Lavoro: Unimpresa, oltre 1 milioni di posti in più dal 2022 a 2025

Report dell’associazione. Occupazione ai massimi, disoccupazione in forte calo, con la forbice si amplia di 4,5 punti: è il nuovo termometro del lavoro, passato da 52 a quasi 57 punti. Dal 2022 a oggi +1,047 milioni di occupati (da 23,141 a 24,188 milioni). Il tasso di occupazione sale dal 60,34% al 62,60% (+2,26 punti), mentre il tasso di disoccupazione scende dal 7,99% al 5,74% (-2,25 punti). La forbice occupazione–disoccupazione cresce da 52,35 a 57 punti (+4,51 punti, +8,6%), segnale di maggiore solidità del mercato del lavoro. Le persone in cerca di lavoro calano di 533 mila unità (da 2,002 a 1,469 milioni, -26,6%). Migliora la qualità dell’occupazione: i lavoratori dipendenti aumentano di 802 mila (da 18,171 a 18,973 milioni), mentre i contratti a termine diminuiscono di 523 mila (da 3,000 a 2,477 milioni, -17,4%). Stabile l’area degli inattivi (circa 12,4 milioni, tasso intorno al 33,5%). Il presidente Longobardi: «Dinamica occupazionale solida, ora sostenere le pmi»

Oltre un milione di posti di lavoro in più da settembre 2022 a oggi e un numero complessivo di occupati ai massimi storici: è questa la fotografia che emerge dall’andamento del mercato del lavoro italiano tra settembre 2022 e novembre 2025. In poco più di tre anni gli occupati sono passati da 23,141 milioni del settembre 2022 a 24,188 milioni di novembre 2025, con un aumento netto di 1,047 milioni (+4,52%), mentre le persone in cerca di occupazione si sono ridotte da 2,002 milioni a 1,469 milioni, pari a -533 mila unità (-26,62%). È quanto emerge da un report del Centro studi di Unimpresa, secondo cui il miglioramento è confermato dagli indicatori strutturali. Il tasso di occupazione sale dal 60,34% del 2022 al 62,60% del 2025 (+2,26 punti, +3,75%), mentre il tasso di disoccupazione scende dal 7,99% al 5,74% (-2,25 punti, -28,16%). Ne deriva un significativo ampliamento della forbice tra occupazione e disoccupazione, che passa da 52,35 punti nel 2022 a 56,86 nel 2025, con un incremento complessivo di 4,51 punti (+8,61%), segnale di un mercato del lavoro progressivamente più favorevole all’occupazione e meno esposto alla disoccupazione. Sul piano quantitativo, la crescita degli occupati è continua: 23,809 milioni a fine 202324,060 milioni a fine 2024 e 24,188 milioni a novembre 2025. In parallelo, il numero dei disoccupati scende in modo costante: 1,808 milioni nel 20231,643 milioni nel 2024, fino a 1,469 milioni nel 2025. L’area degli inattivi resta invece sostanzialmente stabile, intorno ai 12,4 milioni, con un tasso di inattività che oscilla tra il 33,1% e il 33,5%, confermando che la principale sfida strutturale resta l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro. Migliora anche la qualità dell’occupazione, con sempre meno precari: i lavoratori dipendenti aumentano complessivamente da 18,171 milioni nel 2022 a 18,973 milioni nel 2025 (+802 mila, +4,41%), mantenendo un peso elevato e stabile sul totale degli occupati, sempre vicino al 79%; allo stesso tempo, diminuiscono in modo marcato i contratti a termine, che passano da 3,000 milioni nel 2022 a 2,477 milioni nel 2025, con una riduzione di 523 mila unità (-17,43%). La combinazione di più lavoro dipendente e meno rapporti a termine segnala un rafforzamento della stabilità contrattuale, con una consequenziale riduzione del precariato e un miglioramento complessivo della qualità dell’occupazione. Nel complesso, i dati indicano un mercato del lavoro che non solo cresce nei numeri, ma diventa anche più solido: più occupati, meno disoccupati, una forbice sempre più ampia tra chi lavora e chi cerca lavoro e una composizione dell’occupazione meno precaria. Un quadro che segna un cambio di passo rispetto al passato e sposta l’attenzione dalle emergenze occupazionali alla necessità di politiche mirate per coinvolgere la quota ancora elevata di popolazione inattiva.

LONGOBARDI: «DINAMICA OCCUPAZIONALE SOLIDA, ORA SOSTENERE PMI»

«I dati sul mercato del lavoro confermano che l’Italia ha ritrovato una dinamica occupazionale solida e credibile, con oltre un milione di posti di lavoro in più e un miglioramento evidente sia nei livelli sia nella qualità dell’occupazione. È un segnale incoraggiante, che dimostra come il sistema produttivo, nonostante un contesto internazionale complesso, abbia saputo reagire e rafforzarsi. La crescita dell’occupazione stabile e la riduzione dei contratti a termine indicano un mercato del lavoro più maturo, capace di offrire prospettive e sicurezza a lavoratori e famiglie. Ora è fondamentale accompagnare questo percorso con politiche economiche che mettano le imprese, in particolare le piccole e medie, nelle condizioni di investire, aumentare la produzione e crescere dimensionalmente. Servono meno burocrazia, un fisco più favorevole agli investimenti e strumenti che facilitino l’accesso al credito e l’innovazione. Sostenere la capacità produttiva delle imprese significa creare le basi per nuova occupazione duratura, rafforzando al tempo stesso la competitività del Paese. Il mercato del lavoro sta dando segnali positivi: ora la sfida è trasformarli in crescita strutturale, perché solo imprese più forti possono garantire più lavoro e più benessere nel tempo» dichiara il presidente di UnimpresaPaolo Longobardi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato dati Istat, nel periodo compreso tra settembre 2022 e novembre 2025, corrispondente alla fase del governo guidato da Giorgia Meloni, il mercato del lavoro italiano mostra un rafforzamento complessivo, sostenuto da un aumento dell’occupazione, da una riduzione significativa della disoccupazione e da un miglioramento qualitativo della composizione dei contratti. Il tasso di occupazione sale dal 60,34% al 62,60%, con un incremento di 2,26 punti percentuali, pari a una crescita relativa del 3,75%. Parallelamente, il tasso di disoccupazione scende dal 7,99% al 5,74%, con una riduzione di 2,25 punti, equivalente a un calo relativo del 28,16%. In termini assoluti, gli occupati aumentano da 23,141 milioni a 24,188 milioni, con una crescita di 1,047 milioni (+4,52%), mentre le persone in cerca di occupazione diminuiscono da 2,002 milioni a 1,469 milioni, ossia -0,533 milioni (-26,62%). Rimane invece sostanzialmente invariata l’area degli inattivi, che passa da 12,450 milioni a 12,440 milioni (-0,010 milioni, pari a -0,08%), con un tasso di inattività che cresce lievemente dal 33,41% al 33,49%(+0,08 punti+0,24%).

settembre 2022, il mercato del lavoro presenta un tasso di occupazione del 60,34% e un tasso di disoccupazione del 7,99%, con 23,141 milioni di occupati e 2,002 milioni di persone in cerca di lavoro. I lavoratori dipendenti sono 18,171 milioni, pari al 78,52% degli occupati, mentre gli inattivi ammontano a 12,450 milioni, con un tasso del 33,41%. A dicembre 2023, si osserva un netto miglioramento: il tasso di occupazione sale al 62,06% (+1,72 punti+2,85%), la disoccupazione scende al 7,08% (-0,91 punti-11,39%), gli occupati aumentano a 23,809 milioni (+0,668 milioni+2,89%), mentre i disoccupati calano a 1,808 milioni (-0,194 milioni-9,69%). I lavoratori dipendenti crescono a 18,707 milioni (+0,536 milioni+2,95%) e la loro incidenza resta stabile al 78,57%; gli inattivi diminuiscono a 12,292 milioni(-0,158 milioni-1,27%) e il tasso di inattività scende al 33,11%. Nel dicembre 2024, la tendenza positiva prosegue ma con ritmi più moderati: il tasso di occupazione raggiunge il 62,41% (+0,35 punti+0,56%), quello di disoccupazione scende al 6,40% (-0,68 punti-9,60%), gli occupati salgono a 24,060 milioni (+0,251 milioni+1,05%) e le persone in cerca di lavoro si riducono a 1,643 milioni (-0,165 milioni-9,13%). I lavoratori dipendenti aumentano a 18,982 milioni (+0,275 milioni+1,47%) e raggiungono un’incidenza massima del periodo, pari al 78,90%. Gli inattivi tornano a crescere lievemente a 12,384 milioni (+0,092 milioni+0,75%), con un tasso del 33,23%. A novembre 2025, il quadro appare consolidato: il tasso di occupazione sale al 62,60% (+0,19 punti+0,30%), la disoccupazione scende al 5,74% (-0,66 punti-10,31%), gli occupati aumentano a 24,188 milioni (+0,128 milioni+0,53%) e i disoccupati calano a 1,469 milioni (-0,174 milioni-10,59%). I lavoratori dipendenti risultano 18,973 milioni, sostanzialmente stabili rispetto al 2024 (-0,009 milioni-0,05%), con un’incidenza del 78,44%, mentre gli inattivi salgono a 12,440 milioni (+0,056 milioni+0,45%) e il tasso di inattività al 33,49%.

LAVORO SEMPRE MENO PRECARIO: CONTRATTI A TERMINE IN CALO DEL 18%

Un elemento ulteriore che rafforza la lettura di una occupazione diventata più stabile riguarda l’andamento dei contratti a tempo indeterminato, che crescono in modo significativo lungo tutto il periodo. I contratti a termine diminuiscono infatti da 3,000 milioni nel settembre 2022 a 2,952 milioni nel dicembre 2023 (-0,048 milioni, -1,60%), poi a 2,634 milioni nel dicembre 2024 (-0,318 milioni, -10,78%) e infine a 2,477 milioni nel novembre 2025 (-0,157 milioni, -5,96%), con una riduzione complessiva di 0,523 milioni che sfiora il 18% (per l’esattezza -17,43%). Parallelamente, i lavoratori dipendenti totaliaumentano da 18,171 milioni a 18,973 milioni (+0,802 milioni, +4,41%). Ne deriva che i lavoratori a tempo indeterminato, stimabili come differenza tra dipendenti complessivi e contratti a termine, passano da circa 15,171 milioni nel 2022 a 16,496 milioni nel 2025, con un incremento di circa 1,325 milioni, pari a +8,7%. Questo dato è particolarmente rilevante perché mostra che la crescita dell’occupazione non solo non si fonda sulla precarietà, ma è trainata in larga misura dall’espansione dei rapporti di lavoro più stabili. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato rafforza la sicurezza dei redditi, migliora la capacità di spesa e programmazione delle famiglie e contribuisce a rendere il mercato del lavoro più solido, prevedibile e resiliente nel medio periodo.

OCCUPAZIONE E DISOCCUPAZIONE: FORBICE PIÙ AMPIA, SALE A 57 PUNTI

Il confronto tra tasso di occupazione e tasso di disoccupazione rappresenta un indicatore sintetico di grande efficacia per cogliere la direzione di fondo del mercato del lavoro. È il nuovo termometro del lavoro: più è alto il valore, più significa che l’occupazione gode di buona salute. Nel periodo considerato, che va da settembre 2022 a novembre 2025, la forbice tra i due tassi si amplia in modo continuo e ordinato, passando da 52,35 punti nel 2022 a 54,99 nel 202356,00 nel 2024 e quasi 57 (per l’esattezza 56,86) nel 2025. L’aumento complessivo è pari a 4,51 punti, corrispondente a una crescita relativa dell’8,61%, un dato che difficilmente può essere ricondotto a un semplice effetto congiunturale. Al contrario, l’allargamento progressivo della distanza tra occupazione e disoccupazione segnala un rafforzamento strutturale del mercato del lavoro, in cui l’aumento degli occupati non solo compensa, ma supera ampiamente la riduzione delle persone in cerca di lavoro. Tale dinamica indica che il sistema economico è riuscito a creare condizioni più favorevoli e più stabili per l’assorbimento della forza lavoro, riducendo il rischio che ogni rallentamento dell’attività produttiva si traduca automaticamente in nuova disoccupazione. In altri termini, la crescita della forbice suggerisce un mercato del lavoro meno fragile e più resiliente, capace di reggere anche fasi di incertezza senza deteriorare rapidamente i livelli occupazionali. È un segnale particolarmente rilevante in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, inflazione e politiche monetarie restrittive, che in passato avrebbero avuto effetti molto più immediati e negativi sull’occupazione. Allo stesso tempo, questo indicatore mette in luce un cambiamento di natura delle criticità strutturali. Se in passato il problema principale era la scarsità di posti di lavoro, oggi la sfida si sposta sempre più sulla partecipazione al mercato del lavoro. La sostanziale stabilità dell’area degli inattivi, attorno a 12 milioni e 440mila unità, mostra che l’allargamento della forbice non deriva da un ingresso massiccio di nuove persone attive, ma da un miglior funzionamento del mercato per chi già ne fa parte. Ne deriva che le politiche future dovranno concentrarsi meno sull’emergenza occupazionale in senso stretto e più sull’attivazione del potenziale inutilizzato, attraverso interventi su competenze, conciliazione vita-lavoro, politiche attive e riduzione dei divari territoriali e di genere. In questa prospettiva, l’ampliamento della forbice tra occupazione e disoccupazione non è solo un buon risultato statistico, ma il segnale di un mercato del lavoro entrato in una fase più matura, che apre spazio a politiche di qualità e di inclusione di lungo periodo.

BASE OCCUPAZIONALE PIÙ ROBUSTA

Nel complesso, l’evoluzione del mercato del lavoro restituisce un segnale ampiamente positivo e politicamente rilevante, perché indica che l’Italia non sta semplicemente inseguendo una ripresa ciclica, ma sta consolidando una base occupazionale più robusta e più affidabile. La crescita dell’occupazione, accompagnata da una riduzione profonda e continua della disoccupazione, suggerisce che il sistema produttivo ha recuperato capacità di assorbimento e che la domanda di lavoro è diventata più stabile nel tempo. Il fatto che questo processo avvenga mentre diminuisce in modo significativo il lavoro a termine e aumenta il numero complessivo dei lavoratori dipendenti rafforza l’idea di una normalizzazione del mercato del lavoro, meno esposto alla precarietà e più orientato a rapporti duraturi, con ricadute positive sulla sicurezza dei redditi, sulla propensione ai consumi e sulla fiducia delle famiglie. L’allargamento progressivo della forbice tra tasso di occupazione e tasso di disoccupazione rappresenta, in questo senso, un indicatore sintetico ma potente: segnala un mercato del lavoro che diventa strutturalmente più favorevole all’inclusione, capace di reggere anche in una fase di rallentamento economico senza produrre nuova disoccupazione. È un elemento che rafforza la credibilità del Paese sul piano macroeconomico e che contribuisce a creare un contesto più prevedibile per le imprese, chiamate a programmare investimenti e crescita. La stabilità dell’area dell’inattività, pur restando una sfida aperta, va letta anche come la dimostrazione che il miglioramento occupazionale non è stato ottenuto “forzando” l’ingresso nel mercato del lavoro, ma attraverso un processo più ordinato e graduale. Nel loro insieme, questi dati descrivono un’Italia che ha smesso di inseguire emergenze occupazionali e può tornare a ragionare in termini di qualità del lavoro, produttività e partecipazione. È una condizione di partenza favorevole per politiche che puntino a valorizzare il capitale umano, rafforzare le competenze e ridurre i divari territoriali e generazionali. La crescita dell’occupazione stabile diventa così non solo un risultato in sé, ma un fattore di fiducia sistemica, capace di sostenere la crescita economica e la coesione sociale nel medio periodo.

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