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L’inutile problema del work-life balance

Il work-life balance è il nuovo mito del millennio. I leader sono preoccupatissimi di trovare il corretto equilibrio tra lavoro e vita privata. Per ottenere questo equilibrio sono alla ricerca di una soluzione per lavorare in modo più intelligente e meno duro (smarter than harder).

Ma è davvero così? Intendo dire, davvero i manager sono più interessati a lavorare meno, ma in modo più intelligente? E, soprattutto, è così che formano e giudicano i loro collaboratori? Ogni anno compare un nuovo libro con i segreti (?) per vivere una vita che bilanci lavoro, famiglia e tempo libero. E, naturalmente, se ne vendono migliaia di copie. Ma non basta usare il caro e vecchio buonsenso per trovare il giusto equilibrio nella nostra vita?

Diciamoci la verità, poter dire ad amici e conoscenti che non si ha nemmeno un attimo di respiro a causa del lavoro, ci regala un inspiegabile (quanto idiota) piacere e un senso di realizzazione. Ci sentiamo arrivati. Cerchiamo un equilibrio, ma in realtà ci compiacciamo di non averlo trovato. Come si spiega questa contraddizione? Con la nostra stupida cultura della saturazione del tempo utile vs la produttività. La nostra cultura, a dispetto di tutto quanto viene detto e scritto, premia gli esausti e chi lavora tanto. Non ci soffermiamo più di tanto a distinguere l’essere impegnati dall’essere produttivi, perché saremmo costretti a dare un giudizio di qualità e non di quantità e questo è chiaramente più faticoso e pericoloso. Noi premiamo chi va “al di sopra e oltre” (above and beyonde) in termini di quantità di lavoro. Il risultato? Ciò che è premiato è replicato, quindi non se ne esce. 

Pensiamo alle donne che non vogliono rinunciare alla maternità, ma che, ad un tempo, vogliono realizzarsi anche sul lavoro, come possono competere se non sul piano della qualità? È chiaro che sono svantaggiate rispetto ai colleghi, che possono consumarsi in giornate lavorative di 12 ore e oltre. È altresì ovvio che i maschi ci guadagnino anche in termini di visibilità, quindi di carriera.

Ma la sindrome dell’apina operosa ha effetti devastanti anche sul piano fisico: pressione alta, infarto, ictus, obesità, depressione e ansia.  Quindi, che si può fare? Continuiamo a leggere libri di stregoni e guru che ci spiegano i segreti di un’esistenza felice o, più semplicemente, iniziamo a cambiare quella sciocca e suicida cultura della quantità vs la qualità?

Sono i leader che devono iniziare a cambiare la cultura aziendale. Sono loro che devono dare l’esempio e che devono incoraggiare i propri collaboratori a non misurare gli altri e se stessi in termini di ore/lavoro, ma in termini di risultati. Il mito della luce dell’ufficio accesa fino a tardi deve essere definitivamente abbandonato. Un leader razionale non si esaspera, scioccamente, alla ricerca di un equilibrio tra lavoro e vita privata, ma impara (e insegna) ad ottimizzare il proprio tempo, lavorando sulla propria capacità produttiva. Tutto ciò renderà felici tutti, compresi i suoi collaboratori e i suoi cari.

Giuseppe Andò

Giuseppe Andò

C-level, Executive, Team & Career Coach. Associate Coach Marshall Goldsmith Stakeholder Centered Coaching. Member of Board EMCC Italia (European Mentoring & Coaching Council).

1 Comment

  • Mauro Visintainer

    Bravo Giuseppe Andò, argomentazione lucida e condivisibile.

    15 Aprile 2020 at 15:30

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