L’importanza del work spouse

 L’importanza del work spouse

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«Perché non abbiamo mai fatto sesso?». «Perché non siamo innamorati». Lo scambio di battute figura in “Steve Jobs”, uno dei film di maggior successo dell’ultima stagione, e a quanto pare sarebbe realmente avvenuto. Anzi, risulta addirittura che Jobs, impersonato sul set da Michael Fassbender, per rivolgere quella domanda a Joanna Hoffman, il suo direttore marketing i cui panni nella finzione scenica sono stati indossati da Kate Winslet, sia andato a bussare a casa di lei all’una di notte.

Joanna Hoffman oggi ha 61 anni, è sposata con Alain Rossmann, ingegnere informatico di cui è stata collega sempre alla Apple, e da tempo non è più una donna in carriera: si è chiamata fuori dal mondo degli affari per occuparsi dei suoi due figlioli. Nel film la Winslet, che recitandone la parte ha vinto un Golden Globe e ottenuto una nomination agli Oscar, interpreta piuttosto fedelmente il ruolo che la Hoffman ha rivestito nei suoi rapporti con Jobs: è quello che gli americani chiamano della “work wife”, cioè di una specie di moglie sia pure limitatamente alla vita sul lavoro. Con Jobs ha condiviso tutto con una sola eccezione: il letto.

I termini “work wife”, “work husband” (marito) o più genericamente “work spouse” (sposo) sono piuttosto familiari negli Stati Uniti. Sono stati coniati per indicare certe affinità di coppia che si manifestano fra colleghi di sesso opposto e che si traducono in una relazione di sapore quasi coniugale. Cioè di grande intimità, per quanto platonica.

Antesignana della “work wife” è stata la “officer wife”,  cioè la moglie da ufficio protagonista di una omonima novella della scrittrice Faith Baldwin pubblicata nel 1930 e dalla quale la Warner Bros ricavò immediatamente un film. Qualche anno più tardi la Metro Goldwin Mayer, basandosi su quello stesso racconto, realizzò a sua volta un film in cui Clark Gable era conteso dalla moglie legittima (Myrna Loy) e dalla moglie da ufficio (Jean Harlow).

A sdoganare definitivamente le espressioni “work wife” e “work husband”, facendole diventare negli States di uso comune, è stato però un famoso saggio del 1987 di David Owen, un altro scrittore. Nel testo indicò anche nove situazioni che a suo avviso rendevano pacifico che si era già consumato una sorta di matrimonio. Il fatto ad esempio che lui o lei si aspettino reciprocamente per prendere insieme un ascensore oppure per entrare o uscire sempre insieme da una riunione. Fino ad arrivare a che lui o lei si raccontino cose circa i comportamenti dell’effettivo coniuge che il diretto interessato non vorrebbe mai e poi mai fossero risapute.

Quando nel 2005 Condoleeza Rice lasciò la Casa Bianca per assumere la guida della Segreteria di Stato, molti commentatori scrissero che il presidente George Bush non solo aveva perso il suo consigliere per la sicurezza nazionale ma la sua “moglie di lavoro”. Per inciso, la Rice non si è mai sposata.

Una ricerca condotta nel 2010 da Captivate Network, una compagnia che trasmette notiziari attraverso migliaia di pannelli installati negli ascensori delle metropoli di Stati Uniti e Canada, ha rivelato che il 65% dei colletti bianchi americani dichiarava di avere o di avere avuto una “work wife” o un “work husband”. Un 21% ha ammesso che abitualmente nel corso della giornata lavorativa c’è anche uno scambio di messaggini, che non sempre si interrompe nei fine settimana. Quanto agli argomenti di conversazione, un 36% ha confidato di aver parlato anche di aspetti relativi alla sfera sessuale nel proprio rapporto con il legittimo consorte. Solo in un 8% dei casi l’intimità con il “work partner” ha dato adito ad episodi di indubbia infedeltà coniugale. Infine il 22% delle persone sposate si guarda bene dal far trapelare alla moglie o al marito che sta a casa di avere un legame di coppia particolarmente confidenziale con un collega o una collega.

Sempre negli Stati Uniti il fenomeno delle mogli o dei mariti “di lavoro” è da tempo oggetto di osservazione. Anche perché, e questo succede in tutto il mondo, a favorirlo è innanzitutto il fatto che il lavoro è cambiato: il terziario è di gran lunga il settore con il maggior numero di occupati, la quota femminile è cresciuta negli anni in modo esponenziale, in tutte le organizzazioni si afferma il teamworking e quindi si sono moltiplicate le opportunità di interazione. È in sostanza fisiologico che fra uomini e donne che si trovano a collaborare per decine di ore la settimana si creino legami preferenziali. Peraltro, a dar retta alle statistiche, il 70% dei dipendenti trae soddisfazione dal lavoro in primo luogo perché si trova bene con i colleghi e con loro non ha rapporti semplicemente formali.

Poter contare in ufficio su una persona dell’altro sesso che si sente particolarmente vicina, con la quale confrontarsi e confidarsi, assaporando anche il piacere di lavorarci assieme, viene considerato unanimemente un fatto positivo. È fonte di motivazione ed alleggerisce anche le situazioni di stress. Purché, e su questo gli esperti sono altrettanto unanimi, non ci si spinga oltre una determinata linea di demarcazione.

Vault, uno dei siti più influenti in tema di analisi sulle problematiche del mercato del lavoro, qualche tempo fa ha fornito perfino alcuni suggerimenti per evitare complicazioni sia allo sviluppo della propria carriera sia al proprio ménage matrimoniale. Sono di puro buon senso, come ad esempio il mantenersi ragionevolmente riservati su alcuni aspetti personali. Non farlo potrebbe portare in futuro a doversi pentire amaramente. In proposito Jenn Berman, uno psicologo matrimonialista, avverte di evitare di parlare troppo della “work wife” o del “work husband” quando si è casa: il legittimo consorte finirebbe per insospettirsi e per ingelosirsi. E allora altro che alleggerire lo stress..

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