Lavoro: i nomadi digitali sono 35 milioni in tutto il mondo. Le 5 cose da sapere per lavorare da ovunque senza problemi

 Lavoro: i nomadi digitali sono 35 milioni in tutto il mondo. Le 5 cose da sapere per lavorare da ovunque senza problemi

Sono oltre 35 milioni in tutto il mondo*, secondo le ultime stime, e in aumento: il fenomeno dei nomadi digitali è sempre più diffuso e sempre più desiderato, tanto che il 93% dei professionisti italiani darebbe una chance a un’esperienza lavorativa da remoto per un’azienda estera.**

Non sono, però, solo luci: 3 su 10, infatti, esprimono l’esigenza di convenzioni con professionisti, organizzazioni o istituzioni che li aiutino a orientarsi nel dedalo fiscale, legale, amministrativo e assicurativo. “L’idea di lavorare da remoto entusiasma moltissimi professionisti, che però poi si scontrano quasi subito con le complessità che si porta dietro gestire una situazione non ancora totalmente regolata dal punto di vista normativo – spiega Gianluca Tirri, Managing Director di Quickfisco, la startup italiana che sta rivoluzionando la gestione contabile e fiscale delle Partite IVA in Italia – Con Quickfisco aiutiamo sia i professionisti italiani che lavorano con l’estero in P.Iva, sia i sempre più numerosi professionisti stranieri che scelgono l’Italia come base per lavorare con aziende internazionali. Per entrambi, il disorientamento è la condizione dominante nell’approcciare il lavoro da remoto”.

L’esigenza di un quadro normativo per i “Nomadi Digitali”: a che punto siamo

“Il quadro normativo per i Nomadi Digitali è ancora non definito, tanto a livello italiano quanto a livello europeo, soprattutto da un punto di vista fiscale – commenta Antonino Rindone, CEO di Quickfisco In Italia la figura giuridica del “nomade digitale” è stata inserita nel Decreto Sostegni-ter, che regola tuttavia principalmente i casi di lavoratori stranieri che scelgono l’Italia per lavorare con aziende straniere, agevolandone gli adempimenti burocratici come permesso di soggiorno e nulla osta al lavoro. C’è ancora molto da fare, invece, per i cittadini italiani che scelgono di passare fuori confine tutto o buona parte del proprio tempo, lavorando con aziende italiane o estere: qui si aprono problematiche principalmente previdenziali e fiscali, relative alla doppia imposizione (quindi, dove pagare le tasse e dove versare i contributi). Da questo punto di vista, le situazioni possono essere moltissime e, in assenza di un quadro normativo definito, è fondamentale il supporto di un consulente”.

Quickfisco ha così creato un approfondimento su tasse e agevolazioni per nomadi digitali e remote worker da cui sono emersi 5 consigli per professionisti interessati ad avere maggiore flessibilità nella scelta del luogo di lavoro, considerando anche gli aspetti normativi e fiscali.

#1 Flessibilità anche per i dipendenti: dal lavoro agile alla mobilità internazionale
Diventare nomadi digitali è sicuramente più semplice per i freelance, che non essendo vincolati a luoghi e orari, ma prevalentemente a progetti e obiettivi, possono scegliere più liberamente la vita da remote worker. Per quanto riguarda invece i dipendenti di aziende pubbliche e private, nonostante la pandemia abbia accelerato lo sviluppo della normativa sullo smart working e anche l’abitudine da parte delle aziende a concedere maggiore flessibilità, esistono alcuni vincoli che non rendono così agevole scegliere liberamente il luogo in cui lavorare. In particolare, molte aziende richiedono la permanenza in Italia anche se in smart working per garantire la copertura assicurativa a cui le aziende sono tenute per legge. Nel caso poi in cui si concordi con il datore di lavoro il trasferimento definitivo in remoto, è necessario comunicare il nuovo indirizzo di residenza all’azienda, per poter effettuare i versamenti corretti dell’addizionale IRPEF regionale e comunale. Oltre a questo, le imprese più all’avanguardia stanno integrando anche opportunità di flessibilità lavorativa e di carriera come, ad esempio, la possibilità di mobilità internazionale che può consentire ai dipendenti di spostarsi tra le sedi dell’azienda, che in alcuni casi sono distribuite in tutto il mondo sfruttando anche le opportunità degli spazi di coworking.

#2 Collaborazione con aziende estere o italiane: tutte le differenze

La collaborazione tra lavoratori italiani e aziende estere per quanto da un lato dia molte possibilità di ampliare le prospettive lavorative o il proprio mercato, dall’altro deve considerare alcune implicazioni fiscali, assicurative e previdenziali che variano a seconda della natura del professionista. Nel caso di un dipendente che lavora dall’Italia in remote working per un’azienda estera che non ha sede in Italia, l’azienda può delegare allo stesso lavoratore gli obblighi previdenziali e assicurativi, ovvero INAIL e INPS, mentre non ha specifiche esigenze fiscali diverse rispetto all’assunzione in un’azienda italiana. Un freelance non ha questo tipo di adempimenti, ma deve gestire le specificità delle fatturazioni verso e dall’estero, resa più complessa dalla specificità dell’IVA italiana: in particolare quando riceve una fattura, ad esempio, da una piattaforma digital come Meta o Google, integrare l’IVA tramite il meccanismo del reverse charge.

#3 Italiani che rientrano dall’estero: i “cervelli di ritorno” pagano meno tasse

A partire dal 2015, il governo italiano ha rafforzato le misure per favorire il ritorno in Italia di professionisti e ricercatori con cittadinanza italiana che si erano trasferiti all’estero per motivi di lavoro. Negli ultimi anni “docenti e ricercatori” e “lavoratori impatriati” che decidevano di rientrare in Italia hanno goduto di sgravi fiscali che hanno portato a una detassazione dei propri redditi del 70% e in alcuni casi del 90%. Nella recente riforma fiscale, a oggi in approvazione, è però stata introdotta una proposta che prevede un sostanziale ridimensionamento di questo beneficio già a partire da gennaio 2024.

#4 Dove vai e per quanto tempo? Il luogo in cui vai a vivere fa (molta) differenza

Gli aspetti da considerare quando si sceglie il luogo in cui trasferirsi sono molti: dal clima, alla connessione internet fino alla durata del visto, ma anche le tempistiche per ottenerlo. Consultando una piattaforma come Global Nomad Guide è possibile considerare tutte queste variabili e scoprire che, ad esempio, se si vuole trasferirsi con maggiore continuità in un nuovo stato, conviene scegliere nazioni come il Portogallo e Antigua, in cui il visto dura fino a 2 anni; se invece la priorità è la velocità di connessione, oltre ad Antigua si possono scegliere le Barbados, che hanno una connessione internet molto più veloce (mediamente 60-80 Mbps)***.

#5 “Visto per Nomade Digitale”: cos’è e a cosa serve

Il Visto per Nomadi Digitali è un’opportunità introdotta da molte nazioni per agevolare la permanenza di residenti esteri e che lavorano per un’azienda di un’altra nazione, concedendo la possibilità di permanenza in quella nazione, normalmente per 12 mesi. Anche l’Italia ha introdotto una normativa dedicata all’attrazione dei talenti dall’estero, in particolare dalle nazioni extra UE: con il Visto per Nomade Digitale è possibile ottenere un permesso di soggiorno in Italia semplificato fino a un anno.

*Fonte: Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia 2022, Associazione Italiana Nomadi Digitali e AirBnB

** Fonte: GiGroup. https://it.wyser-search.com/professional-insights/wyser-il-remote-working-incentiva-i-rapporti-di-lavoro-internazionali/ 

*** Fonte: Global Nomad https://globalnomad.guide/digital-nomad-visas-all-visas-analysed-compared/ 

L’approfondimento di Quickfisco su tasse e agevolazioni per nomadi digitali e remote worker è disponibile al link https://quickfisco.it/blog/nomadi-digitali/

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