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Notifica cartelle via pec: illegittima senza firma digitale

Non di rado, l’Ente concessionario pretende dai contribuenti soltanto il dovuto e, altrettanto spesso, lo fa nella forma sbagliata.

Oggi commenteremo un’Ordinanza, la n. 1\2019, emessa dal Tribunale di Napoli, sez. V esec. civ., avente ad oggetto un caso di opposizione avverso un pignoramento presso terzi dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione dove, quest’ultima, si è vista sospendere l’esecuzione del pignoramento (e, tra un pò subirà un procedimento di merito per il rimborso delle somme illegittimamente acquisite)) in quanto aveva precedentemente commesso, tra gli altri, l’errore di aver notificato alcune cartelle di pagamento, sottese allo stesso, a mezzo p.e.c. in violazioni di precise norme di legge, rendendo la notifica degli atti in esse contenuti invalida (Ordinanza liberamente consultabile sul link https://www.facebook.com/Avv.AmerigoGalatola).

L’Ordinanza ha statuito anche sulla invalidità della notifica a mezzo p.e.c. di cartelle di pagamento allegate nel solo formato “.pdf” senza alcuna attestazione di conformità.

Ebbene, il Giudice dell’esecuzione ha chiarito che: «se da un lato il sistema di notifica della cartella esattoriale a mezzo p.e.c. risulta espressamente previsto dall’art. 26 D.P.R. n. 603 del 1972, …omissis… dall’altro lato resta fermo (cfr. Cass. 16173\18) l’onere per l’agente della riscossione, di fronte alle contestazioni dell’opponente relative alla notifica a mezzo p.e.c. delle cartelle di pagamento, di dimostrare di aver provveduto alla regolare notifica di esse in forma di “documento informatico“, documentando la corrispondenza tra il messaggio originale e quello trasmesso via p.e.c. nonché la regolarità della trasmissione telematica dell’atto».

La citata Ordinanza parte dalla corretta premessa che l’art. 26 del D.P.R. n. 603 del 1972 autorizza l’Ente concessionario alla notifica dei precetti esattoriali consentendogli di provvedere alla stessa “utilizzando il proprio indirizzo p.e.c. ed i propri terminali informatici” senza dover ricorrere ad alcun pubblico ufficiale terzo, ma, d’altro canto, rimane comunque a carico dello stesso Ente l’onere di provare, fuori di ogni ragionevole dubbio, che il documento notificato sia esattamente conforme all’originale ovvero sia, ad ogni effetto di legge, un “documento informatico”.

In mancanza, la notifica deve essere considerata inesistente, mai avvenuta.

La notifica a mezzo p.e.c. di una pretesa esattoriale, infatti, non può considerarsi come avvenuta se ciò che viene inviato è una mera “copia informatica dell’originale”, come definita dall’art. 23-bis Codice Amministrazione Digitale o, al limite, una “copia informatica di un documento analogico ex art. 22 C.A.D.”, in quanto abbisognano, entrambe, della attestazione di un Pubblico Ufficiale autorizzato per essere ritenute conformi all’originale.

Ed a pensarci bene, non potrebbe essere altrimenti: un messaggio p.e.c. quando non contiene l’originale di un atto, ma una mera copia informatica priva di alcuna attestazione di conformità all’originale apposta da un pubblico ufficiale, non può assumere alcun valore giuridico perché non garantisce che il documento inoltrato sia identico, in tutto e per tutto, all’originale.

Sul punto, anche in passato, la Giurisprudenza è stata univoca sul punto. La C.T.P. di Lecce, sez. II, infatti, con la Sentenza n. 611 del 25/02/2016, statuiva che: «Con il sistema p.e.c. in realtà non viene inoltrato il documento informatico ma la copia (informatica) del documento cartaceo ove il documento informatico rappresenta l’originale del documento giuridicamente valido“. Al fine di approfondire l’argomento, poi, precisava che: “La questione ha rilievo perché in ogni caso il destinatario riceve solo la copia (informatica) dell’atto e tale copia senza una attestazione di conformità apposta dai soggetti all’uopo abilitati a norma del c.c. non può assumere alcuna valenza giuridica perché non garantisce il fatto che il documento inoltrato sia identico in tutto il suo contenuto al documento originale».

Queste stesse ragioni, venivano confermate anche dalla C.T.P. di Savona che, con due sentenze emesse nel febbraio del 2017, la n. 100 e la n. 101,  dichiarava la nullità delle intimazioni di pagamento notificate a mezzo p.e.c. dalla Equitalia S.p.A. in quanto il file “.pdf” allegato non poteva essere considerato un documento valido ai fini “informatici”.

Ma la C.T.P. di Savona è andata anche oltre: ha autorizzato il ricorrente a conferire l’incarico ad un C.T.U. che relazionasse compiutamente in merito.

Ebbene, detto C.T.U., ha dichiarato che i documenti inviati da Equitalia S.p.A. tramite p.e.c.: “sono del tutto carenti di quelle procedure atte a garantirne la genuina paternità, nonché mancanti della firma informatica e\o digitale, non rispondenti a criteri di univocità ed immodificabilità, per cui non garantiscono il valore della certezza e della corrispondenza, peraltro confortato dalla attestazione di conformità, del tutto assente, invece, previsti indefettibilmente dalle disposizioni normative sopra richiamate“.

In sostanza, il tecnico d’ufficio ha voluto sottolineare che la normativa in materia stabilisce che si può parlare di “documento informatico” solo ed esclusivamente nel caso in cui sia munito di una “attestazione di conformità” (o, in alternativa, di una “firma digitale”), elemento indefettibile che, in forza del Codice dell’Amministrazione Digitale, assicura al documento stesso i requisiti di “SICUREZZA”, “INTEGRITA'”, “UNIVOCITA'” ed “IMMODIFICABILITA’ “.

Tutto ciò è mancato nelle cartelle di pagamento sottese al pignoramento presso terzi opposto e pervenute al ricorrente a mezzo p.e.c. in quanto i files “.pdf”, in mancanza di una attestazione di conformità agli originali, si ribadisce, rappresentano una mera “copia meccanica” e non già un “documento informatico” con la conseguenza che non avrebbero potuto mai essere un valido presupposto per una corretta notificazione. 

Avv. Amerigo Galatola

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Amerigo Galatola

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