Le dimissioni del lavoratore: una procedura complessa e ora sempre più complessa?

 Le dimissioni del lavoratore: una procedura complessa e ora sempre più complessa?

In questi giorni si registra l’approvazione in Commissione Lavoro di un testo di legge che modifica l’iter per le dimissioni dei lavoratori.
La riforma Fornero, peraltro, aveva già introdotto una procedura macchinosa e farraginosa, apportatrice di incertezze, soprattutto in situazioni limite.
Il DDL approvato dalla Commissione Lavoro della Camera introdurrebbe un iter ancora più complicato, ponendo per l’ennesima volta tutti gli adempimenti in capo al datore di lavoro e rendendo l’atto del recesso ingiustificatamente ancor più burocratico.
Valuteremo il provvedimento di cui sopra quando diventerà legge e, per il momento, andiamo ad analizzare la situazione normativa e burocratica attualmente vigente.

È noto che il contratto di lavoro a tempo indeterminato può essere interrotto sia dal datore di lavoro che dal lavoratore, con l’unico obbligo di darne preavviso, come prevede l’articolo 2118 del Codice civile.
Le dimissioni hanno effetto dal momento in cui il datore di lavoro ne ha conoscenza.
Non è richiesta l’accettazione da parte sua, essendo una dichiarazione di volontà unilaterale, libera nei motivi e irrevocabile se non con il consenso del datore.

Il preavviso in caso di dimissioni
Come tutti sanno, è previsto che trascorra un certo lasso di tempo tra la dichiarazione di recesso (dimissioni) e l’effettiva interruzione del rapporto lavorativo: questo periodo è chiamato “preavviso“.
La durata del preavviso è diversa a seconda della tipologia del contratto collettivo di riferimento, del livello di inquadramento e dell’anzianità di servizio.
Se il lavoratore si dimette senza dare il preavviso, (cioè smette di lavorare immediatamente) deve riconoscere al datore di lavoro una indennità di mancato preavviso, corrispondente all’importo delle retribuzioni che gli sarebbero spettate per il periodo di preavviso lavorato. La conseguenza pratica di solito consiste nella decurtazione nell’ultima busta paga delle somme corrispondenti.
Il datore di lavoro, peraltro, può rinunciare espressamente alla lavorazione del periodo di preavviso, pagando comunque l’indennità sostitutiva.
Tale periodo resta sospeso in caso di malattia, di infortunio, di ferie o di maternità, e riprende a decorrere una volta che sia cessata la causa di impedimento.
Le dimissioni sono invece immediate, pertanto senza necessità del periodo di preavviso, nei seguenti casi
durante il periodo di prova, se non è stato diversamente stabilito dai CCNL;
nei casi in cui si verifica una “causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto” (articolo 2119 c.c.), cioè il licenziamento per giusta causa.

Le dimissioni per giusta causa
Un lavoratore è libero di dare le dimissioni per qualsiasi motivo e, normalmente, non è tenuto a giustificare la propria decisione.
Tuttavia la normativa prevede un particolare tipo di dimissioni che rientrano nel concetto di giusta causa. In altre parole se un lavoratore ritiene che gli stiano capitando fatti di particolare gravità tali da impedire la continuazione del rapporto può rassegnare le c.d. “dimissioni per giusta causa”.
Costituisce “giusta causa” di dimissioni, ad esempio, il mancato pagamento delle retribuzioni, il rifiuto del datore di lavoro di corrispondere un compenso adeguato alle prestazioni lavorative svolte in suo favore oppure l’arbitraria ed immotivata modifica dell’orario di lavoro sempre per volontà unilaterale del datore.
Per la giusta causa, al lavoratore spetta l’indennità di mancato preavviso che gli spetterebbe in caso di licenziamento, dato che l’interruzione del rapporto è in realtà conseguenza del comportamento del datore di lavoro.

Cosa fare per dare le dimissioni – La riforma Fornero
La Riforma del Mercato del Lavoro (Ln°92/2012) ha introdotto delle norme finalizzate a contrastare il fenomeno delle c.d. dimissioni in bianco: dal 18/07/2012 le dimissioni volontarie e le risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro diventano efficaci solo se convalidate. Il Decreto Legge 76/2013, convertito nella legge 99/2013, ha inoltre esteso l’obbligo di convalida ai contratti di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto e ai contratti di associazione in partecipazione.
Quindi, i lavoratori che vorranno dar luogo alle dimissioni dal posto di lavoro o alla risoluzione del contratto consensualmente col datore di lavoro dovranno confermare le dimissioni con una procedura particolare.
Tale procedura servirà a verificare che la dichiarazione di dimissione del dipendente sia effettiva e non coartata o fittizia.
Come detto, la procedura di convalida è condizione necessaria affinché le dimissioni siano valide; altrimenti si considerano come mai presentate.

Quindi, dal punto di vista pratico, i passi sono i seguenti:
– Il lavoratore dichiara le proprie dimissioni per iscritto al datore di lavoro (mediante raccomandata con ricevuta di ritorno o Pec, posta elettronica certificata)
– Il datore di lavoro trasmette la dichiarazione di dimissioni al Centro per l’impiego
– Il lavoratore può:
· andare presso il Centro per l’impiego oppure presso la Direzione territoriale del lavoro e convalidare le dimissioni
· firmare una dichiarazione di convalida delle dimissioni sulla ricevuta di trasmissione delle dimissioni al Centro per l’impiego.
– Se il lavoratore non effettua nessuna di queste attività il datore di lavoro deve invitarlo a provvedere spedendo entro trenta giorni una raccomandata al dipendente.
– Il dipendente, da quel momento, ha tempo sette giorni per
· replicare al datore di lavoro contestando le dimissioni
· dichiarare di ritirare le dimissioni offrendosi di continuare il rapporto di lavoro
· convalidare le dimissioni
· firmare la dichiarazione sulla ricevuta di trasmissione delle dimissioni al Centro per l’impiego

Ovviamente, se il lavoratore non convalida, ritira o contesta le dimissioni, il rapporto lavorativo continua senza alcuna conseguenza giuridica.

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