Massagli (Adapt): «Nel Jobs Act di Renzi uno spirito costruttivo che non si vedeva da tempo»

 Massagli (Adapt): «Nel Jobs Act di Renzi uno spirito costruttivo che non si vedeva da tempo»

Emmanuele Massagli è il presidente di Adapt, una organizzazione non profit fondata nel 2000 da Marco Biagi, con lo scopo di promuovere studi e ricerche nel campo del diritto del lavoro e delle relazioni industriali in una prospettiva internazionale e comparata. Dopo Tiziano Treu, intervistato la scorsa settimana, è il secondo esperto di temi del lavoro al quale abbiamo chiesto un parere sul Jobs Act, il documento sul lavoro presentato da Matteo Renzi.

Emmanuele Massagli
Emmanuele Massagli, presidente di Adapt

Qual è, secondo lei, la novità del Jobs Act?
«Secondo me è quella di avere avviato un confronto sui temi del lavoro con uno spirito costruttivo che non si vedeva da un po’ di tempo. L’ultimo grande dibattito sui temi del lavoro era stato quello sulla legge Fornero, ma era stato distruttivo, legato a una legge non discussa con le parti sociali, molto autoreferenziale, ministeriale. Il merito del Jobs Act, invece, è stato quello di suscitare subito una gara a presentare la proposta migliore. L’8 gennaio è uscita la proposta di Renzi, il 10 è uscita Scelta civica con il suo Job Act, il 12 è stato presentato il disegno di legge Alfano-Sacconi e a seguire c’è stato anche un intervento della Lega. Al momento il vero merito del Jobs Act è questo perché il piano di Renzi è talmente poco dettagliato che è difficile capire come verranno declinate alcune delle proposte».

Quali sono gli aspetti più positivi del piano di Renzi per il lavoro?
«C’è un elemento che accomuna la proposta renziana a tutte le altre e che è positivo: la proposta di semplificare il diritto del lavoro. Il rischio che corre il Jobs Act, però, è quello di intendere la semplificazione solo in termini di riduzione numerica delle norme. Per semplificare il diritto del lavoro non è sufficiente ridurre le norme, ma bisogna scriverne di comprensibili e realmente utilizzabili. È interessante anche la proposta di un’Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali, consentendo di realizzare una vero raccordo tra politiche attive e passive del lavoro. È una proposta non del tutto inedita, ma è interessante se espressa da una forza politica che sui temi del lavoro è sempre stata poco innovativa, anche perché legata al sindacato più conservatore. Colpisce anche il superamento – non del tutto esplicito, ma leggibile tra le righe – dell’articolo 18, con la forma del contratto di inserimento, anche se la mancanza dell’aggettivo “unico” ha suscitato reazioni negative da parte del professor Ichino, tanto è vero che il giudizio di Scelta civica sul Jobs Act è stato abbastanza negativo».

Ci sono punti del Jobs Act che lei giudica controversi?
«Accanto alle proposte interessanti prima citate, ce ne sono altre che non condivido per nulla. La legge sulla rappresentanza, ad esempio, secondo me in Italia non serve. Farla vorrebbe dire tornare a mettere il sindacato esplicitamente sotto l’influenza della politica, una cosa molto rischiosa. Mi sembra, poi, piuttosto ridicola e anacronistica l’idea dei piani industriali, cioè quella di scegliere a tavolino i settori su cui puntare e di focalizzare l’attenzione sui “nuovi lavori” senza sforzarsi, invece, di capire come stanno cambiando le professioni tradizionali, che sono comunque ancora le più diffuse. Ritengo fantasiosa e non giustificata anche la proposta del sussidio unico di disoccupazione, una norma che dovrà essere meglio argomentata nel momento della stesura normativa».

Quindi lei condivide l’opinione del ministro Giovannini che ritiene troppo costoso il sussidio unico di disoccupazione proposto da Renzi?
«Sì. Così com’è descritta sinteticamente nel piano renziano, è una proposta allo stato inattuabile per il bilancio dello Stato. Anche utilizzando i fondi dell’Aspi e, probabilmente, anche quelli della Cassa integrazione sarebbe inattuabile».

Se individuare i “nuovi lavori” non è sufficiente, allora anche la green economy, indicata come settore strategico nel Jobs Act, non risolverà i problemi dell’occupazione in Italia?
«Decisamente no. Stiamo parlando, dati alla mano, di professioni dai numeri molto piccoli che in Italia si sono diffuse anche perché “drogate” da sussidi pubblici. Parlando proprio di green economy, pensiamo alla bolla del fotovoltaico. Dimentichiamo che l’Italia è ancora un Paese fortemente manifatturiero, con una manifattura sempre più moderna, di livello elevato, ma “tradizionale”. La meccanica, la meccatronica, il packaging, la meccanica evoluta, le macchine industriali, sono i settori, come ci dice la Fondazione Edison, che stanno “tirando” la nostra economia ed esportano nonostante la crisi. Non si tratta di lavori nuovi nel senso “fighetto” renziano, ma rappresentano l’evoluzione di lavori tradizionali. Il problema, semmai, è quello di capire quali sono le nuove competenze richieste dal mercato e formarle. È più un problema di competenze che di new economy».

Non ha l’impressione che nel nostro Paese si attribuisca un valore salvifico alle norme? È dalle norme che bisogna partire per rilanciare l’occupazione in Italia?
«Non è la norma che crea lavoro. Questo ormai non lo crede più nessuno e anche Renzi nel suo piano lo ammette. La norma non crea lavoro, ma lo può promuovere o ingessare. Il punto è realizzare norme che aiutino gli imprenditori che vogliono assumere e crescere – saranno anche pochi, ma ci sono -, ma che allo stesso tempo permettano a chi è in difficoltà di superare la crisi senza dover chiudere le proprie attività per osservare precetti pensati a Roma e lontani dalla realtà, come insegna l’esempio dell’Electrolux».

Se fossero in vigore le norme del Jobs Act, l’Electrolux sarebbe meno tentata di spostare la produzione in Polonia?
«No. Probabilmente, se fossero in vigore le norme proposte da Renzi così come sono espresse nel Jobs Act, l’Electrolux sarebbe più tentata di andare in Polonia. La multinazionale svedese, infatti, non ha un problema di gestione del rapporto di lavoro, ma di costo del lavoro. Renzi promette di abbassare le tasse sul lavoro, ma è una materia sulla quale ha scarso potere decisionale perché è vincolato dal bilancio statale. Abbassare il costo del lavoro nella misura provocatoriamente proposta da Electrolux è impossibile per il Governo italiano. Il sussidio unico di disoccupazione, poi, fornirebbe a Electrolux una giustificazione morale per abbandonare l’Italia senza preoccuparsi di lasciare i lavoratori senza reddito: se lo Stato sussidia i lavoratori, la multinazionale potrebbe andarsene e i lavoratori rimarrebbero tutelati dal sussidio unico. Per indurre l’Electrolux a restare, più che il piano di Renzi servirebbe quello di Alfano-Sacconi là dove si propone di potenziare l’articolo 8, cioè l’unica modalità finora esistente nel nostro ordinamento per derogare ai contratti nazionali».

Quale misura bisognerebbe adottare per rilanciare l’occupazione in Italia?
«Bisognerebbe concentrare la miriade di aiuti economici e di incentivi esistenti e realizzare un credibile e quanto più possibile consistente taglio del cuneo fiscale. Questo è più urgente della produzione di nuove norme. Gli interventi normativi, infatti, ormai sono così tanti che, anche quando sono giusti, generano incertezza. Se gli imprenditori chiedono per prima cosa una riduzione del costo del lavoro, dato che sono loro ad assumere e non i “ministeriali” romani, io verrei incontro alla loro richiesta».

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