L’importanza del Tax Planning

 L’importanza del Tax Planning

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[dropcap]C[/dropcap]ome consulente (sono stato membro di IFA-International Fiscal Association- e di ITPA-International Tax Planning Association-) mi sono in passato occupato di Tax Planning. Anche ai giorni nostri confermo come il tema sia assai sentito dalle aziende e dagli imprenditori e rivesta un ruolo critico, strategico, nei processi di sviluppo e capital finding.
Se oggi parli con un investitore, anche italiano, ti dirà subito che l’operazione di finanziamento è/sarà possibile, purché il veicolo societario scelto sia “tax efficient”. In sostanza, in quale giurisdizione, in funzione delle caratteristiche del business, allocare le risorse. L’investitore tende a voler minimizzare il carico fiscale che lo riguarda (interessi e dividendi) ed userà un SPV (Special Purpose Vehicle o anche Entity) nella opportuna giurisdizione. Ma anche la società target, da finanziare, se paga meno imposte erogherà più dividendi ed avrà meno difficoltà a ripagare gli interessi. Infine, il suo Valore azionario sarà più alto.
Questa circostanza è assolutamente nota, generale, ed implica, nonostante l‘aneddotica che pervade la materia, che ciò che è opportuno, se legittimo è  pure legale.
Vorrei affrontare il tema su un piano sistemico, anziché incidentale. Mi auguro che il percorso possa far comprendere come nel risparmio fiscale (ribadisco: legittimo), in realtà si annidi uno dei capisaldi della costruzione di Valore.

Evasione, Elusione, Abuso di diritto
Sull’Evasione, poco da dire. Chi “evade” non è nella legge, punto.
L’Evasione consiste nell’uso di strumenti “dolosi” e/o “astuti” quale l’utilizzo di false fatture in deduzione, per aumentarei costi e ridurre l’imponibile, ovvero ridurre i ricavi omettendone alcuni o sottofatturandone altri (c.d: “nero”), ovvero interponendo, fittiziamente, terze parti che intercettano parte dell’utile in giurisdizioni a fiscalità agevolata. E molto altro ancora, certamente.
L’Elusione consiste nell’utilizzo di strumenti giuridico societario, nazionali ed internazionali  atti a determinare, nel loro complesso, una riduzione di imponibile in Italia, e quindi di imposte. Tutti gli strumenti utilizzati, nonché i singoli atti sono del tutto legali e regolarmente formati. Le transazioni finanziarie sono trasparenti e tracciate. Il Fisco basa le sue pretese di “disconoscimento dei vantaggi ottenuti” su una presunzione largamente dibattuta in giurisprudenza e dottrina. La materia, proprio perché sostanzialmente “forzata” ha prodotto in passato numerosi dibattiti e vicende giudiziarie con alterne fortune. Mai un condannato. Se l’Elusione fosse un fenomeno concreto, reale, di facile percezione, non sarebbe stato difficile scrivere una norma che dicesse, ad esempio “fare questo e quest’altro e quest’altro ancora è reato, ovvero prevede una sanzione di x volte il tributo evaso …” I tecnici la chiamano “Norma generale antielusiva”. In Italia, mentre tutti concordano che una chiara norma antielusiva, di carattere generale, non esista, si attribuisce tale valore all’art. 37 del tuir. Dirò dopo della inefficacia, passata ed attuale di tale articolo. Non a caso il decreto attuativo della delega fiscale, presentato da Renzi il 4 gennaio 2015(al netto della querelle del 3% di tolleranza di Frode da cui il provvisorio stop al provvedimento), stabilisce che l’Elusione non è mai reato, e riforma ampiamente, sopprimendolo, il vecchio art. 37, inserendo, direi a furor di popolo, tra le altre modifiche il seguente comma: «1-bis. È fatta salva la facoltà per il contribuente di scegliere le forme giuridiche negoziali o i modelli organizzativi che comportino l’applicazione del regime di imposizione più favorevole».
L’Elusione non può essere reato proprio perché utilizza strumenti positivi del diritto nazionale ed internazionale. Cioè l’utilizzo di leggi e regolamenti che, presi singolarmente, autorizzano espressamente ciò che si ha in mente di fare e poi effettivamente si farà. Se fo ciò che la legge prevede, ed addirittura auspica, appare arduo il poter anche solo configurare un disegno delittuoso quando quei diritti “al fare” sono correttamente usati ma in combinazioni, le più varie, tra loro. Sembrerebbe impossibile anche in futuro, che una qualunque legge da promulgare si applichi solo “purché singolarmente ed autonomamente applicata”. Se ho diritto a passare in auto al semaforo col verde, ed a ricevere lo scontrino al bar sulla statale, come potrei mai essere certo che “passare col verde”, combinato con “ricevere lo scontrino” non sia domani contestato da qualcuno per “abuso di diritto?” E che se metto in contabilità quel caffè come costo, lo stesso non divenga “indeducibile per i verdepassanti?” Le boiate giuridiche non avrebbero limite.
Il decreto attuativo della delega fiscale sulla certezza del diritto statuisce la seguente relazione: “elusione” = “abuso di diritto” e che in nessun caso  la circostanza riveste fattispecie penale.
Sull’art.37. Il presupposto del disconoscimento dei vantaggi ottenuti, è sempre subordinato alla circostanza “che il contribuente avesse come unico obiettivo, o motus agendi, di perseguire un vantaggio fiscale.
Ho poco fa dimostrato che un gravame fiscale minore, implica un apprezzamento del Valore Azionario. L’apprezzamento implica attrattività per investitori, che implicano vantaggio competitivo, e aggressione/acquisizione dei concorrenti. In definitiva, il risparmio fiscale non può essere MAI l’unico output ricercato.

La competizione tra Stati
Storicamente, gli Stati avevano tre leve per competere tra loro: 1) tassi di interesse, 2) le aliquote fiscali,     3) il tasso di cambio della moneta. Queste leve dipendono direttamente dai governanti, nel senso che in una notte potevano modificare i valori sino a quel momento in uso. Inoltre, il prevalente livello del tenore di vita, comportava livelli di costo del lavoro, e dei servizi (energia ) largamente differenti nei vari Stati. Questa “offerta” serviva e serve ad attrarre investimenti. Quindi, in quanto mezzo ad un fine lecito, nessuna di queste leve può essere, in concreto, giudicata “unfair”.
Per 19 paesi, quelli dell’Eurozona, una leva competitiva è sparita (il tasso di cambio). Gli stati membri dell’UE hanno perso il diritto più “sovrano” di tutti: quello di battere moneta. E quanto fosse vitale e ricca di potenzialità questa capacità, lo conferma la storia recentissima. Non è un caso se gli USA, a forza di stampar moneta ed immetterla nel sistema, siano sostanzialemente fuori dalla crisi che da 7 anni paralizza le economie mondiali con un pil in crecita quasi al 4%, contro la stagnazione del nostro, ad esempio.
Restano quindi, ai 19 Stati dell’Eurozona, solo 2 leve per attrarre investimenti: il tasso d’interesse e l’aliquota fiscale. Con un tasso offerto sotto lo 0,4% nelle ultime aste Bot a 12 mesi, e al 2,5% per i Btp a 5 anni, appare evidente che i tassi di interesse italiani niente hanno di appealing. Riguardo all’ultima leva, quella fiscale, con un Total Tax Rate al 65,8% (esclusa IVA e ritenute d’imposta trattenute alla fonte), l’Italia con il suo 138° posto su 189 paesi censiti scora.ggia anche i più ardimentosi.
Per vostro personale diletto, in questa tabella potete verificare chi, e di quanto, fa meglio di noi, e chi, invero pochi, fa peggio. La fonte è World Bank.
Desidero sottolineare l’ENORMITÀ, non abbastanza nota, della nostra distanza da qualsiasi altro paese, salvo la Francia, relativamente al valore del TTR (Total Tax Rate) La Francia, non a caso, essendo l’altro “grande debole” della UE, a parte il caso limite Grecia.
Ma la Francia, a titolo di giustificazione, ha una macchina statale che assorbe il 56% del pil nazionale, ed un lavoratore su 4 (il 25%) lavora per lo Stato. Là gli statali, almeno, stanno bene e vanno in pensione presto.
Va comunque dato atto, che il calo dal 67,7% del 2010 al 65,4% rappresenterebbe, in termini relativi, un calo del 3,4% del TTR. Peccato che due punti se li sia mangiati l’IVA, passata nel periodo dal 20% al 22%.
Comunque, molto lentamente, qualcosa si muove.

La competizione dei paesi poveri di risorse naturali: i paradisi naturali, artistici, fiscali
Se ogni paese autonomo ha diritto ad una autodeterminazione, significa che ogni governo può scegliere “grazie a cosa” fare cassa. Un paese ricco, produce, scava, coltiva, ed esporta. Chi è povero ma vive in paradisi terrestri, ne vende la visione soprattutto ai ricchi del pianeta. Chi vive in paradisi artistici (grida vendetta come il contenitore artistico quasi monopolista del pianeta, l’Italia, non sia in grado di far vivere di rendita i suoi cittadini, incluso lo scrivente …) potrebbe vendere la visione, il mood che questa genera, grazie a ciò che i ns. avi hanno prodotto.
Al contrario, posti non famosi per le bellezze dei luoghi o per gli insediamenti produttivi colà esistenti, per non parlare dell’arte esposta, non potendosi proporre come paradisi naturali o artistici hanno scelto di fondare il benessere dei propri cittadini, vendendo regole.
Vendere “regole” è un modo come un altro per generare pil. In particolare, le regole fiscali.
Il patto, esplicito è: se vieni qua, avrai diritto a questo e questo, pagherai questo, non pagherai quest’altro. Già la chiarezza, la certezza, l’immutabilità delle regole sono un passo avanti.
Quale regola internazionale potrà mai, in concreto e non in teoria, contrastare questa libera e legittima scelta di Paesi sovrani della loro autodeterminazione?
Certo che se la regola di un paradiso fiscale recita: “se ti stabilisci qui ecc ecc” e poi il furbetto, italiano o spagnolo, poco cambia, colà NON si stabilisce, ma solo tenta di far apparire come vera la falsa circostanza, ben fa il fisco italiano (o quello spagnolo) a lamentarsi ed a perseguire quello, che a pieno titolo, è un evasore.

Claudio Giannesi

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