La scoperta del gas egiziano: le opportunità

 La scoperta del gas egiziano: le opportunità

Come noto, l’ENI ha scoperto un mega giacimento offshore di gas in Egitto; in base ad una stima prudenziale, si tratta di fino a 850 miliardi di mc.

Questo, a meno di sorprese – ad esempio complicanze del caso Regeni – non potrà non avere notevoli conseguenze geopolitiche, nonché effetti sulle quotazioni delle fonti energetiche.

La scoperta dovrebbe interessare anche le imprese che fanno export ed internazionalizzazione, perché i benefici della scoperta sono previsti a breve termine: l’Egitto potrebbe diventare un eccellente mercato, tra l’altro a poca distanza dall’Italia.

Però ci sono alcuni ma, ed il primo è che la politica Occidentale nell’area deve cambiare radicalmente.

Nel caso delle imprese italiane, purtroppo l’Italia ha sì cambiato radicalmente politica, ma in senso molto negativo – un paese “in rotta” con l’Egitto è un fattore particolarmente negativo per le PMI.

1) IL GIACIMENTO DI GAS E LE SUE POTENZIALITÀ

Il giacimento si trova nel prospetto esplorativo Zohr, di cui l’ENI detiene il 100% del permesso.

Con una superficie di 100 Km. quadrati, la sua capacità viene prudenzialmente stimata a 850 miliardi di mc, ovvero 5,5 miliardi di barili equivalenti.

Nello specifico, si tratta di gas di ottima qualità e facilmente estraibile: ‘… è metano, povero di condensati, di anidride carbonica e di zolfo …’

L’ENI prevedeva quindi tempi rapidi per l’inizio dello sfruttamento (con qualche mese necessario per le licenze), nonché di sfruttare a pieno regime l’impianto di gassificazione di Damietta, attualmente fermo.

Il giacimento di gas si trova al largo della costa egiziana

Sottolineo un aspetto fondamentale, ovvero che il giacimento si trova nel Mediterraneo: per arrivare in Italia (ed in Europa), il gas non deve passare per aree altamente instabili o stretti rischiosi e/o infestati dai pirati.

La relativamente breve distanza implica inoltre la rapidità di tutti gli aspetti pratici, dalla logistica alla spedizione.

Infine, le rotte marittime sono facilmente difendibili; oltretutto, al momento non vi sono minacce marittime rilevanti nel Mediterraneo.

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2) CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLA SCOPERTA

La scoperta cambia totalmente le prospettive dell’Egitto, fino ad ora noto solo per la grande popolazione (è il paese arabo più popoloso, con circa 100 milioni di abitanti reali stimati) e la non adeguatezza delle risorse energetiche; sottolineo che l’Egitto aveva firmato contratti per importare gas da Israele ed altri paesi.

Con un’altissima percentuale di giovani, il 40% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.

Come in altri paesi, si è fatto ampio ricorso alle sovvenzioni alimentari per la popolazione.

La situazione economica è quindi estremamente delicata, tanto più che una popolazione in forte crescita implica necessità di grandi fonti energetiche.

Un simile giacimento potrebbe garantire non solo l’autonomia energetica del paese, ma anche le esportazioni di gas.

Ovviamente, energia a sufficienza implica sviluppo economico; maggiori entrate significano un migliore tenore di vita ed un’espansione del mercato interno.

È prevedibile che il governo egiziano cercherà di prendere la palla al balzo e trasformare la realtà economica del paese.

Tutto ciò significherà inevitabilmente un notevole incremento dell’import, con la probabile precedenza al settore agroalimentare (e meccanico) – sia per via delle necessità alimentari già viste, sia perché il 57% della popolazione non è urbanizzato.

3) CONSEGUENZE GEOPOLITICHE

La scoperta cambia radicalmente la situazione geopolitica: l’Egitto potrebbe raggiungere una stabilità finora inimmaginabile; inoltre, potrebbe diventare un attore di primo piano.

Ricordo l’importanza fondamentale del canale di Suez, appena raddoppiato; ricordo anche che l’Egitto era caduto nelle mani dei radicali. Un Egitto più stabile e prospero garantirebbe la sicurezza delle rotte marittime verso i paesi produttori di petrolio e l’Asia.

Invece di una possibile “miccia” accesa, potrebbe diventare un elemento stabilizzante per l’intera regione – oltre che un nuovo mercato per le imprese.

Prima della deposizione (con la “benedizione” occidentale) di Mubarak, il paese era un baluardo di stabilità ed una potenza militare di tutto rispetto; ora potrebbe diventare un baluardo di prima grandezza – aspetto tutt’altro che trascurabile vista la continua espansione del radicalismo e dell’Isis.

Dal punto di vista europeo, si tratta di una nuova fonte energetica a (relativamente) breve distanza e sita in un paese certamente non nemico nonché (si spera, nel futuro) stabile; si tratta di uno stato con un forte esercito ed in grado di combattere l’ondata radicalista – una volta raggiunta la stabilità, beninteso.

Ovviamente, la scoperta rende meno necessari altri fornitori: magari si tratta di paesi instabili o comunque non proprio amichevoli – un esempio in questo senso è la Russia, che la UE ha molto incautamente trasformato in antagonista.

A questo proposito, restano da chiarire le conseguenze dell’avvicinamento tra Russia ed Egitto causato dall’incauta politica occidentale verso i due paesi, avvicinamento che ha visto manovre navali congiunte.

Infine, un Egitto indipendente da sovvenzioni di altri paesi (come Kuwait, Emirati Arabi ed Arabia Saudita) renderebbe quei paesi meno necessari per l’Occidente.

4) IL SINAI ED IL VICINO SCOMODO – LA LIBIA

L’Egitto si trova ad affrontare due questioni molto spinose: i radicali nel Sinai (ovvero a breve distanza dal canale di Suez) che si sono affiliati all’Isis, e la presenza massiccia dell’Isis in Libia.

Fino al 2012 l’Egitto esportava gas in Israele per mezzo di un oleodotto che attraversa il Sinai: l’oleodotto è stato chiuso a seguito di una serie di attentati.

In poche parole, il paese si trova tra due aree di attività dell’Isis; è fin troppo ovvio che l’Isis mira probabilmente alla destabilizzazione o peggio dell’Egitto, tanto più che la parentesi Morsi – e Fratellanza musulmana – è un fatto.

Ora che l’Egitto dispone di questo grande giacimento, è probabilmente diventato un bersaglio primario – sia per le motivazioni viste nei capitoli precedenti che per la possibilità di mettere le mani sul gas.

Un Egitto stabile sarebbe una minaccia inaccettabile per i piani dei radicali.

La Libia è una vera polveriera, polveriera in cui l’Isis opera apparentemente senza alcun serio tentativo di fermarlo da parte dell’Occidente.

Se una Libia perennemente instabile è un rischio, una Libia totalmente od in parte in mano ai radicali è una seria minaccia per l’Egitto; ricordo che quest’ultimo era caduto nelle mani della Fratellanza Musulmana senza seri interventi esterni – a parte la presa di posizione senza senso dell’Occidente, ovviamente.

La storia recente insegna che l’Europa, e l’Occidente in generale, non si oppongono seriamente (o non più di tanto – vedi Irak) ai radicalismi nemmeno quando questi assumono proporzioni nazionali – nemmeno quando minacciano le loro stesse fonti energetiche.

È ovvio che l’Egitto si sia rivolto al Consiglio di sicurezza dell’ONU per chiedere un intervento internazionale il Libia, o che conduca raid aerei; è molto dubbio se tale intervento si verificherà. Da questo punto di vista, il blocco italiano di forniture di ricambi per i caccia-bombardieri F-16 (la spina dorsale dell’aeronautica egiziana) costituisce un atto che potrebbe portare a forti ripercussioni nei rapporti (già non idilliaci a causa dell’affaire Regeni) tra i due paesi

Alcune fonti avevano scritto di ammassamenti di truppe egiziane al confine.

Quello che si può dire è che, se l’avanzata dell’Isis in Libia continuerà, potrebbero esserci conseguenze interne in Egitto – il giacimento è stato scoperto da poco ed i suoi effetti pratici devono ancora venire.

Per concludere, la sorte della Libia è di fondamentale importanza, non fosse solo perché dalla Libia è relativamente facile condurre operazioni contro le infrastrutture egiziane.

5) COME SI DOVREBBE MUOVERE L’OCCIDENTE?

È fin troppo ovvio che l’Occidente dovrebbe darsi una mossa in Libia, indipendentemente dal gas egiziano.

La Libia, così com’è, è già un grave pericolo per le fonti energetiche europee, per la Tunisia e per l’Egitto; inoltre, un ulteriore diffondersi dell’Isis non potrà non avere conseguenze in tutto il mondo musulmano – e tra le comunità musulmane in Europa ed altrove.

L’Occidente dovrebbe intervenire, o perlomeno favorire un intervento di altri (ONU, Unione Africana, ecc.); solo così contribuirebbe a dare un po’ di normalità alla Libia ed a salvaguardare l’Egitto – ed il suo gas.

Un simile intervento stabilizzerebbe l’intera area; tuttavia, le scelte (o piuttosto non-scelte) occidentali non vanno certo in quella direzione.

Senza una Libia un minimo normalizzata, non solo il nuovo giacimento sarà a rischio, la stessa possibilità di uno sviluppo dell’Egitto (di ho scritto sopra) sarà gravemente compromessa.

Inoltre, le imprese europee si guarderanno bene dall’iniziare serie operazioni di internazionalizzazione nel paese; ma qui rimando al capitolo che segue.

6) E LE IMPRESE ITALIANE E L’INTERNAZIONALIZZAZIONE?

Come scritto nel capitolo Conseguenze economiche della scoperta, energia a sufficienza implica sviluppo economico e quindi import, innanzitutto nel settore agroalimentare (e meccanico); posso aggiungere che il grande sviluppo di tali settori si sta già verificando in altri paesi musulmani in fase di sviluppo.

L’Italia aveva ottimi rapporti con l’Egitto, e non bisogna dimenticare che l’ENI è italiana.

Non a caso il CEO di Eni, Claudio Descalzi, è subito andato personalmente dal presidente egiziano; ora si tratta di vedere se il governo italiano sarà rapido nel fare proposte di collaborazione al paese africano, invece di scegliere lo scontro muro contro muro a causa dell’affaire Regeni – una storia ben poco chiara da tutti i punti di vista.

Indipendentemente dalle iniziative governative, il mondo economico italiano sarà abbastanza veloce da prendere l’occasione al balzo?

Ma veniamo all’ultimo (ma più importante) anello della catena: le aziende.

Niente impedisce alle aziende di cominciare ad intrecciare contatti, cosicché quando la situazione geopolitica (e gli eventuali rischi) verrà chiarita potranno partire con un grande vantaggio sulla concorrenza – ma anche qui, le azioni politiche del governo italiano sembrerebbero non tenere nel minimo conto le aziende.

Una seria proposta di internazionalizzazione, che faccia seguito ad una frequentazione ed a qualche operazione limitata di internazionalizzazione o (meno limitata) di export, potrebbe dare grandi risultati, soprattutto se le intenzioni di partire piano per poi andare lontano vengono manifestate fin dai primi incontri.

Come in tutte le cose, si tratta di cominciare a muoversi subito: l’internazionalizzazione delle imprese richiede comunque tempo, per cui perderlo significa arrivare dopo dei concorrenti più “sgai”. Purtroppo, come ho scritto in Perché sono stati ignorati i dati di Export ed Import? Le conseguenze della Crisi Cinese, «… Invece, in Italia (forse a causa dell’elevata abitudine alla burocrazia che pervade ogni aspetto) si tende ad aspettare la prossima fiera od altro; il problema è che alla fiera ci saranno anche i concorrenti, per cui se si è deciso di internazionalizzare – dopo i dovuti calcoli – in un certo paese è inutile aspettare per mesi. Specie la PMI, dovrebbe fare leva sulla sua agilità, agilità che la grande azienda non ha…».

L’apparato statale e/o “para-statale” italiano ha quasi sempre dimostrato un’inerzia notevole, inerzia che male si accorda con la concorrenza spietata e la velocità di comunicazioni e spostamenti del mondo odierno.

Questo non significa che l’impresa che voglia fare internazionalizzazione in Egitto non possa cominciare a muoversi subito, ovviamente con le dovute cautele: Se son rose fioriranno, ma anche Chi prima arriva meglio alloggia.

Un’azienda che sappia muoversi sulla base di opportune valutazioni geopolitiche, di strategia aziendale e di analisi (e gestione) dei rischi, potrebbe ricavarsi un bell’angolino indipendentemente dalle iniziative (o meno) a livello statale e/o “para-statale”.

Come visto, molto dipenderà da come si muoverà il governo italiano, ma anche l’Europa e – più in generale – l’Occidente.

Dave Righetto

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