Marco Fortis: «Le pmi crescono se vanno all’estero»

 Marco Fortis: «Le pmi crescono se vanno all’estero»

Marco Fortis

Pubblichiamo un’ampia intervista con l’economista Marco Fortis. Tema della conversazione: condizione e prospettive del sistema delle piccole e medie imprese italiane e la recente Legge di stabilità.

Le piccole e medie imprese possono essere un modello ancora attuale e valido, capace di generare crescita nel nostro Paese?

«È sempre difficile fare generalizzazioni. In alcuni settori produttivi, negli ultimi anni, la piccola dimensione delle imprese ha causato delle criticità. Pensiamo, ad esempio a quello che è accaduto nei primi anni 2000 a settori come il tessile-abbigliamento, la calzatura, il mobile. Negli ultimi anni di crisi economica, poi, nell’ambito delle filiere produttive, le imprese più grandi, per non licenziare i propri addetti, in conseguenza della caduta della produzione e, soprattutto, della domanda interna, hanno ridotto le esternalizzazioni, mettendo in difficoltà la catena dei subfornitori, afflitta anche dal ben noto problema dei ritardi dei pagamenti (non solo quelli della pubblica amministrazione, ma anche quelli tra imprese). Nonostante tali difficoltà, tuttavia, il tessuto della piccola e media impresa è una risorsa per il nostro Paese. Il grande dinamismo imprenditoriale che caratterizza l’Italia (muoiono tante imprese, ma ne nascono anche di nuove) fa sì che ci siano opportunità di crescita per i soggetti economici».

All’interno della definizione di “piccola e media impresa” sono contenute realtà molto differenti. Può aiutarci a fare chiarezza?

«Effettivamente bisogna intendersi di cosa stiamo parlando quando trattiamo di piccole e medie imprese. Nel caso della micro impresa gli addetti possono essere 2, 3, 4. È la tipica impresa quasi artigianale. Poi ci sono imprese piccole ma che hanno da 20 a 50 dipendenti. Queste imprese non è detto che siano destinate a soccombere, anche in presenza di condizioni così sfidanti come quelle della globalizzazione e della recessione. Esse, infatti, riescono non soltanto a crescere, ma anche a essere molto attive sul fronte dell’internazionalizzazione (e le imprese che esportano hanno una maggiore propensione all’innovazione, a lavorare sull’organizzazione e sul marketing con un’efficacia ben maggiore rispetto alle aziende che non esportano). Le imprese, poi, che vanno dai 50 ai 249 addetti (la dimensione ufficiale della cosiddetta media impresa, anche se taluni, come Mediobanca, spostano l’assicella ai 500 addetti), sono quelle più reattive, vivaci, efficienti – anche in termini di generazione di profitto – tra le imprese italiane. Infine, abbiamo la fascia dei gruppi grandi e medio-grandi che hanno un fatturato che va dai 300 milioni di euro fino ai due miliardi. Si tratta di quello che Mediobanca – unitamente alle medie imprese – definisce Quarto capitalismo e che in questo momento è decisamente la parte del nostro sistema produttivo più vivace e che sta reagendo meglio alla crisi. La vocazione esportatrice, infatti, ha permesso a questa tipologia di aziende – che, ripeto, non esclude anche quelle piccole, sopra i 20 addetti – di sopravvivere in condizioni difficile come quelle attuali che ha visto una caduta della domanda interna superiore al 7-8% (in certi settori, come quello del mobile, il calo dei consumi è stato superiore al 30%, mentre l’abbigliamento ha sfiorato il 20%)».

La vocazione esportatrice ha permesso a molte imprese italiane di sopravvivere alla crisi
La vocazione esportatrice ha permesso a molte imprese italiane di sopravvivere alla crisi

 

Cosa devono fare le pmi italiane per crescere?

«Le imprese che abbiano la dimensione minima per poter gareggiare con efficacia sui mercati internazionali, devono strutturarsi per sviluppare l’export, andando alla ricerca di mercati emergenti. Bisogna avere una struttura orientata al marketing estero, dotarsi di filiali anche se non di grandi dimensioni, ma comunque fondamentali per gestire la logistica delle consegne e del servizio post vendita nei Paesi stranieri. È quello che hanno fatto le imprese medie di successo, imprese che fatturano 30-50 milioni di euro ed esportano fino al 70-80% della produzione».

Ma le piccole e medie imprese italiane sono in grado di strutturarsi per competere con i colossi stranieri?

«Le faccio un esempio concreto. Un imprenditore di medie dimensioni, sui 40-50 milioni di fatturato, in occasione del ciclone che l’anno scorso ha colpito New York, grazie ai suoi magazzini statunitensi e alla velocità della risposta logistica, è stato in grado di soddisfare la richiesta di valvole del gas di cui la municipalizzata newyorchese aveva urgente bisogno. È un esempio di come spesso imprese che non sono multinazionali, cioè con le grandi dimensioni cui ci abituano i tedeschi, i coreani o i giapponesi, riescono lo stesso a essere molto reattive. Un’impresa, anche piccola o media, se è ben organizzata, può essere velocissima a intercettare bisogni, domande, partecipare a gare e concorsi internazionali».

Da parte delle istituzioni, italiane ed europee, come ci si dovrebbe impegnare per creare un ambiente favorevole per le pmi?

«Un esempio di come si possano aiutare le imprese nella competizione internazionale viene dal recente voto del Parlamento europeo sull’etichetta “made in” obbligatoria. In base alle disposizioni approvate a Bruxelles, tutti i prodotti dovranno presentare il marchio “made in” sulla propria etichetta per essere immessi nel mercato. Negli ultimi tempi alcuni Paesi stanno cercando di sfruttare marchi nazionali, cioè posseduti dallo Stato, a cui le imprese possono aderire spontaneamente. In Francia ne esiste uno già molto sviluppato e anche in Italia si cerca di favorire un marchio di questo tipo. Tali condizioni di contorno permetterebbero una concorrenza più equilibrata e che le nostre merci non venissero penalizzate con forme di contraffazione, come quelle di Italian Sounding che sempre più spesso si verificano sui mercati. Ci sono, poi, misure più proattive che richiederebbero un maggiore sforzo da parte del sistema Paese anche sul piano del sostegno finanziario alle imprese che vanno all’estero. Il nostro sistema bancario-finanziario, infatti, a differenza dei sistemi bancari e assicurativi di Francia e Germania, ad esempio, non ha la capacità di seguire fino in fondo le imprese sui mercati internazionali».

La Presenza dell'Italian Sounding nei punti vendita del Nord America
La Presenza dell’Italian Sounding nei punti vendita del Nord America

 

Sulla scarsa capacità del sistema Paese di supportare le imprese che vanno all’estero influisce anche la difficile situazione dei conti pubblici, il famoso spread?

«Naturalmente la diminuzione dello spread è un fatto positivo. Spesso ci dimentichiamo, infatti, che il principale concorrente dell’Italia negli appalti internazionali nel campo dell’impiantistica, delle macchine industriali, è la Germania e che le sue imprese partono con un vantaggio enorme poiché La Cassa Depositi e Prestiti tedesca sostiene le imprese con prestiti a tassi vicini allo zero, mentre le nostre imprese nel gareggiare partono già con un differenziale di interessi che le penalizza di 2-3 punti. L’abbassamento dello spread, dunque, non riguarda solo i conti pubblici, ma anche le condizioni di finanziamento delle imprese».

Cosa potrebbero fare le istituzioni italiane per aiutare le pmi?

«Le azioni che mirano a incentivare, sotto il profilo fiscale e del supporto pubblico forme di aggregazioni come le reti d’impresa sono molto utili. Il ventaglio di possibili misure per aiutare le pmi è ampio e anche all’interno del progetto Destinazione Italia si vedono almeno i nuclei di iniziative che possono portare lo Stato a essere più proattivo nel sostenere l’internazionalizzazione delle nostre imprese. Il nostro Paese, comunque, esporta già 450 miliardi di euro in beni e servizi. Certamente può spingersi ancora avanti, ma senza conseguire risultati stratosferici. Quello che si può ottenere è portare un maggior numero di imprese piccole e medie che finora non si erano affacciate sui mercati internazionali a contatto di essi per cogliere ulteriori opportunità. Riterrei già importante riuscire a elevare la capacità di esportazione delle imprese meno performanti, più piccole, che ancora non sono arrivate al livello delle imprese che vanno dai 30 ai 50 milioni di euro di fatturato».

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