La teoria del ciclo del prodotto

 La teoria del ciclo del prodotto

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[dropcap]È[/dropcap] necessario a questo punto introdurre un concetto che ci sarà utile in seguito: il concetto di gap tecnologico. Non ci addentreremo nello studio delle varie teorie che cercano di spiegare le origini e la formazione del gap tecnologico. Quello che ci interessa ai nostri fini è soltanto metterne in rilievo l’importanza che esso ha nella spiegazione dei vantaggi comparati.

Le teorie del gap tecnologico e del ciclo di prodotto partono dalle considerazioni che nel mondo attuale hanno luogo i seguenti fenomeni:
a. i processi produttivi subiscono continue modifiche in conseguenza del ritmo accelerato del progresso scientifico e tecnologico nel distribuire l’informazione derivante dalla ricerca;
b. la creazione continua di nuovi prodotti, spesso integrabili e interscambiabili fra loro;
c. la segretezza che naturalmente viene mantenuta sui contenuti del prodotto, sui modi di produrre e di distribuire, frutto anche della scarsa capacità di ricerca e sviluppo della società civile, priva di risorse finanziarie per l’intrinseca debolezza degli stati a raccogliere denaro attraverso un ecosistema fiscale per produrre un modello di sviluppo partecipativo e solidale. Naturalmente, il capitale privato che ha facoltà di agire a livello transnazionale ed internazionale per effetto non ultimo degli accordi istitutivi della Organizzazione Mondiale del Commercio e dei relativi sistemi di protezione non può rinunciare ai risultati ottenuti attraverso il finanziamento delle proprie ricerche e delle proprie applicazioni spesso peraltro condotte in maniera assai discutibili. Risulta necessario che il capitale privato denazionalizzato trovi funzionali i propri interessi, la conclusione di accordi regionali con gli stati con cui si trova ad operare per la distribuzione equa, solidale e compatibili nei diversi territori. L’accordo potrebbe passare attraverso la rinuncia ai vincoli di prezzo a fronte di una defiscalizzazione sul piano locale accompagnata però da garanzia occupazionale e sociale;
d. l’attività delle società multinazionali che favoriscono un movimento internazionale di fattori, ma che d’altra parte limitano di fatto l’ingresso di nuovi attori nello scenario internazionale (carenze di mezzi e di organizzazione).

La teoria del gap tecnologico pone alla base del commercio gli aspetti tecnologici. La teoria del ciclo del prodotto enuncia invece che esistono motivi economici perché certi prodotti vengono originati in certi paesi con la limitazione kissingeriana della necessità di delocalizzare per evitare la fuga di capitale umano dai paesi di prossimità meno sviluppati.

Anche partendo dall’ipotesi che tutti i paesi sviluppati abbiano uguale accesso alle conoscenze scientifiche, questo non comporta automaticamente che essi abbiano uguali possibilità di applicazione di queste conoscenze. È necessario infatti che esista la disponibilità di altri fattori per la creazione e la commercializzazione di nuovi prodotti.

Il processo di passaggio da una conoscenza scientifica alla utilizzazione di questa per la creazione di prodotti commerciabili è infatti complessa, rischiosa e costosa. Non solo: nonostante le regole del WTO, spesso risulta impossibile all’investitore straniero produrre in un certo paese, stante la mancata automatica concessione dello “status di produttore nazionale”.

Nella teoria del ciclo del prodotto si distinguono tre stadi. Un primo stadio è quello dell’introduzione del prodotto nel mercato nazionale: possiamo dire infatti che ogni paese è il più probabile produttore di quei beni che soddisfano i bisogni dei consumatori locali anche per ragioni di captazione del consenso politico; la domanda del bene si espande ed avviene generalmente una standardizzazione a livello nazionale. In taluni casi la necessità di beni primari induce il legislatore a importare senza contro partita i detti beni per assicurare la stabilità.

A questo punto entriamo nello stadio di prodotto maturo. In questo stadio sorge la domanda internazionale e si giunge ad una standardizzazione a livello internazionale. Sorgeranno quindi nuovi produttori del bene e l’obiettivo principale di ciascuno di essi sarà quello di diminuire i costi di produzione. Una maggiore economia di scala, un minor costo del lavoro, un minor costo del capitale, e tutti gli altri elementi capaci di permettere la produzione del bene ad un costo inferiore, saranno fonte di vantaggi comparati in grado di far cambiare direzione ai flussi commerciali: vale a dire che un paese prima solo importatore può diventare anche od esclusivamente esportatore oppure facilita la delocalizzazione regionale o globale per assumere il ruolo di concorrente globale, determinando così la nascita delle multinazionali.

In via teorica il paese che consente la delocalizzazione dovrebbe conservare il valore del marchio (made by …..) e godere dei ritorni finanziari, ma i recenti acts (USA, Germania, Italia e Francia) non sembrano confermare questo fenomeno per effetto della tax shopping presente sul piano della globalità.

Nel terzo stadio del ciclo del prodotto quindi si assiste al movimento internazionale dei fattori, di cui un esempio classico è il sorgere delle società multinazionali con accennate distorsioni finanziarie – fiscali. È il caso, per esempio, dell’industria dei prodotti petrolchimici.

Facendo riferimento solo ai beni di consumo durevole si è potuto verificare, per esempio, che questo fenomeno, in cui un paese esporta dei beni nei primi stadi della loro esistenza e poi importa gli stessi beni nelle fasi successive, è di grande attualità per gli USA.

Gli studi effettuati hanno infatti rilevato un continuo spostamento delle esportazioni americane verso nuovi prodotti ed una maggiore capacita concorrenziale degli USA. attraverso le loro filiazioni societarie estere non in quanto produttori diretti, ma in quanto portatori di un marchio o di una politica di produzione globalizzante e quindi produttori indiretti e così anche importatori.

D’altra parte i paesi di più recente industrializzazione come la Corea e la Cina, ad esempio, sono risultati, per lo meno fino all’inizio del secolo, esportatori anche di beni standardizzati ma ancorati al “dollar standard”, godendo del vantaggio valutario di una moneta commerciale svalutata rispetto all’Euro e di una capacità di mantenere basso il costo del lavoro coniugata a una fertile crescita tecnologica e a un sistema logistico formidabile. I paesi in via di sviluppo tendono ad essere esportatori di prodotti maturi ad alta intensità di lavoro o di risorse naturali con i vincoli daziari e i finanziamenti distorsivi che li portano fuori mercato, originando devastanti flussi migratori.

Molte considerazioni possono condurre ad una unificazione delle due teorie del gap tecnologico e del ciclo di prodotto nell’unica spiegazione dei vantaggi comparati negli scambi internazionali.

A questo proposito ci sembra interessante ricordare le conclusioni di uno studio del 1972 di J.H.Dunning “United States foreign investment and the technological gap”:
«Sembra non esservi dubbio che l’Europa, negli ultimi dieci anni ha migliorato le sue capacità tecnologiche e scientifiche in relazione agli Stati Uniti. Sembra anche che il trasferimento delle conoscenze dagli Stati Uniti all’Europa, attraverso gli investimenti diretti americani in industrie ad alta intensità di ricerca, ha contribuito in misura notevole alla riduzione del gap nell’uso della tecnologia. Questi fatti tendono ad avvalorare sia la teoria del ciclo del prodotto che quella del gap tecnologico e sottolineano l’importanza delle società multinazionali nell’influenzare le caratteristiche e la sequenza temporale del fenomeno. Tuttavia, prima che si possa dire di più su questo argomento, sarà necessario uno studio più dettagliato paese per paese della composizione per prodotto sia della produzione delle società statunitensi in Europa (e delle altre forme di trasferimento della tecnologia) che della spesa dei singoli paesi europei nella ricerca e sviluppo, tenendo anche conto della maturazione di settori all’epoca non rilevanti quali:  ITC, TV movies, Know how, Telecomunicazioni, Informatica nei due sensi di hard e software».

(vedi anche Il modello Heckscher – Ohlin)

(da Elementi di Marketing Internazionale di Giuseppe Monti e Vincenzo Porcasi)

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