La trappola globale: crescita senza produttività

 La trappola globale: crescita senza produttività

In un contesto globale sempre più incerto, molte economie, tra cui Italia, USA e Germania, potrebbero andare incontro a periodi di crescita senza produttività. Inoltre aumenta lo scetticismo sull’efficacia delle prossime decisioni delle banche centrali, lasciate sole dai governi alle prese con le scadenze elettorali. Infine le sempre più frequenti spinte protezionistiche potrebbero ostacolare la ripresa del commercio mondiale, già in affanno.

Questi i principali temi del Rapporto di Previsione di settembre 2016.

Previsioni Italia

  1. La ripresa in Italia si conferma tra le più fragili. Tagliate le stime sul Pil 2016 (da +0,8% a +0,7%) e 2017 (da +0,9% a +0,8%). Per gli anni successivi si stima una crescita media annua vicina all’1%. La stagnazione del secondo trimestre preoccupa per la sua origine: è stata la domanda interna a deludere le attese
  2. Stance fiscale prevista ancora moderatamente espansiva con la legge di Bilancio 2017, stop alla discesa del deficit/Pil (2,4% quest’anno, 2,5% l’anno prossimo) e rientro del disavanzo posticipato al 2018
  3. Le incertezze legate al referendum costituzionale continueranno a pesare, in Italia e non solo. Un eventuale esito negativo potrebbe avere ripercussioni sulla stabilità del governo e mettere in discussione l’agenda delle riforme

Previsioni internazionali

  1. Se Donald Trump vincesse le elezioni potrebbe seguire le orme di Ronald Reagan, riducendo drasticamente le imposte e aumentando il disavanzo. Con debito/Pil al 100% e liquidità a livelli record, ciò imporrebbe alla Fed una drammatica svolta. Noto l’esito elettorale di novembre, la Fed riprenderà ad alzare i tassi a dicembre 2016, senza abbandonare la cautela
  2. Nel 2016 il commercio mondiale vicino alla stagnazione (+1,6%): tasso di crescita più basso dal 2009
  3. Bce, espansione temporale del Qe e tassi ai minimi fino a tutto il 2019

La trappola della crescita senza produttività

Il quesito fondamentale per l’economia italiana è come so­stenere la crescita della domanda, con risorse fiscali scarse, senza dimentica­re di rilanciare la crescita nel lungo periodo. In altre parole, come uscire dalla trappola della crescita economica senza produttività. L’aumento di occupazione con­seguito in questi ultimi tre anni è, a questo proposito, emblematico. La strate­gia di policy adottata è certamente condivisibile: rilanciare l’occupazione con una misura temporanea (gli sgravi contributivi sui nuovi assunti) per spingere la crescita, asso­ciandovi una riforma strutturale (il Jobs Act), che ha bisogno di tempo per esplicare i suoi effetti positivi, ma che potrà innalzare il prodotto potenziale. Se la scommessa verrà vinta, il prezzo paga­to in termini di riduzione della produttività apparente del lavoro che stiamo osservando potrà essere compensato da un suo innalzamento strutturale.

Anche in economie più solide il nodo per il medio-lungo termine rischia di essere la produttività. La crescita Usa è stata un grande assente nel secondo trimestre, ostaggio di un’incertezza diffusa che al momento colpisce soprattutto gli investimen­ti. L’apparente contraddizione tra elevato ritmo di espansione dell’occupa­zione e bassa crescita del Pil implica una caduta della produttività del lavoro, che potrebbe avere potenziali effetti negativi sulla crescita di lungo periodo. Se a ciò si aggiunge che il salario orario reale dal 2013 sta crescendo più del­la produttività oraria, si evince nella crescita del costo reale del lavoro per unità di prodotto un altro potenziale fattore prospettico negativo. Nel breve periodo occupazione e salari reali orari in crescita sostengono i con­sumi ma potrebbero facilmente trasformarsi in un vincolo prospettico nel medio periodo via peggioramento della competitività. La scommessa per l’economia Usa è dunque rilanciare la produttività.

La solitudine delle banche centrali

Le banche centrali sono divise tra di loro e al loro interno: avviare la normalizzazione dei tassi di interesse nonostante gli obiettivi enunciati non siano stati ancora raggiunti? Il tema sottostante è la percezione che le politiche monetarie, lasciate nel­la loro solitudine, abbiano ormai il fiato corto: la Bce stenta a trovare un modo praticabile per rafforzare ulteriormente la politica espansiva; la BoJ sembra procedere a zig-zag; la Fed non potrà che rialzare i tassi entro l’anno per non perdere totalmente di credibilità. La BoE ha rial­largato la politica monetaria e sembra ritrovarsi un governo collaborativo nel rivedere i piani di restrizioni fiscali precedenti.

Difficilmente l’Europa deciderà di affiancare misure espansive di bilancio europeo e, soprattutto, indicarle per i bilanci nazionali. Analogamente, negli Usa, ora che l’elezione di Trump non è più un “evento di coda”, è meno probabile che vi sia cauto sostegno della politica fiscale mentre la Fed fa qualche passo avan­ti verso la ri-normalizzazione.

Se le politiche fiscali rimangono ingessate nel perseguimento dell’obiettivo di sostenibilità dei debiti pubblici, le politiche monetarie finiscono per essere utilizzate, senza poterlo dichiarare, come strumento per controllare in ultima istanza il tasso di cambio. Ma la rincorsa tra le valute non sortirebbe effetti apprezzabili, confermando bassa crescita del Pil, della produttività, tassi di interesse reale e nominale bassi, senza che la stabilizzazione dei debiti pubblici sia garantita, anzi.

In ogni caso, il passaggio a un policy mix appropriato a una fase di stenta­ta ripresa, in cui le politiche monetarie sono in difficoltà, risulta molto com­plesso e generatore di rischi, se ciò dovesse destabilizzare le aspettative de­gli operatori, conducendo a una vera e propria fase di defla­zione. Ancora più concreto e ravvicinato il rischio che gli esiti delle scadenze politiche nei diversi paesi, il nostro non escluso, possano determinare una concentrazione di eventi negativi con effetti sinergici tali da provocare un rallentamento nell’attività economica più marcato di quanto prevediamo. Situazione nella quale la nostra economia difficilmente eviterebbe altri tri­mestri a crescita zero.

AAA commercio mondiale cercasi

Il sospetto sulla tenuta della ripresa si fonda sulla bassa crescita del commercio mondiale che quest’anno sta sfiorando la stagnazione. Sono molteplici i motivi di questo andamento: bassa elasticità di assorbimento dei paesi emergenti coniu­gato alla loro accresciuta rilevanza negli scambi mondiali, accorciamento delle catene del valore. Aggiungiamo ora anche l’osservazione di un numero crescen­te di provvedimenti in odore di protezionismo. A differenza del passato, tuttavia, non si fa ricorso all’applicazione o all’aumento di dazi e tariffe ma si stanno uti­lizzando soprattutto barriere non tariffarie, in grado di sfuggire più agilmente agli accordi Wto.

Sebbene a livello mondiale sia cresciuto anche il numero di atti di liberalizzazione, il nume­ro di quelli protezionistici lo ha soverchiato in un rapporto di 3 a 1. Nuove folate protezionistiche che, come sempre nelle fasi di crisi, vengono indicate come rimedio per salvare produzione e lavoro nazionali. Dal 2008 ai primi mesi 2016, oltre 3.500 provvedimenti legislativi sono riconducibili alla definizione di protezionismo: restrizioni dirette delle importa­zioni, tasse alle esportazioni, quote, sussidi, discriminazioni negli appalti pubblici contro le aziende este­re, oltre a bailout e Local Content Requirement. Nel solo 2015 sono cresciuti del 50% e il quadro dei primi mesi 2016 è altrettanto nega­tivo. Dal 2008 il paese che ha introdotto più norme distorsive del commercio sono stati gli Usa, anche se in realtà da inizio 2016 la crescita di provvedimenti prote­zionistici ha riguardato la gran parte dei paesi del G20.

Redazione

Partecipa alla discussione

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.