Una redazione di oltre 100 collaboratori, esperti delle tematiche che stanno a cuore alle imprese

La leadership di Trump? No, grazie

Stefania Contesini, filosofa, formatrice, counselor filosofica e coach, risponde con questo scritto all’articolo di Ugo Ravaioli pubblicato lunedì 14 novembre (Trump e la leadership). Il dibattito è aperto.

La capacità di portare a casa dei risultati, ossia la pura efficacia rispetto allo scopo, non può essere giudicata in sé, astraendola dal contesto in cui tale capacità agisce, dalla qualità degli scopi e dai metodi di cui ci si avvale per perseguirli.

Possiamo considerare quello di Trump, pur con tutti i distinguo del caso, uno stile di leadership da cui prendere esempio?

La risposta è no. Non perché l’articolo non riconosca, citando anche autorevoli commentatori, tutti i limiti di questa leadership, ma perché ne isola un aspetto, il goal setting, come abilità discreta e strategicamente vincente e come tale degna di essere perseguita.

In questo modo si ricade nell’antico vizio che né fiumi di inchiostro sulla leadership partecipativa né il cambiamento di paradigma introdotto dalla Corporate Social Responsibility (CSR) hanno evidentemente scalfito. Si tratta della tendenza a considerare anche le competenze manageriali unicamente come delle competenze puramente tecniche, ossia strumentali rispetto allo scopo. Non importa quale sia il contesto di riferimento, la qualità (etica) del leader o la bontà dello scopo perseguito. Importante è unicamente l’efficacia del risultato.

La carta vincente di questa rappresentazione tecnico-scientifica del management è appunto la patente di neutralità che essa gli conferisce: il buon manager sarebbe colui che mette in atto modelli di comportamento strategici rispetto allo scopo (siano essi problem solving o comunicazione efficace), a prescindere dalle caratteristiche dello scopo medesimo (posso considerare efficace una comunicazione che centra l’obiettivo sebbene il contenuto del messaggio sia ingannevole o manipolativo). In realtà questa neutralità è solo presunta; essa sottende un sistema di valori e di credenze che sebbene implicito è perfettamente operante, ed è quello che considera l’efficacia del risultato come unico valore che valga la pena di essere perseguito.

Tutto il filone della CSR nato qualche decennio fa ha tentato di mettere in crisi o quanto meno di arginare questo modello di neutralità. Secondo il paradigma della CSR l’azione economica non deve essere valutata con parametri autonomi rispetto al resto delle azioni sociali, in particolare essa non può essere ritenuta moralmente neutra. Il manager o il leader di turno non può essere giudicato solo per la sua abilità strategica di portare a casa dei risultati ma anche per la qualità di quei risultati e per la modalità con la quale vi perviene. Non tutti i risultati hanno infatti hanno lo stesso peso: c’è differenza, ad esempio, tra risultati che hanno vita breve e altri che hanno un più ampio respiro e sono generatori di benessere e vero cambiamento (nell’esempio in questione: non basta vincere le elezioni ma occorre poi governare bene portando avanti le idee che sono state sostenute!). Tra le competenze del leader, dunque, oltre a quella puramente strumentale, il perseguimento di mezzi e comportamenti utili alla realizzazione degli obiettivi, deve necessariamente esservi anche la capacità di valutare criticamente quegli stessi obiettivi, le idee e le azioni che questi sorreggono e gli strumenti che li rendono possibile (nel nostro caso, siamo sicuri che questi ultimi non siano compartecipi della visione politica che il nuovo Presidente esprime?) e decidere in merito al loro perseguimento. Le due cose non sono separabili, se lo si fa – e cioè se si isola la capacità di produrre risultati rispetto a tutto il resto – significa che il resto non interessa.

Tornando a Trump: se c’è, e come abbiamo visto sono tanti, chi legittimamente lo stima come leader, per le sue idee e per gli obiettivi che si prefigge, apprezzerà certamente anche il modo vincente con cui ha saputo portare a termine la campagna elettorale. Chi invece non si riconosce in quelle idee e in quegli obiettivi farà fatica a ritagliare dal resto la competenza strategica che gli ha permesso di raggiungere quei risultati. E certamente non lo vorrebbe avere come capo.

Stefania Contesini

Stefania Contesini

Filosofa, formatrice, counselor filosofica, coach. Ha realizzato numerosi interventi di ricerca, consulenza e formazione nelle organizzazioni. È autrice di pubblicazioni su temi riguardanti la formazione, la consulenza individuale e organizzativa. Recentemente è uscito il suo saggio "La filosofia nelle organizzazioni. Nuove competenze per la formazione e la consulenza" (ed. Carocci).

Partecipa alla discussione

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.