La crisi delle aziende non è solo colpa della pandemia e della guerra

 La crisi delle aziende non è solo colpa della pandemia e della guerra

Due anni di pandemia e le possibili ripercussioni dell’attuale crisi ucraina, hanno acceso i riflettori sulla condizione di vulnerabilità in cui vertono tante aziende italiane evidenziando molte lacune nel loro modo di fare impresa, come l’assenza di un sistema di pianificazione delle strategie di management e controllo societario.  “L’organigramma e il funzionigramma di molte aziende, quando sono presenti, non espongono presidi fondamentali e le giuste linee guida imprescindibili per una sana e corretta gestione – afferma Edoardo Corrado Caforio, amministratore unico della Abc Assevera SpA, azienda che fornisce consulenza alle aziende in materia finanziaria, tributaria, amministrativa e contabile -. Emerge inoltre che in molte realtà vige l’usanza di andare dal medico quando la salute scricchiola. Ad esempio, è consuetudine leggere le circolari dell’Agenzia delle Entrate ma si ignorano quelle di Banca d’Italia dove sono presenti protocolli che, se applicati (non solo alle entità finanziarie ma anche alle imprese), garantiscono il principio della sana e prudente gestione e non di meno della correttezza negli affari, nei rapporti con clienti e fornitori”.

Magari non saranno solo i protocolli a evitare una crisi ma di certo sono gli strumenti necessari per prevederla, attuando delle misure atte a fronteggiare e superare le difficoltà. Si stima che, applicandoli, si salverebbero 7 aziende su 10. “È nel maggior momento di prosperità e di calma che si devono attuare degli stress test simulando la crisi – spiega Caforio – così da essere pronti a fronteggiare e superare quel momento che differentemente diverrà un ostacolo invalicabile”

Anche gli accantonamenti finanziari sono un’ottima strategia di prevenzione perché permette all’azienda di rimanere sempre profittevole. Inoltre, è bene diversificare la gestione finanziaria.

Il carico fiscale è un tema delicato e la sua gestione necessita un approccio rigoroso e strategie performanti, che prevedano l’accantonamento delle risorse occorrenti e non il mero trattamento contabile. A esclusione delle grandi realtà, non sempre nell’organigramma aziendale sono presenti i profili professionali specialistici. “Se l’azienda è seguita in maniera puntuale, con l’applicazione di un modello standardizzato di studio, di ricerca e di applicazione, si possono ottenere enormi risultati sull’alleggerimento del carico fiscale – spiega Caforio -. Avvalersi di un consulente esterno specializzato può essere la soluzione, purché non diventi un ulteriore costo da sostenere”.

Infine, non è sempre vero che delocalizzare la propria attività migliora i profitti. “L’unica economia che si sviluppa in questi casi – conclude Caforio – è quella di amplificare le proprie spese, dovendo corrispondere laute parcelle ai professionisti che gestiscono questi beni all’estero o si occupano dell’attivazione delle operazioni di internazionalizzazione”.

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