La Mappa dinamica delle aziende

 La Mappa dinamica delle aziende

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[dropcap]G[/dropcap]li analisti hanno elaborato una serie di metodi patrimoniali, reddituali e finanziari per valutare un’azienda. Sul tema si è misurato a suo tempo anche Franco Modigliani, l’unico italiano vincitore del Premio Nobel per l’economia, e proprio seguendo il solco tracciato dai suoi studi Joel Stern, fondatore di una società di consulenza newyorchese che oggi ha il suo quartier generale a Monaco di Baviera, elaborò nel 1983 un modello che avrebbe poi trovato larga applicazione. Si chiama EVA, sigla che sta per Economic Value Added. Al di là di formule e calcoli, alla base di EVA c’è un concetto piuttosto semplice: il valore si crea solo se, sottraendo al rendimento del capitale investito il costo che quel capitale comporta, c’è un risultato superiore a zero.

Lo stesso concetto è valido anche per il cosiddetto capitale umano. Ma come valutare un’azienda sotto questo aspetto? Federica Broccoli e Flavio Cabrini, coautori di “Scegli chi aiuta” (un libro sulle tecniche di selezione del personale riproposto recentemente in una nuova edizione da Osm Network SA), hanno messo a punto un originale strumento: la Mappa dinamica delle aziende. “Va interpretata – si legge testualmente nel libro – come una scala che misura le potenzialità di successo sul mercato: la condizione dell’azienda migliora salendo dal basso all’alto”. E in basso, ai piedi della scala, nella mappa viene collocata quella che è definita l’azienda “rassegnata”. Sui successivi gradini figurano in sequenza l’azienda “diffidente”, l’ “autoritaria”, la “formale”, la “relazionale” ed infine in cima si trova l’azienda “emozionale”.

Per procedere alla classificazione i due autori hanno preso in esame diversi parametri, che vanno dal sistema di gestione delle persone alla qualità del rapporto con il mercato. Una volta sviluppata, la mappa si presenta come una griglia di 66 caselle, distribuite in 6 righe (quante sono le tipologie d’azienda) ed 11 colonne (i parametri considerati), che permette di effettuare  una sorta di autodiagnosi. Di ogni parametro vengono descritti i tratti distintivi mediante i quali riconoscere su quale gradino un’azienda va posizionata.

Ovviamente, passando da parametro a parametro, il gradino occupato non sarà forse sempre lo stesso: quello però sul quale si concentreranno più crocette sarà inevitabilmente il più indicativo.

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Per rendere meglio l’idea, prendiamo uno dei parametri più significativi: la considerazione in cui un management tiene il proprio capitale umano. Di un’azienda rassegnata è abbastanza sintomatico il fatto che ai suoi vertici sia radicata la convinzione che “Le persone lavorano solo per i soldi e appena possono se ne approfittano”. Un’azienda diffidente è portata a pensare che “è difficile trovare persone valide”. Nell’azienda autoritaria è quasi un dogma che “la gente non ha voglia di lavorare”. L’azienda formale guarda solo alla competenza, quella relazionale considera le risorse umane un investimento mentre quella emozionale le ritiene la sua vera ricchezza. Ma una volta fatta la diagnosi, quali sono le terapie? In proposito, Federica Broccoli e Flavio Cabrini dedicano un’ampia parte del loro libro agli “itinerari di miglioramento”, segnalando i pacchetti di intervento utili per scalare un gradino alla volta.

Che la produttività sia legata al clima che si respira in azienda  piuttosto che al tempo impiegato nelle attività lavorative lo ha confermato anche uno studio pubblicato sull’ultimo numero  del prestigioso Journal of Occupational Health Psychology. Lo ha curato l’italiana Mariella Miraglia, docente di comportamento organizzativo della Norwich Business School, nell’est dell’Inghilterra, avvalendosi della collaborazione di un collega canadese, Gary Johns. Lo studio ha analizzato i dati raccolti in una serie di ricerche effettuate in tutta Europa, esplorando cause ed effetti di due fenomeni divergenti: l’assenteismo e il suo contrario, cioè il presentismo.

Coniato da Mark Twain in una sua opera umoristica, il termine presentismo è stato adottato dagli psicologi del lavoro per definire un patologico stacanovismo: per timore di ritorsioni, per alienazione o altro si va al lavoro sempre e comunque, compreso quando si è malati. Spesso vissuto come una costrizione e fonte di stress, il presentismo è una caratteristica delle aziende che attuano severe politiche per ridurre l’assenteismo e speculano sul precariato. Eppure, sotto il profilo della produttività, il presentismo causa molte più perdite dell’assenteismo. Nel solo Regno Unito il loro ammontare è stimato in 21 miliardi di sterline all’anno.

Ugo Ravaioli
Responsabile Media Relations di OSM Network

Ugo Ravaioli

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