L’impresa familiare non è società

 L’impresa familiare non è società

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[dropcap]L'[/dropcap]impresa familiare è incompatibile con la disciplina di qualsiasi tipo di società. Questo importante principio è stato posto dalle chiariscono le Sezioni unite civili con la recentissima sentenza 6 novembre 2014, n. 23676 depositata ieri.

Come illustrato dai giudici nel provvedimento in esame, le incertezze ermeneutiche rivelate dal contrasto giurisprudenziale traggono origine dalla mancata previsione testuale, nell’art. 230-bis del codice civile, dell’esercizio in forma societaria di un’impresa familiare: nel cui ambito possa trovare, del pari, applicazione la tutela speciale del lavoro innovativamente introdotta dalla riforma del diritto di famiglia: senza dubbio modulata, prima facie, sulla figura dell’imprenditore individuale.

Il silenzio della norma sulla forma alternativa dell’imprenditore collettivo si palesa di non univoca lettura, dando luogo, oggettivamente, al dubbio se esso corrisponda ad una scelta deliberata, o non sia piuttosto la conseguenza di un’enunciazione sintetica, in ossequio al principio di economicità.
Detto ciò, le Sezioni Unite illustrano gli orientamenti giurisprudenziali più importanti in merito alla questione oggetto di approfondimento.
Un primo indirizzo, partendo dal riconoscimento della natura eccezionale della norma, ne esclude l’applicazione all’impresa in forma societaria sul presupposto che sarebbe il frutto di una non consentita interpretazione analogica, e non solo estensiva, nell’ambito di una lacuna dell’ordinamento normativo.
Ma la tesi della natura eccezionale non appare convincente.

Al riguardo, si osserva come siffatta qualificazione discenda, in sede concettuale, dal contrasto con principi e valori generali accolti nell’ordinamento, la cui deroga sia giustificata solo entro gli stretti limiti letterali dell’enunciato.

In questo senso, il connotato dell’eccezionalità, genericamente definito dall’art. 14 delle Disposizione generali al codice civile (“leggi che fanno eccezioni alla regola generale o ad altre leggi”), trovava una più puntuale configurazione nel precedente storico dell’art. 4 preleggi al c.c. 1865 (“leggi che restringono il libero esercizio dei diritti”); ed in tale accezione non risulta coerente, con tutta evidenza, alla fattispecie in esame, in cui si riconoscono diritti patrimoniali a chi abbia erogato prestazioni utili all’imprenditore.

Appare quindi corretto parlare, piuttosto, di un istituto autonomo – cui si può riconoscere natura speciale, ma non eccezionale – creato ex novo nell’ambito della riforma del diritto di famiglia (L. 19 maggio 1975, n. 151) con una norma di chiusura della disciplina dei rapporti patrimoniali.

La medesima opinione negativa sull’applicabilità dell’art. 230 bis cod. civ. all’impresa societaria è svolta, con iter argomentativo diverso, da Cass., sez. lavoro, 6 agosto 2003 n. 11.881 (alla quale aderisce espressamente la Corte d’appello di Torino nella sentenza impugnata avanti la Corte di Cassazione), la cui ratio decidendi valorizza il presupposto sostanziale della fattispecie astratta, costituito dal rapporto di parentela (o affinità) con l’imprenditore – qualifica, spettante solo alla società, e non pure al socio – in cui favore il familiare presti la sua attività di lavoro: tanto più se questa sia erogata all’interno del nucleo familiare, e dunque senz’alcun collegamento diretto con l’impresa. Esito finale di tale ricostruzione interpretativa è l’esclusione di una compresenza di rapporti: l’uno fondato sul contratto di società tra il debitore e terzi soci; e l’altro derivante dal vincolo di subordinazione al primo di un suo familiare.

Ad essa si contrappone il diverso indirizzo giurisprudenziale, sostenuto da parte della dottrina, che, ravvisando più o meno esplicitamente nell’impresa familiare dei tratti associativi, ne riconosce in linea di principio estensibile la disciplina anche ad attività continuative di lavoro svolte dal parente o affine del soggetto beneficiario, partecipe di una società, pur se con terzi estranei all’aggregato familiare: con i riflessi patrimoniali previsti dall’art. 230 bis cod. civ., pur se limitati, naturalmente, alla quota di partecipazione (Cass., sez. lavoro, 23 settembre 2004 n. 19116; Cass., sez. lavoro, 19 ottobre 2000 n. 13861).
Così riassunto in estrema sintesi, il pregresso contrasto interpretativo, le Sezioni Unite aderiscono alla tesi dell’incompatibilità dell’impresa familiare con la disciplina delle società di qualunque tipo.

Al riguardo, occorre premettere, in sede metodologica, la primazia, tra i canoni ermeneutici legali, del criterio letterale: emergente dallo stesso ordine prioritario di enunciazione seguito nell’art. 12 disp. gen. e riconosciuta dalla giurisprudenza di gran lunga prevalente della Corte (Cass., sez. 3, 21 maggio 2004 n.9700; Cass., sez. lavoro, 13 aprile 1996 n. 3495; Cass., sez. lavoro, 17 novembre 1993, n. 11359; Cass. sez. lavoro 26 febbraio 1983 n. 1482).
Nel contesto letterale della disposizione in esame, la scelta del legislatore di utilizzare costantemente il lemma “impresa”, di carattere oggettivo, significativo dell’attività economica organizzata, piuttosto che far riferimento all’imprenditore come soggetto obbligato, resta di per sé neutra, lasciando adito alla possibile inclusione anche dell’impresa collettiva, esercitata in forma societaria: pur se già la rilevanza riconosciuta contestualmente al lavoro svolto nella famiglia fornisce un primo elemento semantico plausibilmente riferibile ad un imprenditore- persona fisica.

Ma ciò che davvero si palesa irriducibile ad una qualsiasi tipologia societaria è la disciplina patrimoniale concernente la partecipazione del familiare agli utili ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato, anche al di fuori dell’impresa: e non, quindi, in proporzione alla quota di partecipazione. E se è appropriato parlare di un diritto agli utili del socio di società di persone, (art. 2262 cod. civ., che però ammette il patto contrario) – mentre, solo una mera aspettativa compete al socio di società di capitali, in cui la distribuzione di utili dipende da una delibera assembleare o da una decisione dei soci (art. 2433 c.c. e art. 2479 c.c., comma 2, n. 1) – nessun diritto esigibile può essere reclamato, nemmeno dal socio, sui beni acquisiti al patrimonio sociale, e tanto meno sugli incrementi aziendali, “durante societate”.

Ancor più confliggente con regole imperative del sottosistema societario appare, poi, il riconoscimento di diritti corporativi al familiare del socio: tale, da introdurre un inedito metodo collegiale maggioritario – integrato con la presenza dei familiari dei soci – nelle decisioni concernenti l’impiego degli utili, degli incrementi e altresì la gestione straordinaria e gli indirizzi produttivi; e financo la cessazione dell’impresa stessa: disciplina, in insanabile contrasto con le relative modalità di assunzione all’interno di una società, che le vedono riservate, di volta in volta, agli amministratori o ai soci, in forme e secondo competenze distintamente previste (il più delle volte da norme inderogabili), in funzione del tipo societario, ma univoche nell’esclusione di soggetti estranei alla compagine sociale.

Siffatta conclusione appare confortata anche dalla verifica delle intenzione del legislatore dell’impresa familiare.

Al riguardo, è comune l’opinione che l’istituto dell’impresa familiare, introdotto con la riforma del diritto di famiglia (L. 19 maggio 1975, n. 151, art. 89), in chiusura di regolamentazione del regime patrimoniale della famiglia, abbia natura residuale rispetto ad ogni altro rapporto negoziale eventualmente configurabile: come si evince dallo stesso incipit dell’art. 230 bis cod. civ. a norma (“salvo che sia configurabile un diverso rapporto”). Appare quindi coerente la conclusione che la disciplina sussidiaria dell’impresa familiare sia da intendere recessiva, nel sistema di tutele approntato, allorché non valga a riempire un vuoto normativo, stante la presenza di un rapporto tipizzato, dotato di regolamentazione compiuta ed autosufficiente.

Studio Legale e Tributario Garaffa & Manenti
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