Lesioni a seguito di uno scontro di gioco: quando è reato?

 Lesioni a seguito di uno scontro di gioco: quando è reato?

Trova applicazione la scriminante del “rischio consentito” nel caso in cui un calciatore, pur intendendo intervenire sulla palla al fine di bloccare l’azione della squadra rivale, colpisce un giocatore avversario, procurandogli delle lesioni.

È questo il principio sancito dalla Suprema Corte di Cassazione – Sezione Penale che, con recente sentenza, ha escluso l’antigiuridicità della condotta tenuta da un calciatore militante in un campionato dilettantistico, il quale, nel tentativo di sottrarre la palla ad un avversario, lo aveva colpito sulla tibia causandone la frattura (sentenza n.9559, Presidente Dott. Carlo Giuseppe BRUSCO, depositata in cancelleria l’8 marzo 2016 e liberamente visibile su www.studiolegalesances.it – sezione Documenti).

Secondo i giudici della Suprema Corte di Cassazione, infatti, “il Giudice dell’appello avrebbe dovuto concludere per l’insussistenza dell’antigiuridicità del fatto, per l’operare della scriminante di cui s’è discorso. Invero, sulla base di quanto emergente dagli atti, riportato in sentenza, l’infortunio maturò in un frangente di gioco particolarmente intenso (gli ultimi minuti dell’incontro), a riguardo d’una azione di gioco decisiva, in un incontro rilevante per quel girone del campionato di eccellenza. L’atto, di poi, era manifestamente indirizzata a interrompere l’azione di contropiede della squadra avversaria, mediante il tentativo d’impossessarsi regolarmente del pallone. La condotta del ***., diretta a colpire il pallone, appare meritevole di censura intranea all’ordinamento sportivo, non già perché smodatamente violenta (la pienezza agonistica qui era giustificata dal contesto dell’azione, dal momento di essa e dagli interessi in campo), bensì perché, mal calcolando la tempistica, invece che cogliere il pallone, aveva finito per colpire la gamba dell’avversario, che già aveva allungato la sfera in avanti; ma, certamente, non sconfina dal perimetro coperto dalla scriminante di cui s’è discorso”.

Nel caso specifico, nel corso degli ultimi minuti di una partita di calcio decisiva per la vittoria del campionato di “Eccellenza”, l’attaccante della squadra ospite, lanciato in contropiede verso la porta avversaria, veniva fermato da un difensore, il quale, nel tentativo di prendere il pallone, lo colpiva violentemente provocandogli la frattura della tibia e costringendolo a chiudere in giovane età la propria carriera agonistica.

A seguito di ciò, il giocatore infortunato denunciava l’autore del fallo, il quale veniva processato e condannato, in primo grado, dal Giudice di Pace di Alghero per il reato di “lesioni personali colpose”, previsto e punito dall’art.590 del codice penale. Il difensore, inoltre, veniva condannato a risarcire il danno causato all’attaccante, costituitosi parte civile nel processo penale.

La sentenza di primo grado veniva impugnata dal giocatore condannato dinanzi al Tribunale Penale di Sassari, il quale, con sentenza del 28/2/2013, sanciva l’avvenuta prescrizione del reato imputato, confermando, però, la condanna al risarcimento del danno.

Successivamente, il difensore impugnava tale sentenza dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, contestando la mancata applicazione della scriminante del “rischio consentito”.

L’impugnazione veniva accolta nel merito dai giudici della Suprema Corte di Cassazione. Quest’ultimi, infatti, con la sentenza n.9559/2016 hanno ritenuto applicabile al caso in questione la scriminante del rischio consentito, affermando che «gli eventi lesivi causati nel corso d’incontri sportivi e nel rispetto delle regole del gioco, restano scriminati per l’operare della scriminante atipica dell’accettazione del rischio consentito … con la conseguente antigiuridicità del fatto, fonte di responsabilità: a) quando si constati assenza di collegamento funzionale tra l’evento lesivo e la competizione sportiva; b) quando la violenza esercitata risulti sproporzionata in relazione alle concrete caratteristiche del gioco e alla natura e rilevanza dello stesso (a tal ultimo riguardo, un conto è esercitare un agonismo, anche esacerbato, allorquando sia in palio l’esito di una competizione di primario rilievo, altro conto quando l’esito non abbia una tale importanza o, ancor meno, se si tratti di partite amichevoli o, addirittura, di allenamento); c) quando la finalità lesiva costituisce prevalente spinta all’azione, anche ove non consti, in tal caso, alcuna violazione delle regole dell’attività. Per converso, deve escludersi antigiuridicità e, quindi, obbligo di risarcimento: a) ove si tratti di atto posto in essere senza volontà lesiva e nel rispetto del regolamento e l’evento di danno sia la conseguenza della natura stessa dell’attività sportiva, che importa contatto fisico; b) ove, pur in presenza di una violazione della norma regolamentare, debba constatarsi assenza della volontà di ledere l’avversario e il finalismo dell’azione correlato all’attività sportiva».

Alla luce di quanto sopra detto, dunque, ne deriva che in caso di lesioni cagionate durante un contrasto di gioco, l’autore del fallo non è punibile penalmente, in virtù dell’applicazione la scriminante del rischio consentito, qualora lo scontro sia frutto dell’involontaria evoluzione dell’azione di gioco.

Infine, è doveroso far presente come, sempre con la medesima sentenza, la Suprema Corte di Cassazione abbia chiarito che, ai sensi degli artt. 28 e 29 delle norme organizzative interne della F.I.G.C. (N.O.I.F.), viene attribuita la qualifica di calciatori professionisti soltanto a coloro che militano nei campionati di serie A, serie B e Lega Pro, mentre i calciatori militanti nelle categorie inferiori devono reputarsi dilettanti, senza che su tale qualificazione possa incidere l’eventuale corresponsione di uno stipendio prevista in favore dell’atleta.

Avv. Matteo Sances
Dott. Hiroshi Pisanello
www.centrostudisances.it
www.studiolegalesances.it

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