Oltre i 330 km: la calzatura italiana tra sfide globali e autenticità. Il caso Baccaro Group

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Il Made in Italy nel mondo della calzatura non è solo un’etichetta di origine, ma una vera e propria dichiarazione di valore. Sinonimo di qualità dei materiali, design innovativo, artigianalità e sostenibilità di processo, il “bello e ben fatto” italiano continua a sedurre i mercati globali più esigenti. Tuttavia, il contesto internazionale in cui operano le nostre PMI è in rapida e complessa evoluzione. Da un lato, la domanda per prodotti di alta gamma resiste e si specializza, cercando autenticità e storie da raccontare. Dall’altro, le aziende si trovano a navigare in un mare di sfide, tensioni geopolitiche che destabilizzano le catene logistiche e degli approvvigionamenti, una concorrenza spietata su canali digitali sempre più affollati, e un panorama distributivo fisico – sia in Italia che all’estero – in forte sofferenza, con margini che si assottigliano e costi operativi in aumento. In questo scenario, le strategie di internazionalizzazione non possono più limitarsi alla semplice esportazione, ma devono fondarsi su un’identità solida, una proposta di valore chiara e una flessibilità operativa senza pari. Un esempio emblematico di come una storia familiare plurisecolare si sia rigenerata per affrontare il mercato globale ci viene da Baccaro Group. Dopo 130 anni di storia, partiti dal Veneto e oggi radicati nel distretto di Porto Sant’Elpidio (FM), hanno saputo coniugare il servizio di private label per le grandi maison con la creazione di un proprio brand, “330”, che racchiude in un nome il loro viaggio. Abbiamo posto cinque domande al titolare, Alessandro Baccaro, per approfondire la sua visione.

LUCA MARRUCCHI: Il “Made in Italy” è spesso percepito all’estero come un blocco unico di lusso e altissima qualità. Nel vostro quotidiano confronto con i buyer e le maison internazionali, come è cambiata concretamente la richiesta verso una calzatura italiana di eccellenza? Cercano solo il sigillo di garanzia “Made in Italy” o sono diventati più sofisticati nel riconoscere e valutare l’artigianalità, l’innovazione nei materiali e la sostenibilità dei processi produttivi tipici dei distretti come il vostro?

ALESSANDRO BACCARO: Il Made in Italy conserva un grande valore, ma oggi non è più sufficiente come semplice etichetta. I buyer e le maison internazionali sono diventati molto più competenti: vogliono verificare la sostanza che c’è dietro una calzatura italiana. Non si limitano a cercare il “Made in Italy”, ma valutano l’artigianalità reale, la capacità di sviluppo, l’innovazione nei materiali e la solidità della filiera. Un aspetto sempre più importante è la coerenza nei processi, ovvero la capacità di mantenere gli stessi standard qualitativi e gli stessi valori — qualità, sostenibilità, metodo — in ogni fase: dalla modelleria alla produzione, dalla scelta dei materiali al controllo finale. Le maison vogliono partner che non solo dichiarano eccellenza, ma la dimostrano in modo costante e trasparente.
La sostenibilità è diventata un criterio centrale, intesa come tracciabilità, riduzione degli sprechi e responsabilità lungo tutta la filiera. Allo stesso tempo, è cambiato anche il tipo di relazione richiesta: oggi i brand cercano partner di sviluppo, non semplici fornitori, aziende capaci di dialogare, proporre soluzioni e accompagnare il prodotto dalla prima idea al campionario. In questo scenario, i distretti italiani come il nostro restano un riferimento, perché uniscono tradizione, competenza tecnica e una filiera completa e vicina. Il Made in Italy non è più un concetto generico, ma un insieme di eccellenze concrete: chi sa dimostrarle ha un vantaggio competitivo reale.

LUCA MARRUCCHI: Recentemente, trasmissioni televisive e inchieste hanno portato alla luce pratiche di alcune case del lusso (anche italiane) che producono articoli a costi molto contenuti per poi rivenderli a prezzi moltiplicati decine o centinaia di volte. Come operatori storici dell’indotto del lusso, con il vostro servizio di private label, come commentate questo fenomeno? Credete che questa dinamica rischi di erodere la fiducia del consumatore finale verso l’intero settore “alto di gamma”, danneggiando anche chi, come voi, opera con trasparenza e un giusto rapporto qualità-prezzo?

ALESSANDRO BACCARO: Le recenti inchieste hanno sicuramente acceso i riflettori su dinamiche che esistono da tempo nel settore del lusso. La pratica di produrre a costi molto bassi per poi rivendere a prezzi estremamente elevati non rappresenta l’intero comparto, ma rischia di generare una percezione distorta. Il consumatore finale oggi è più informato, più attento e più sensibile alla trasparenza: quando emergono casi di incoerenza tra valore dichiarato e valore reale, la fiducia può essere compromessa. Dal nostro punto di vista, come azienda che opera da generazioni nel distretto e che offre un servizio di private label basato su qualità, artigianalità e un rapporto corretto tra costo e prezzo, questo fenomeno può creare un danno reputazionale trasversale, perché tende a mettere nello stesso calderone realtà molto diverse tra loro.
Tuttavia, crediamo anche che queste inchieste stiano accelerando un cambiamento positivo: le maison più serie stanno investendo sempre di più in trasparenza, tracciabilità e coerenza dei processi, e i consumatori stanno imparando a distinguere tra chi fa marketing e chi fa prodotto. Per noi, che lavoriamo con metodi chiari, filiera locale e un approccio onesto alla formazione del prezzo, questo è un momento in cui la differenza si vede ancora di più. Il valore autentico — quello costruito con competenza, sviluppo, materiali di qualità e processi controllati — resiste nel tempo e viene riconosciuto. In sintesi, sì: il rischio di erosione della fiducia esiste. Ma allo stesso tempo, è un’opportunità per chi opera con trasparenza e coerenza di emergere come partner credibile in un mercato che sta diventando più consapevole.

LUCA MARRUCCHI: La vostra produzione è 100% Made in Italy, ma in un’economia globale anche le materie prime e i componenti risentono delle instabilità internazionali. In che modo le tensioni geopolitiche degli ultimi anni (dai conflitti ai blocchi commerciali) stanno impattando la vostra capacità di pianificazione, i costi e i tempi di approvvigionamento? Avete adottato strategie specifiche, come la diversificazione dei fornitori o l’accumulo di scorte strategiche, per mitigare questi rischi?

ALESSANDRO BACCARO: La nostra produzione è interamente Made in Italy, ma questo non ci isola dalle dinamiche globali. Negli ultimi anni, conflitti, tensioni commerciali e instabilità nei mercati internazionali hanno avuto un impatto concreto sia sui costi delle materie prime sia sui tempi di approvvigionamento. Anche quando la manifattura è locale, la filiera dei materiali è inevitabilmente globale: pellami, componenti tecnici, accessori metallici e prodotti chimici risentono delle oscillazioni dei mercati e delle difficoltà logistiche. Per un’azienda come la nostra, che lavora su prodotti di alta gamma e su tempistiche molto strette, questo scenario richiede una pianificazione più attenta e una maggiore capacità di adattamento. I costi sono diventati più volatili e i tempi di consegna meno prevedibili, e questo può influire sulla programmazione delle collezioni e sulla rapidità di sviluppo richiesta dai brand.

Per mitigare questi rischi abbiamo adottato diverse strategie. In primo luogo, abbiamo diversificato la rete dei fornitori, privilegiando partner europei e italiani con maggiore affidabilità e tempi di risposta più rapidi. In secondo luogo, abbiamo introdotto scorte strategiche per alcuni materiali chiave, soprattutto quelli soggetti a maggiore instabilità o con tempi di riordino più lunghi. Infine, lavoriamo in modo ancora più stretto con i nostri fornitori storici, condividendo previsioni e necessità con largo anticipo per garantire continuità e qualità. In un contesto globale complesso, la forza dei distretti italiani sta proprio nella capacità di reagire rapidamente, mantenere una filiera corta e garantire un controllo diretto su ogni fase del processo. Questo ci permette di continuare a offrire ai nostri clienti un prodotto coerente, puntuale e all’altezza delle aspettative del segmento alto di gamma, nonostante le sfide esterne.

LUCA MARRUCCHI: Sia in Italia che all’estero assistiamo a una crisi dei punti vendita fisici, soprattutto quelli di fascia media, schiacciati tra i costi fissi elevati e la concorrenza dell’e-commerce. Voi, che operate con buyer multimarca e potenzialmente con vostri corner, come vedete il futuro del retail per la calzatura di qualità? Quali modelli di partnership o vendita diretta possono, secondo la vostra esperienza, permettere a un negozio di sopravvivere e valorizzare davvero un prodotto come il vostro?

ALESSANDRO BACCARO: La crisi del retail fisico è reale, soprattutto nella fascia media, ma per la calzatura di qualità il punto vendita resta fondamentale, a patto che evolva. Oggi funziona chi sa offrire un’esperienza: competenza, narrazione del prodotto, selezione curata. Per noi il futuro passa da partnership più strette con i multimarca, corner dedicati che valorizzano la collezione e modelli ibridi fisico‑digitale, dove il negozio diventa un luogo di consulenza e relazione, mentre l’online garantisce continuità e disponibilità. Il cliente che cerca qualità vuole toccare, provare, capire. I negozi che sapranno trasformarsi da semplici punti vendita a veri curatori del prodotto continueranno a distinguersi e a valorizzare anche realtà come la nostra.

LUCA MARRUCCHI: Avete scelto una strategia duale: servizio B2B di alta competenza per terzi e il lancio del vostro brand 330. Come questa doppia anima vi aiuta nel processo di internazionalizzazione? Il know-how acquisito sviluppando prodotti per le maison vi dà un vantaggio nel posizionare il vostro brand, e viceversa, la gestione diretta del mercato con 330 vi fornisce insight che migliorano il vostro servizio B2B?

ALESSANDRO BACCARO: La nostra strategia duale nasce da un’idea semplice: ciò che impariamo sviluppando per le maison internazionali ci rende più forti come brand, e ciò che sperimentiamo con il nostro marchio 330 ci rende più competenti come partner B2B. È un circolo virtuoso. Da un lato, il lavoro per terzi ci permette di confrontarci ogni giorno con standard altissimi, processi rigorosi, richieste tecniche complesse e tempistiche molto serrate. Questo know‑how, maturato in anni di collaborazione con brand di livello, rappresenta un vantaggio competitivo enorme quando posizioniamo 330 sui mercati internazionali: ci consente di proporre un prodotto curato, coerente e con una costruzione che rispecchia i criteri del segmento alto di gamma.
Dall’altro lato, gestire direttamente un brand ci offre una prospettiva preziosa sul mercato, perché ci mette in contatto con buyer, agenti, clienti finali e dinamiche commerciali che spesso restano invisibili a chi lavora solo in conto terzi. Con 330 comprendiamo meglio cosa funziona in termini di assortimento, pricing, storytelling, servizio e percezione del valore. Tutte informazioni che riportiamo nel B2B, migliorando il nostro supporto ai brand e la nostra capacità di anticipare le loro esigenze. In sintesi, le due anime non si sovrappongono, ma si potenziano: il B2B ci dà competenza tecnica e profondità di filiera; 330 ci dà visione di mercato e sensibilità commerciale. È proprio questa combinazione che sta accelerando il nostro processo di internazionalizzazione.