Luzzatto Fegiz: «Io odio i talent show»

 Luzzatto Fegiz: «Io odio i talent show»

Il critico musicale e imprenditore dello show business Mario Luzzatto Fegiz non risparmia giudizi taglienti sul mondo dello spettacolo che sembra aver dimenticato il valore del merito.

Con alle spalle numerose esperienze radiofoniche e televisive, autore di saggi e libri, Mario Luzzatto Fegiz nella sua carriera ha recensito circa 2500 concerti e ha una collezione personale di 18 mila dischi, prevalentemente di vinile.

Luzzatto Fegiz, però, non è solo un valente critico musicale e un uomo di cultura, ma è anche un imprenditore. Da anni, infatti, gestisce una società di produzione radio-televisiva, una “fabbrica” di articoli e rubriche. Egli è, dunque, la persona più indicata per spiegare com’è cambiato il modo di fare impresa in un settore come quello dello spettacolo.

«Ho sempre offerto agli artisti italiani e stranieri un “bouquet” di mezzi. Per un giornalista di opinione come me è molto importante la possibilità di poter pubblicare su un quotidiano, un settimanale, un mensile (c’è stato un periodo in cui scrivevo anche su AnnabellaL’IntrepidoIl monello, coadiuvato da una squadra che oggi si è molto rimpicciolita). Il “potere di fuoco” garantito dall’avere molti mezzi a disposizione consente di ottenere delle esclusive. Trent’anni fa, però, ci si basava sul rapporto umano con le persone, mentre oggi è solo un problema di marketing. I rapporti diretti con gli impresari e gli artisti che io avevo oggi sono impensabili. Se Repubblica offre più del Corriere in termini di pubblicità, copertine, spazi, Internet, soldi, si aggiudica il servizio, mentre non conta il rapporto umano intessuto con l’artista. Sia l’artista sia il manager sono stati depotenziati, non contano più nulla e su tutto prevale la legge del marketing».

Mario Luzzatto Fegiz in un momento dello spettacolo “Io odio i talent show”
Mario Luzzatto Fegiz in un momento dello spettacolo “Io odio i talent show”

 

La crisi colpisce anche lo show business

Anche il mondo nel quale ha sempre lavorato Mario Luzzatto Fegiz è oggi in crisi, soggetto a profonde trasformazioni.

Operare nello show business è difficile, anche se, trattandosi di produzione di servizi, il valore aggiunto è altissimo. «Il fatturato diminuisce così come le risorse dei giornali. Internet funziona, cresce, ma non compensa certamente la perdita dei lettori in edicola. Per fare impresa in questo settore, dunque, bisogna essere piccoli e credere nei prodotti di cui si parla bene. Una delle mie attività è proprio quella di trovare un buon motivo per cui si debba comprare un disco. Io per mestiere dico alla gente se vale la pena spendere 20 euro per un cd o 40 euro per un concerto. Facendolo onestamente ho conquistato una credibilità che, quando ho cominciato, la critica musicale leggera non aveva».

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Lo “scippo” dei talent show

Se il settore dello show business è in piena trasformazione, quello della critica musicale è stato addirittura “terremotato” dal sorgere del fenomeno dei talent show. A questa nuova forma di spettacolo Mario Luzzatto Fegiz ha dedicato uno spettacolo in cui, in un crescendo tragicomico, racconta con sorprendente umorismo e istrionico carisma episodi sconosciuti, leggende, fatti e svariati misfatti vissuti in prima persona insieme ai grandi protagonisti degli ultimi 40 anni di musica in Italia.

«Io odio i talent show – dice Luzzatto Fegiz – perché mi hanno derubato del mio mestiere di critico, sostituendolo con sms, email, televoto, giurie popolari. Oggi sono tutti cantanti, ballerini, critici. Il pubblico, con i suoi sms, mi ha fatto le scarpe. Nello spettacolo io interpreto un critico che, dopo essere stato temuto e rispettato per tutta la vita, a 65 anni scopre improvvisamente di non contare più nulla, impazzisce e dà sfogo a una galleria di ricordi che non risparmia nessuno. È essenzialmente uno spettacolo comico, da cui emergono anche concetti seri, come il fatto che ogni musica ha pari dignità, basta che sia contestualizzata: è chiaro che il liscio alla Scala non sta bene, come la Nona di Beethoven alla sagra dello gnocco fritto».

Lo spettacolo di Luzzatto Fegiz è anche una riflessione sullo scarso valore dato nel nostro Paese al merito, alla professionalità da acquisire con la fatica, con anni di studio e di lavoro. «In generale le scorciatoie verso il successo sono molto pericolose. Per uno che ce la fa, altri finiscono nel dimenticatoio. Ovviamente il sogno di tutti è sfondare nel mondo dello spettacolo saltando la gavetta: a qualcuno riesce, a molti altri no».

Oltre al loro effetto “diseducativo”, Luzzatto Fegiz ha un altro motivo per odiare i talent show: «Spettacolarizzano uno dei momenti più difficili nella vita degli artisti, cioè il provino. Faremmo mai uno spettacolo sul colloquio di assunzione di un operaio metalmeccanico? Ho rifiutato offerte economicamente molto interessanti dalla De Filippi perché io sono abituato a giudicare prodotti finiti, come Elton John, i Beatles, Bob Dylan, mentre i partecipanti ai talent show sono prodotti in divenire. Se si assaggia una torta che sta lievitando magari la si trova anche buona, ma poi il mal di pancia è assicurato».

Insomma, a fronte della dittatura del talent show, il critico-imprenditore sottolinea l’importanza del merito, dello studio, dell’applicazione, dello sforzo necessario per conseguire un obiettivo e, soprattutto, l’importanza del rapporto umano interno all’azienda, della capacità di creare un team coeso, una squadra affiatata. Se si seguiranno queste semplici regole, magari lo “spettacolo” dell’economia del nostro Paese, che il critico del Corriere della sera “stronca” senza pietà, potrà diventare meno triste.

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