Minsk e la capitolazione di Putin

 Minsk e la capitolazione di Putin
Merkel, Putin e Hollande a colloquio sulla questione Ucraina
Merkel, Putin e Hollande a colloquio sulla questione Ucraina

[dropcap]A[/dropcap] poche ore dall’entrata in vigore della tregua, come ampiamente previsto, è evidente che la pressione della guerra economica scatenata dall’Occidente alla Russia ha dato i suoi risultati.

Come influenza la situazione per le pmi il nuovo scenario uscito dagli accordi di Minsk? Fatta eccezione per le triangolazioni Europa-stato non UE-Russia e viceversa, nell’immediato rimane tutto immutato. La Russia è fuori da qualsiasi possibilità di trattare partite di import export o di transitare attraverso qualsiasi banca per regolare le partite finanziarie ma in prospettiva è possibile immaginare il ristabilimento di condizioni di normalità. Nel medio periodo è prevedibile che la situazione di guerra si raffreddi completamente e subentri uno scenario di relativa calma. I russi usciranno con le ossa rotte e il morale messo ancora peggio con il definitivo abbandono dell’idea della superpotenza e la rassegnazione ad uno stato di vassallaggio rispetto al potere economico dell’Occidente. Sul terreno pratico, il mercato correrà a rifornirsi dei beni mancanti ormai da lungo tempo pur nelle difficoltà derivanti dal disastro della moneta locale. Le opportunità nell’immediato sono enormi ma solo per le società già presenti sul mercato russo che possono fare shopping nella borsa locale e comperare a prezzi stracciati quote di competitors o degli stessi partner, giocando sulle plus valenze del cambio rublo euro, come pure è il momento per andare ad insediarsi a Mosca in previsione della riapertura del mercato con programmi a medio termine di squisito sapore speculativo.

Ancora più conveniente è insediarsi o sviluppare quanto già esistente a Kiev che diventerà il terminale di tutti i benefici possibili che saranno riversati dalle istituzioni finanziarie internazionali nel gioco di sostegno alla pedina essenziale della guerra economica a Mosca. Già nella notte di giovedì 12 mentre Mosca faceva entrare 50 carri armati in Ucraina, il FMI versava 40 miliardi di dollari a Kiev approfondendo il divario tra le due filosofie guerresche e la epocale differenza tra lo stantio ricorso alle cannoniere targate 1900 e lo strapotere dell’attuale economia mondiale.

Lo Zar Putin non ha potuto fare altro che accettare i diktat: valeva la pena di scatenare questo putiferio per qualche chilometro quadrato? Evidentemente no perché certo non erano questi gli obiettivi dello Zar. L’obiettivo era saggiare la reazione Occidentale prima di passare al piatto forte dei paesi baltici, sempre con la scusa delle minoranze russofone ma, come insegnano nelle scuole di guerra, è sciocco aspettarsi una risposta del nemico sul fronte che viene aperto, bensì bisogna immaginare una risposta sul fronte in cui si è meno forti. E la risposta c’è stata con l’espediente del dimezzamento del prezzo del petrolio, l’ossigeno di tutto l’architrave russo. Putin, all’improvviso, si è trovato con le casse dello stato che si svuotavano ad una velocità cento volte superiore a quella dei tank. La partita grossolana che voleva giocare Putin infarcita di bluff, si è tramutata in una partita a poker a carte scoperte perché i dati economici non si possono nascondere e sono sotto gli occhi di tutti.

I dolori per la UE ci sono stati per il blocco delle esportazioni ma si è trattato di 21 miliardi per il totale dei 28 paesi, con una media quindi di 750 milioni a testa che non sono numeri da far tremare economie con forti potenzialità di reggere colpi ben più pesanti.

Viceversa, a prescindere dal letterale dettato delle sanzioni, i provvedimenti della Ue e degli Usa hanno determinato la fuoriuscita della Russia dal mercato dei capitali e questo è il fulcro della sua debolezza e non ci sono carri armati che tengano.

Da luglio il mercato del credito sindacato verso la Russia si è ristretto da 47,2 miliardi di dollari a 1,5  mentre il ministro delle finanze russo ha bloccato le aste di titoli in rubli quando si è andati oltre al tasso del 9%. Alla vigilia delle sanzioni di luglio, le banche e le società russe avevano un debito estero di  653 miliardi dollari e 650 miliardi dollari verso i creditori nazionali il che vuol dire che la metà del capitale su cui opera l’economia era proveniente da fonti estere. Le sanzioni che hanno tagliato fuori la Russia dai mercati dei capitali occidentali hanno prodotto uno shock importante, anche se “salvatori” come la Cina, si dice, abbiano i loro libretti degli assegni aperti ma è più verosimile pensare che anche loro si comporteranno secondo i loro interessi tenendo aperte solamente le fauci per azzannare la Russia alla giugulare non appena se ne presenterà l’occasione. La Russia rifiutata dalle banche di tutto il mondo, perché dovrebbe essere soccorsa dalla Cina? E’ ragionevole immaginare invece che la Russia si presenti come vittima disarmata dallo strozzino terminale.

Il rifinanziamento del debito estero è un problema particolarmente duro per la Russia. Secondo la banca centrale Russa (CBR), il 24 per cento del debito estero delle banche russe e società, pari a 157 miliardi dollari, è arrivato a scadenza nel solo 2014. Per esempio, solo la Rosneft, la compagnia petrolifera nazionale, ha 15,9 miliardi dollari in scadenza quest’anno e 16,2 miliardi dollari il prossimo mentre le banche occidentali hanno assunto un atteggiamento in modalità hands-off contro tutte le banche e le imprese russe, anche con le strutture non direttamente collegate con le restrizioni perché è evidente che la campagna sanzionatoria intende colpire tutto il complesso connesso con il brand Russia anche perché il contrario significherebbe dover effettuare controlli minuziosi per distinguere le imprese sanzionate da quelle free con enormi perdite di tempo e di energie. Un riscontro alle enormi difficoltà che vengono riscontrate per il rifinanziamento del debito estero è la richiesta di Rosneft al ministero delle finanze di pagare il 45 miliardi dollari in scadenza nei prossimi 24 mesi con i fondi della Riserva per le emergenze. L’appello di Rosneft, per citare uno degli analisti finanziari, segna un «grande successo degli sforzi di Washington per colpire al cuore la cerchia ristretta del presidente russo Vladimir Putin». Altre aziende importantissime stanno certamente facendo richieste simili, anche se meno pubblicamente, nella corsa per i fondi di emergenza. Il rifinanziamento del debito in scadenza è equivalente a correre tantissimo, ma come su un tapis roulant, si rimane sempre allo stesso posto. Il rifinanziamento si occupa solo di capitali già spesi e non crea nuovi capitali, imponendo però un costo elevato in termini di abbattimento delle riserve, perdita di liquidità e maggiori oneri finanziari.

La fuga di capitali – ottimo elemento per misurare misura la fiducia dei russi nel loro paese –  introduce ulteriore elemento di forte debolezza aggiuntivo. I dati ufficiali CBR mostrano 51 miliardi dollari di fuga di capitali nel primo trimestre del 2014, ma i dati riservati, da parte della Banca centrale europea, suggeriscono una fuga gigantesca nel primo trimestre  di 221 miliardi dollari, contraddicendo l’affermazione CBR di un recente calo nella fuga di capitali. Secondo le statistiche ufficiali del primo trimestre, c’è già un deflusso di capitali di $ 200 miliardi di euro. La fuga è talmente cospicua che ne ha risentito il mercato immobiliare occidentale che, all’improvviso, si è impennato dopo anni di calo. Gli oligarchi si sono precipitati ad accaparrasi gli immobili a Mayfair a Londra mentre la classe media russa si affolla per comprare condomini di prezzo medio in Spagna, Turchia e Grecia. Pochi rischiano continuando a mantenere la loro ricchezza in Russia. Le sanzioni di luglio hanno distrutto la fiducia in particolar modo verso il sistema bancario  in generale e verso quella banca in particolare verso cui i russi riponevano fiducia,  la Sberbank (Cassa di Risparmio), che è finita per prima sulla lista delle sanzioni, e rappresenta quasi la metà dei depositi bancari al dettaglio. La popolazione ha ovviamente snobbato la carota dei tassi di interesse altissimi offerti dalle banche per frenare l’emorragia dei prelievi ma con la stessa disinvoltura ha snobbato il divieto di legge di esportare la valuta visto che nella maggior parte dei casi i soldi non passano nessuna frontiera ma vengono solamente cambiati in dollari o euro e nascosti sotto il materasso, fino a quando ci saranno ancora soldi veri in circolazione.

La Russia è uno stato petrolio dipendente perché  metà dei ricavi federali derivano da petrolio e gas; due terzi includendo le risorse minerarie. La Russia ha bisogno di aumentare la produzione di idrocarburi per pagare crescenti esigenze pensionistiche  e finanziare le imprese militari. Ma la Russia ha raggiunto il suo picco di produzione di petrolio alla fine del 1980 e ha perso il fracking, a tenuta di gas, e altre rivoluzioni di idrocarburi. Attingere dalle riserve difficili richiede quantità colossali di investimenti a lungo termine e partner con la tecnologia e per queste ragioni ha istituito due fondi per le emergenze, ora pari a 173 miliardi dollari, come una linea Maginot contro il calo dei prezzi energetici. Ma Russia deve raccogliere 360 miliardi dollari di nuovo capitale in patria o all’estero per mantenere livelli del 2013. Negli ultimi anni, la metà dei finanziamenti per gli investimenti è stata attinta all’estero in crediti a lungo termine e dai mercati dei capitali azionari in Europa, Stati Uniti e Giappone. Dover sostituire all’improvviso la metà del capitale sarebbe uno shock per qualsiasi economia, tanto più in Russia, dove la capitalizzazione al mercato azionario è solo il 40 per cento e del credito dei mercati è solo un quarto del PIL.

Come avverte un funzionario bancario tedesco “Il vero danno potenziale per il futuro economico della Russia è auto inflitto. Il vero fallout di un conflitto prolungato in Ucraina … può essere quello di rallentare radicalmente l’afflusso di capitali di investimento necessari mentre i deflussi di capitali accelerano” e infatti la stima dei possibili investimenti possibili oggi si colloca al di sotto del 30-50% rispetto a quelli del 2013 con un abbattimento secco del Pil di almeno 6 punti sullo sfondo di un’economia che già sta sperimentando una crescita zero.

Vladimir Putin ha mantenuto il suo potere attraverso un patto implicito che prometteva l’aumento del tenore di vita e che garantiva che le pensioni e gli stipendi sarebbero stati pagati in tempo. Se si rompe questo patto, Putin sarà indebolito, quanto gravemente non si sa ma certamente la sua avventura in Ucraina mette a rischio questo obiettivo perché ha agito senza guardare al cartellino del prezzo. Ha puntato sull’orgoglio nazionale e la gloria con la promessa di buoni risultati economici, ma non andrà lontano. E ‘per questo motivo che gli analisti sostengono che la guerra di East Ucraina farà male ai russi nei loro portafogli e ai loro tavoli per la cena.

L’avventura Ucraina è stata un’ assunzione di rischio estremo per Putin colpito dalla caduta dei prezzi del petrolio e la perdita del mercato europeo del gas, per ripristinare un impero russo perduto.

L’Occidente ha risposto escludendo la Russia dai mercati dei capitali. Non c’è modo che l’economia russa possa emergere senza brutte cicatrici con la caduta del Pil, caduta del tenore di vita e un calo dell’occupazione unitamente al declino della spesa sociale. I pensionati russi, i sostenitori più accaniti di Putin, non mancheranno di notare che i loro contributi pensionistici sono stati sequestrati per  pagare l’incorporazione della Crimea nel sistema pensionistico russo e cosa succederà quando arriveranno a constatare che per la Crimea il costo della vita si impennato? La Crimea vale la fame? A fronte di questi scenari non c’è neppure bisogno di nuove sanzioni perché quelle comminate stanno già lavorando nel profondo producendo quei guasti che l’attacco aveva in programma.

Invece di ulteriori sanzioni per l’Europa e gli Stati Uniti sarà sufficiente incrementare l’assistenza militare in Polonia e nella Repubblica ceca e rinvigorire la NATO con lo stazionamento di truppe in paesi della NATO che confinano con la Russia. Obama sicuramente approverà  la pipeline Keystone e aprirà alle perforazioni su altri terreni federali, eliminando le restrizioni alle esportazioni di petrolio greggio, e promuovendo il  fracking in Europa mentre prepotentemente si affaccia sul mercato, a due passi dall’Europa, Israele con gli imponenti giacimenti di gas scoperti davanti alle sue coste e che già a fine anno può, con trasporto via mare, arrivare sulle coste italiane.

Senza pensare all’opzione nucleare basterà sbattere le istituzioni finanziarie russe fuori dal sistema SWIFT per assistere al collasso.

In termini di import export mentre la Germania ha i serbatoi pieni di gas nei depositi in Bassa Sassonia, senza i prodotti chimici speciali dalla Germania, è impossibile per la Russia continuare a raffinare il greggio. Metro, Simens, Volkswagen, KfW e molti altri colossi occidentali avevano in programma importanti programmi di investimento e sviluppo con conseguente creazione di migliaia di posti di lavoro in Russia ma sono diventati solo faldoni congelati.

Le sanzioni finanziarie sono ormai l’equivalente della diplomazia delle cannoniere del 19° secolo.

Antimo Marandola
Giornalista e General Manager del servizio CASH NOW per lo smobilizzo dei crediti esteri. Dal 1999 al 2012 è stato Membro del comitato scientifico del Premio Stefano Gay Tachè del Comune di Roma e coordinatore editoriale dell’inserto “Est Ovest” del quotidiano “Italia Oggi”. Ha collaborato con il quotidiano “Il Messaggero” ed è stato, dal 1981 al 1982, direttore ufficio stampa Assessorato Sanità della regione Lazio.

Antimo Marandola

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