In Italia ci piace ripetere che siamo indietro sul digitale, e in parte è vero. Secondo gli ultimi dati Eurostat, solo il 16,4% delle imprese italiane utilizza oggi tecnologie di intelligenza artificiale, contro una media UE del 20% e un primato danese del 42%, l’Italia si colloca al diciottesimo posto tra i 27 Stati membri. Se guardiamo startup, venture capital, adozione dell’AI nelle imprese o capacità di produrre colossi tech globali, non siamo di certo il Paese che detta il ritmo. La stessa Commissione europea riconosce che l’Italia ha fatto progressi sulle infrastrutture e sui servizi pubblici digitali, ma continua ad avere difficoltà proprio su AI e crescita dell’ecosistema delle startup.
Eppure c’è una parte della storia che il dibattito pubblico tende a mettere in secondo piano. Su alcune infrastrutture digitali concrete, l’Italia è stata molto più avanti di quanto vogliamo ammettere, con una serie di primati che vengono utilizzati ancora oggi.
Già nel 1854, l’italiano Antonio Meucci realizza il primo prototipo di telefono per restare in contatto con la moglie inferma. Un secolo dopo, nel 1965, Olivetti presenta il Programma 101, oggi riconosciuto come il primo personal computer della storia, usato anche dalla NASA per le missioni Apollo. Infine, nel 1996, fu l’italiana TIM, a lanciare la prima carta SIM prepagata e ricaricabile al mondo, rendendo la telefonia mobile più accessibile a livello globale, soprattutto per le fasce giovani e meno abbienti.
“Quando oggi si parla di digitale, si tende a confondere due cose diverse. Da una parte c’è quello che si potrebbe chiamare il ‘digitale virale’, ovvero le app che dettano i trend, le startup di tendenza e i tool AI che fanno hype. Mentre dall’altra parte troviamo il ‘digitale reale’, cioè quando un Paese riesce a portare online identità, fatture, notifiche, processi fiscali e servizi pubblici su scala nazionale.” commenta Valerio Giacomelli, imprenditore e CEO di AgenVIO, piattaforma di automazioni che facilita l’adozione dell’AI nelle PMI italiane.
Sul piano del digitale reale, l’Italia ha anticipato più volte l’Europa:
- La Posta Elettronica Certificata (PEC), introdotta nel 2005, è un’invenzione tutta italiana per dare a un’email lo stesso valore legale della raccomandata con avviso di ricevimento, in grado di certificare l’invio, l’integrità del messaggio e la consegna. Per quasi vent’anni è rimasta un modello unico al mondo, oggi conta milioni di caselle attive tra cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione, ed è in fase di estensione a tutta l’Unione europea.
- Sulla stessa linea si colloca la fatturazione elettronica obbligatoria. Già dal 2014 l’Italia è stata tra i primi Paesi a estenderla alle transazioni con la Pubblica Amministrazione, e nel 2019 è diventata il primo Stato dell’Unione europea a renderla obbligatoria per tutte le transazioni tra privati, sia B2B sia B2C. Il Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate gestisce oggi miliardi di documenti l’anno e viene studiato da altri Paesi UE.
- L’unificazione dei servizi tramite portali come impresa.italia.it e l’App IO, insieme al debutto dell’IT Wallet, portano l’Italia sul podio degli ecosistemi GovTech europei. Questa aggregazione di funzioni per imprese e cittadini permette di gestire in un unico spazio identità digitale, pagamenti verso la PA e dati camerali, superando i modelli frammentati di molti altri Paesi europei che utilizzano ancora enti diversi per ogni singola operazione.
Il nostro vero problema non è aver costruito poco digitale, è non essere riusciti a trasformare queste basi concrete in un ecosistema tech più forte, più innovativo e più competitivo a livello globale. Riconoscere questa distinzione riporta l’attenzione sul digitale che funziona ogni giorno per cittadini e imprese. Sul digitale che fa più rumore mediaticamente, invece, c’è ancora molto da costruire, ma per colmare quel gap serve utilizzare la tecnologia come uno strumento concreto per costruire un tessuto tech riconosciuto a livello mondiale, che permetta anche di continuare a migliorare il digitale reale del Paese.
“Sui primati l’Italia ha dimostrato più volte di saper anticipare. Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che spesso confondiamo il ‘digitale sexy’, cioè le app virali o il prodotto AI che fa i milioni, con il digitale reale, ovvero le infrastrutture digitali che sono alle fondamenta del sistema nazionale. Su questo, piaccia o no, siamo stati meno arretrati di quanto si racconti. Il nostro vero nodo non è aver costruito poco digitale, è non riuscire a riconoscere le innovazioni positive del nostro Paese rispetto al compararci agli altri paesi e diffondere l’idea comune dell’essere indietro rispetto al mondo. Questo non ci porterà a raggiungere i vertici se non crediamo di essere in grado di farlo”, conclude Giacomelli.
