L’Italia recupera competitività, ma la crescita è ancora modesta

 L’Italia recupera competitività, ma la crescita è ancora modesta

Il “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” dell’Istat, giunto alla quinta edizione, fornisce un quadro informativo dettagliato e tempestivo sulla struttura, la performance e la dinamica del sistema produttivo italiano.

Il Rapporto valorizza le numerose informazioni statistiche sui settori economici; per ciascun settore viene offerta una base dati di oltre 70 indicatori, ove possibile in serie storica e con dettagli settoriali, territoriali, dimensionali e per varie tipologie d’impresa. A corredo del Rapporto sono disponibili schede e grafici per ogni settore con i principali indicatori sulla struttura, le strategie e la performance delle imprese del comparto, aggiornate in tempo reale.

partire da questa edizione la parte di analisi non è più dedicata a un unico specifico argomento suggerito dal dibattito economico in corso (ad esempio, le relazioni tra industria e servizi, la domanda di lavoro delle imprese): la competitività del sistema economico italiano viene esaminata adottando più chiavi di lettura, macroeconomica, settoriale e di impresa. Ciò consente di valorizzare appieno il potenziale informativo sul sistema delle imprese considerevolmente aumentato anche a seguito dell’utilizzo dei nuovi Registri statistici integrati costruiti dall’Istat a supporto della produzione statistica e dell’analisi economica.

Il volume in sintesi

Le tendenze macroeconomiche recenti segnalano da un lato un chiaro recupero di competitività del nostro sistema produttivo, dall’altro un ritmo di crescita ancora modesto, soprattutto nei confronti delle principali economie europee. La ripresa ciclica dell’economia italiana è accompagnata da un aumento dell’export e da un rafforzamento della quota di esportazioni di beni su quelle mondiali. Nella nuova fase di ripresa, però, cambia il contributo della domanda estera netta al Pil, che diviene negativo a causa di un aumento di volumi importati superiore all’incremento di quelli esportati.

Sul piano settoriale, un’indagine qualitativa sulle valutazioni delle imprese di manifattura e servizi mette in luce che i segnali di ripresa sono diffusi nel sistema produttivo, in termini di tenuta o aumento del fatturato, capacità produttiva, capitale umano qualificato, possibilità di reagire a eventuali aumenti di domanda. Tuttavia, l’Indicatore sintetico di competitività settoriale (ISCo) conferma, nonostante la ripresa, la divergenza nella performance dei singoli comparti manifatturieri: in una graduatoria di competitività, i settori che occupavano le prime posizioni nel 2011 sono quelli più competitivi anche nel 2014 e gli stessi che hanno registrato i migliori progressi anche nel 2015-2016.

A livello microeconomico emerge che la selezione provocata dalla lunga fase recessiva – in quattro anni il sistema ha perso oltre 194mila imprese e quasi 800mila addetti – ha avuto conseguenze dirette sulla solidità e la performance del tessuto produttivo italiano.

Anzitutto, in un contesto nel quale il valore aggiunto complessivo delle società di capitali è realizzato in larga misura da imprese “fragili” (redditizie ma con problemi di solidità e/o liquidità), è notevolmente cresciuta la fascia di imprese “in salute” (con redditività, solidità e liquidità sostenibili) raggiungendo nel 2014 livelli superiori a quelli del 2007. Inoltre, durante l’ultima recessione la produttività totale dei fattori è aumentata nell’industria (con una divaricazione tra i settori) e diminuita nei servizi (con una convergenza intersettoriale). Infine, la selezione ha operato anche sulle imprese internazionalizzate: durante la recessione, solo chi esportava su scala mondiale (e con una quota elevata di fatturato esportato) ha aumentato valore aggiunto e addetti.

Esportare è rimasta quindi una condizione necessaria – ma non sufficiente – per avere una performance positiva. I nuovi Registri statistici hanno poi permesso la stima della “soglia dell’export” di ogni settore manifatturiero, cioè le condizioni “minime” di dimensioni e produttività compatibili con l’attività di esportazione. Questo esercizio ha consentito di classificare le imprese in base alla loro distanza dalla soglia dell’export, fornendo una base interpretativa per eventuali misure di sostegno all’internazionalizzazione.

Crescita e competitività: le dinamiche macroeconomiche in una prospettiva di confronto internazionale

Nel 2016 il Pil italiano è cresciuto in volume dello 0,9%, dopo il +0,8% registrato nel 2015. Nonostante la ripresa dell’ultimo biennio, il livello è ancora inferiore di oltre il 7% rispetto al picco d’inizio 2008 (e solo nel 2016 ha superato quello del 2000); in Spagna il recupero è quasi completo mentre Francia e Germania, che già nel 2011 avevano recuperato i livelli pre-crisi, segnano progressi rispettivamente di oltre il 4% e di quasi l’8%.

La caduta prima, e la persistente debolezza poi, del mercato interno hanno ridotto la capacità delle imprese italiane di investire ed espandersi sui mercati esteri. Nell’ultimo biennio, tuttavia, l’allentamento della politica di bilancio, la ripresa del mercato del lavoro e dei livelli di attività economica hanno stimolato i consumi e favorito la crescita degli investimenti (+2,9%) seppure a ritmi tuttora più lenti rispetto ai principali partner europei (Germania +4%, Francia +6%, Spagna +8%). Le attese sugli investimenti per il 2017 sono nel segno di un’accelerazione, grazie al miglioramento delle condizioni macroeconomiche e allo stimolo dei provvedimenti legislativi. La crescita del valore aggiunto manifatturiero (quasi +5%) è stata la più sostenuta tra le principali economie dell’euro zona.

I segnali di ripresa ciclica dell’economia italiana sono accompagnati da una dinamica dell’export positiva – nonostante il rallentamento del commercio mondiale (nel 2016 +1,1% in valore, +1,8% al netto dell’energia) – e da una maggiore capacità di penetrazione in alcuni mercati chiave. Il contenimento dei prezzi e del costo del lavoro ha determinato un progressivo recupero di competitività, portando a una riduzione del divario con la Germania accumulato negli anni precedenti.

In questa fase di recupero le esportazioni italiane – aumentate nel 2016 in misura maggiore rispetto a Germania e Francia, soprattutto in volume – sono cresciute più rapidamente della media mondiale. La quota di esportazioni nazionali su quelle mondiali è risalita dal 2,7% del 2013 a quasi il 3,0% dei primi tre trimestri del 2016 (sulla base delle informazioni provvisorie disponibili). Restano comunque ampi i margini di miglioramento della capacità di penetrazione delle imprese sui mercati esteri.

I progressi sono diffusi a tutte le categorie merceologiche: le esportazioni di prodotti chimici, alimentari e, soprattutto, di automobili sono cresciute più della media di questi mercati; le vendite di beni strumentali, che rappresentano la principale voce d’esportazione e dell’attivo commerciale, sono cresciute come in Germania e più rapidamente rispetto a Francia e Spagna.

L’export di servizi all’estero dell’Italia è invece rimasto relativamente debole in quasi tutte le categorie; in particolare, sono ancora relativamente poco sviluppate le esportazioni di servizi ad alta intensità di conoscenza, che hanno un peso crescente nella struttura degli scambi. Anche qui, tuttavia, nei primi nove mesi del 2016 si è avuto un sensibile miglioramento.

L’Italia resta un paese complessivamente poco internazionalizzato rispetto alle maggiori economie europee: nel 2015 la quota di Investimenti diretti esteri (IDE) sul Pil (25,9% in uscita e 18,6% in entrata) è meno della metà di quelle di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Tuttavia, tra il 2008 e il 2014 il numero di addetti delle controllate all’estero nella manifattura è aumentato di 110mila unità (+14,5%), arrivando a quasi 860mila addetti. Nel 2014, le controllate manifatturiere hanno generato circa 85 miliardi di esportazioni dai paesi nei quali operano.

La performance congiunturale dei settori produttivi

Nel 2016 la performance dei principali settori di punta della specializzazione italiana è stata sostenuta dalla domanda interna, al contrario del 2015 quando a fare da traino era stata la domanda estera.

Secondo l’indicatore sintetico di competitività congiunturale dei settori manifatturieri (ISCo), i comparti che nel 2015-2016 hanno mostrato le migliori performance rispetto alla media manifatturiera sono tra quelli che già nel 2014 si posizionavano al vertice della graduatoria di competitività: farmaceutica, bevande e altri mezzi di trasporto.

Nei servizi di mercato, nel 2016 va consolidandosi la ripresa del fatturato già emersa l’anno precedente.

Il recupero dei livelli di attività nella manifattura e nei servizi di mercato è associato a una significativa dinamica della domanda di lavoro dipendente, particolarmente intensa nei servizi, che si è manifestata in un aumento sia del monte ore lavorate (+2,7% nella manifattura e +5,7% nei servizi), sia delle posizioni lavorative (+1,3% nella manifattura e +4,2% nei servizi), in un quadro di incremento dell’intensità lavorativa (le ore lavorate per dipendente sono cresciute dello 0,9% nella manifattura e dell’1,2% nei servizi).

Da un’indagine qualitativa condotta su campioni rappresentativi d’imprese della manifattura e dei servizi emergono riflessi di ripresa ciclica nelle percezioni degli imprenditori per il 2016: le risposte indicano fatturato in aumento e prezzi stabili, con incrementi maggiori nei comparti manifatturieri a maggiore intensità tecnologica. Segnalano inoltre una tenuta (60,2% delle imprese della manifattura, 62,1% nei servizi) o un aumento del capitale fisico (33,6% delle imprese manifatturiere, 28,6% nei servizi).

In entrambi i comparti, inoltre, i casi di aumento di capitale umano a elevata qualifica professionale superano quelli in diminuzione (+15,5 punti percentuali nella manifattura, +5,4 nei servizi), mentre il contrario avviene per il personale meno qualificato (-0,7 punti nella manifattura, -15,0 nei servizi).

Un aumento improvviso di domanda sarebbe fronteggiato intervenendo sui meccanismi di coordinamento lungo la filiera produttiva e, nel caso delle imprese manifatturiere, ricorrendo alla capacità inutilizzata. È segnalato invece come meno rilevante il ricorso alle scorte.

Tra le strategie adottate nel 2016 prevalgono nettamente l’aumento della qualità dei prodotti e l’innovazione di processo e di prodotto; più limitato il ricorso all’outsourcing. L’orientamento strategico non cambia nelle previsioni delle imprese per il 2017, ma nella manifattura si segnala una tendenza verso una maggiore diffusione dell’uso di tecnologie digitali.

Il sistema produttivo all’avvio della ripresa: effetti selettivi della crisi sulla struttura, la performance economica e l’internazionalizzazione delle imprese

Il sistema delle imprese italiane è uscito dalla seconda recessione ridimensionato nel numero d’imprese (-4,6%, oltre 194mila unità in meno) e di addetti (-5,0%, quasi 800mila unità in meno) tra il 2011 e il 2014.

Le costruzioni hanno maggiormente risentito della crisi (-10% di imprese, -20% di addetti, -30% di valore aggiunto). Più contenute le perdite nella manifattura (-7,2% d’imprese, -6,8 di addetti) e nei servizi di mercato (-4,7 e -3,3%), mentre i servizi alla persona sono l’unico comparto che ha aumentato unità produttive (+5,3%) e addetti (+5,0%).

Durante la recessione del 2011-2014, una impresa su due ha ridotto il valore aggiunto in tutti i settori manifatturieri e in quasi tutto il terziario. Le imprese più colpite dalla crisi sono quelle che vendono solo sul mercato interno.

A livello macroeconomico la produttività totale dei fattori (Tfp) è cresciuta sia nel 2014 (+0,7%) sia nel 2015 (+0,4%). Una stima della Tfp a livello d’impresa rivela che la recessione del 2011-2014 ha determinato una divergenza nell’andamento della produttività dell’industria (+2,8% in media, con picchi nei settori di pelli e automobili) e dei servizi (-1,7% in media, con cali vistosi nei comparti di studi professionali, servizi postali e telecomunicazioni).

Nel comparto industriale l’aumento è stato diffuso (coinvolti venti comparti su trenta), con un effetto di divaricazione della Tfp tra i singoli comparti industriali. Nell’ambito del terziario, al contrario, la Tfp mostra una tendenza a una convergenza tra i settori.

Un indicatore di “sostenibilità economico-finanziaria” permette di classificare le società di capitali italiane in tre gruppi: “in salute”, “fragili” e “a rischio”. Tra il 2011 e il 2014 la sostenibilità complessiva migliora, sebbene ciò avvenga sotto la spinta di un severo processo di selezione. Nel 2014 il 47% del valore aggiunto complessivo del sistema produttivo proveniva da imprese “fragili”, il 32% da imprese “in salute”, il 21% da imprese “a rischio”.

A seguito del processo selettivo, tra il 2011 e il 2014 il gruppo “in salute” ha aumentato il proprio peso in termini di addetti e valore aggiunto, quelli “fragili” e “a rischio” l’hanno diminuito. Tuttavia nel tempo è aumentata la quota occupazionale delle imprese “fragili” dei servizi di mercato e la quota di addetti e valore aggiunto della fascia “a rischio” del commercio.

Nel periodo 2011-2014, esportare è stata una condizione necessaria ma non sufficiente per la tenuta competitiva delle imprese: tra le unità internazionalizzate sopravvissute alla crisi si osserva uno spostamento netto verso forme più complesse di attività oltre confine. Una tassonomia delle modalità d’internazionalizzazione mostra che solo chi vende su scala mondiale (le “Global”) ha aumentato occupazione (+5,1%, 21.800 addetti) e valore aggiunto (+6,5%, 1,8 miliardi di euro); le imprese Solo esportatrici e le Two-way traders (esportatori-importatori) hanno subito riduzioni su entrambe le variabili.

Le imprese Solo esportatrici e le Two-way traders, tuttavia, hanno una limitata propensione all’export: in entrambi i casi una impresa su due esporta rispettivamente meno del 10 e poco più del 13% del fatturato, dipendendo quindi in larghissima misura dal mercato interno. Le Global, invece, rappresentano la categoria che fa più leva sulla domanda estera: una impresa su due ricava dalle vendite all’estero almeno il 45% del proprio fatturato.

I nuovi registri “estesi” realizzati dall’Istat consentono di stimare, per ciascun settore manifatturiero, la “soglia dell’export” (combinazione dimensioni-produttività necessaria per esportare) e la “soglia di struttura” (combinazione dimensioni-produttività necessaria per avere livelli di output adeguati).

L’interazione tra le due soglie permette di classificare i settori a seconda che, ai fini dell’export, la struttura prevalente richieda (soprattutto) un recupero di produttività (settori “sottoproduttivi”), un aumento dimensionale (settori “sottodimensionati”), un progresso su entrambe le variabili (settori “vincolati”) o, al contrario, non costituisca in sé un vincolo a esportare (settori “export-friendly”).

La stessa interazione consente di individuare in ogni settore le classi d’imprese “riluttanti” (con dimensioni e produttività superiori alla soglia di struttura del settore ma inferiori a quella di export) e “smart” (con dimensioni e produttività inferiori alla soglia di struttura ma superiori a quella dell’export). In quasi tutti i comparti manifatturieri le imprese “riluttanti” sono più numerose delle “smart”.

Questo permette di tenere conto del fatto che la condizione di “riluttante” – su cui andrebbero indirizzate eventuali misure di stimolo all’internazionalizzazione – può avere valenza diversa da settore a settore. In tale contesto, le imprese “riluttanti” dei comparti “vincolati” – nei quali esportare impone livelli di produttività e dimensioni molto superiori a quelli prevalenti nel settore – sono quelle che richiederebbero un’eventuale misura di policy più articolata e complessa.

L’impianto analitico proposto fornisce quindi una base concettuale ed empirica per valutare eventuali interventi di stimolo all’internazionalizzazione, consentendo di: a) identificare la platea oggetto del potenziale intervento; b) individuare il fattore, tra i due principali driver della competitività internazionale (dimensioni e produttività), su cui occorre recuperare terreno ai fini dell’accesso all’export; c) ricavare indicazioni sull’opportunità e l’efficacia dell’intervento, sulla base della distanza delle singole imprese dalla soglia dell’export.

Redazione

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