Lo smart working ci salverà dal Coronavirus?

 Lo smart working ci salverà dal Coronavirus?

Ci voleva il Coronavirus per portare in auge una modalità di lavoro che grandi gruppi, ma anche giovani startup già avevano messo in pratica da un po’ e senza un Decreto Ministeriale. Il DPCM del 1° marzo 2020, in vigore dal 2 marzo, contiene disposizioni in merito alle modalità di lavoro da smart working che possono così essere applicate dai datori di lavoro (imprese e professionisti) a ogni rapporto di lavoro subordinato, sull’intero territorio nazionale e per la durata dello stato di emergenza epidemiologica da coronavirus (COVID-19, ossia per sei mesi).

In pratica, il lasciapassare per aziende e imprenditori per “giustificare” il lavoro da remoto. In sostanza il DPCM afferma che è possibile applicare la modalità del “lavoro agile” tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti anche in assenza degli accordi individuali previsti assolvendo, in via telematica, agli obblighi di informativa sulla salute e sicurezza. 

Non è un paese per smart thinkers

La diffusione dello smart working in Italia è inferiore alla media mondiale: infatti secondo l’11esima edizione del “The Iwg global workspace survey”, le aziende che, nel mondo, hanno una politica flessibile del lavoro e dei suoi spazi sono il 62%. In Italia, invece, solo il 59%. Tuttavia, secondo dati relativi al 2018, solo il 2% dei lavoratori alle dipendenze di imprese o organizzazioni pubbliche praticava smart working nel 2018.

ll problema evidentemente non sono i lavoratori, che hanno dimostrato di apprezzare questa modalità, che li rende più felici perchè concilia vita privata con vita professionale ma che consente anche un risparmio economico non indifferente. Secondo un’analisi di Variazioni, società di work-life balance, parliamo di un risparmio in busta paga di circa 1.300 euro l’anno.

“In Italia noi lavoriamo il 20% in più della Germania, ciononostante produciamo il 20% in meno perché siamo male organizzati. Una di questa forme di disorganizzazione italiana è il non accettare il telelavoro“ – ha dichiarato il professore emerito di Sociologia del lavoro all’università La Sapienza di Roma Domenico De Masi. Il professore ha individuato due possibili cause della reticenza allo smart working in Italia, di carattere prettamente culturale:

  1. una resistenza patologica al cambiamento quindi alla flessibilità;
  2. la “Sindrome di Clinton”: secondo De Masi “i capi vogliono avere i loro dipendenti a portata di mano, così come Clinton voleva avere la sua stagista nella porta a fianco. […] Se gli togli il dipendente sottomano, il capo si sente depauperato”.

Eppure, per fortuna, c’è chi applica questa modalità di lavoro da tempo e che ora non ha fatto altro che continuare e valorizzarla, ma c’è ancora strada da fare.

Le opportunità offerte dallo smart working

In molti hanno già evidenziato la soddisfazione maggiore dei lavoratori agili legata alla possibilità di una migliore gestione del tempo e di una conciliazione bilanciata con la vita privata. Ma evidentemente i vantaggi vanno ben oltre. Secondo una ricerca presentata dalla School of Management del Politecnico di Milano, i 305.000 lavoratori agili in Italia del 2019 (il 60% in più rispetto al 2013) garantiscono un aumento della produttività del +15%.

Parallelamente i costi per l’azienda diminuiscono – quelli per gli spazi in primis – e il lavoro si basa essenzialmente sugli obiettivi: il timore degli imprenditori di non avere sotto controllo l’operato di un lavoratore agile è pura fantascienza, perché se un lavoratore non produce e non raggiunge un risultato allora è evidente che la modalità di lavoro non ha funzionato. Se però, come dimostrano le statistiche, la produttività aumenta, allora qual è il problema?

Organizzare il lavoro da remoto

Non c’è nulla di diverso rispetto a lavorare con i freelance: si lavora a progetto. Si tratta di un sistema di organizzazione del lavoro che basa il proprio funzionamento sui risultati: anche i ruoli meno commerciali e più operativi possono essere soggetti a misurazione. Le call da computer sostituiscono quelle reali e le riunioni hanno una durata precisa. Il lavoro viene determinato di settimana in settimana e le chiusure sono precise e imprescindibili. Esattamente come le aziende che si affidano ai freelance, sarà tutta una questione di organizzazione e precisione. Del resto lo smart working potrebbe davvero risollevare l’economia da questa emergenza che mostrerà le sue conseguenze più oscure proprio nell’economia.

Marianna Siani

Content Strategist Freelance - sianimarianna.com | Founder Freelance in Pigiama - freelanceinpigiama.it

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