato dei consumi ha sollecitato le imprese a rivolgersi ai mercati esteri accrescendo la presenza sui mercati già presidiati (in larga prevalenza mercato europeo) e avviando la penetrazione di mercati lontani poco familiari, ma con potenziale di sviluppo e di crescita elevato.

Quali sono stati i settori che hanno avuto le migliori performance?

Tutti i settori (manifatturieri) della Regione Emilia-Romagna negli ultimi anni hanno messo in luce “un cambio di pelle” con situazioni molto variegate al loro interno. Più che al settore nel suo insieme, occorre osservare le imprese ponendo attenzione alle loro strategie aziendali e di mercato, ai processi di riposizionamento, al consolidamento della loro presenza sui mercati esteri, alla qualificazione del capitale umano e alla dotazione di capitale di rischio. La mappa ci consegna un gruppo limitato ma significativo di imprese ‘’virtuose’’ che ha retto meglio la crisi e avviato una più rapida ripartenza; una parte significativa di imprese ‘’attendiste’’ che hanno aspettato che la crisi passasse, e un altro gruppo di imprese “perdenti” che non ce l’hanno fatta, per le quali la crisi si è sovrapposta ad una condizione di debilitazione pre-esistente e in ritardo all’appuntamento con il cambiamento.

Come giudica il posizionamento strategico regionale? Qual è la reputazione internazionale del sistema Emilia-Romagna?

La regione Emilia Romagna – insieme ad alcune altre regioni del Nord del Paese – rappresenta il motore manifatturiero alimentato da tante filiere, distretti industriali e punte di eccellenza rappresentate da numerose imprese: campioni “noti” e campioni “nascosti” leader di nicchia. È una somma di identità e vocazioni produttive. E questa articolazione rappresenta la sua principale forza anche se non ne cancella le debolezze.

Quali sono i punti di debolezza del sistema emiliano-romagnolo?

Sono quelli tipici dei sistemi costituiti da tante imprese (piccole, a controllo famigliare, sottocapitalizzate con un forte orientamento alla produzione e limitate competenze di marketing). Un sistema composto da tante filiere lunghe, frammentate, raramente trainate da aziende leader e quindi esposte a subire il mercato e gli attori che governano la distribuzione commerciale. Un sistema produttivo che – pur con diverse eccezioni – compete con un portafoglio prodotti ormai troppo simile a quello dei nuovi Paesi emergenti, con i quali non può competere sui costi con standard qualitativi sempre più comparabili.

Adesso che l’economia sembra entrata in una nuova fase di rallentamento, ritiene che le prospettive per le aziende esportatrici rimangano positive?

I mercati esteri non hanno le porte girevoli né le nostre imprese hanno puntato sui mercati esteri con intenti “tattici”. Inoltre il perdurare della debolezza della domanda interna non lascia altre opzioni; la crescita o meglio la sopravvivenza delle nostre imprese manifatturiere passa solo attraverso il consolidamento delle posizioni acquisite sui mercati esteri e sulla penetrazione in nuove aree di sbocco.

Viste le particolarità del tessuto imprenditoriale regionale, su quali Paesi dovrebbero puntare di più le aziende dell’Emilia-Romagna?

Consolidare in primis il presidio sui mercati vicini (fisicamente e culturalmente) frequentati con successo da tempo, ma rinnovando il loro vantaggio competitivo, arricchendo di contenuti il loro sistema di offerta. Data la vicinanza geografica (almeno per i Paesi europei) questi mercati possono essere serviti con l’esportazione e difesi con i denti. I mercati lontani (geograficamente e culturalmente) sono fuori dalla portata della maggior parte delle nostre imprese: troppo distanti, diversi, rischiosi, difficili da raggiungere e servire; troppo piccole e poco dotate di risorse materiali, immateriali e capitale umano le nostre imprese per affrontare la sfida di questi mercati.

Il fatto che le nostre imprese siano per lo più di piccole dimensioni rappresenta un ostacolo significativo ai processi di internazionalizzazione?

La dimensione (piccola) si rivela come il fattore sempre limitante lo sviluppo e il consolidamento della presenza sul mercato internazionale. Ciò è ancora più vero in uno scenario di una economia sempre più globalizzata ed interdipendente, affollata di nuovi ed aggressivi contendenti forti dei vantaggi di costo, veloci nell’apprendere e introdurre nuove tecnologie e capaci di acquisire spazi sempre più ampi sul mercato internazionale.

Gli strumenti messi a disposizione delle imprese che vogliono esportare, come Emilia-Romagna Go Global 2016-2020, il nuovo programma pluriennale di internazionalizzazione del sistema produttivo approvato dal Comitato Export & Internazionalizzazione dell’Emilia-Romagna, secondo lei sono efficaci? Bisognerebbe fare di più? Se sì, in che direzione bisognerebbe lavorare per aiutare le nostre imprese a internazionalizzarsi?

Tutto aiuta. Dipende qual è l’obiettivo e di conseguenza ne discendono le strategie, le politiche, le risorse da mettere in campo. L’obiettivo è quello di consentire al maggior numero di imprese (specie a quelle più piccole) di “vendere” un poco della loro produzione oltre confine? L’obiettivo è quello di consentire al nocciolo duro delle “medie” imprese della regione di radicarsi sui mercati esteri con forme organizzative stabili (investimenti diretti produttivi/commerciali)? E, infine, cosa intendiamo per internazionalizzazione: vendere all’estero? Esportare? Mettere basi stabili operando all’interno dei mercati esteri?

A livello di competenze, ritiene che le nostre imprese siano pronte a lanciarsi sui mercati esteri? Su cosa dovrebbero puntare per arricchire il proprio capitale umano e prepararsi alla sfida della globalizzazione?

La maggior parte delle nostre imprese (grandi e piccole) sono già presenti nei mercati esteri e pertanto non devono né lanciarsi, né scoprirli ora. Per quanto riguarda la globalizzazione, la maggior parte delle nostre imprese devono “rincorrerla” più che “prepararsi” ad affrontarla. Per quanto riguarda il capitale umano, la panchina è molto “corta” se non vuota di riserve da mettere in campo.

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