Onetti: «Costruiamo un ponte tra il mondo delle startup e quello delle imprese esistenti»

 Onetti: «Costruiamo un ponte tra il mondo delle startup e quello delle imprese esistenti»

La fondazione italo-americana Mind the Bridge, con il supporto della fondazione inglese Nesta, è stata scelta dalla Commissione europea per guidare la Startup Europe Partnership (SEP), la prima piattaforma paneuropea dedicata ad aiutare concretamente le startup del vecchio continente a crescere e a competere a livello globale. Di questa iniziativa – la prima a livello europeo concepita con l’obiettivo di far “scalare” le startup – e dell’importanza delle startup per la crescita del nostro Paese abbiamo parlato con Alberto Onetti, chairman della fondazione Mind the Bridge.

Alberto Onetti, chairman della fondazione Mind the Bridge
Alberto Onetti, chairman della fondazione Mind the Bridge

Come mai è stata scelta Mind the Bridge per guidare la Startup Europe Partneship?
«Ci siamo incontrati quasi per caso con i rappresentanti della Commissione europea che sono rimasti colpiti da quello che facciamo. Hanno fatto un cross reference check approfondito su tutto quello che abbiamo realizzato negli ultimi anni, hanno visto i risultati raggiunti e ci hanno affidato questo compito».

Quali sono gli obiettivi della piattaforma?
«La SEP è una delle due iniziative della Commissione europea nel campo dei cosiddetti digital web entrepreneurs. Un’iniziativa si chiama European Digital Forum (EDF) e l’altra è, appunto, la Startup Europe Partnership (SEP). L’obiettivo della SEP è quello di aiutare concretamente le startup del vecchio continente a crescere e a competere a livello globale. Per raggiungere questo obiettivo si è pensato di creare una piattaforma paneuropea per mettere in contatto le grandi imprese europee con le migliori startup».

Perché questo matching dovrebbe funzionare?
«Può funzionare se la piattaforma sarà un luogo dove il meglio incontrerà il meglio. Le startup saranno interessate a partecipare all’iniziativa se saranno sicure che porteremo loro il meglio, cioè grandi aziende che abbiano un piano di investimenti strategici in startup o un piano di acquisizioni o vogliano aprire il proprio canale di procurement alle startup. Astenersi perditempo, insomma».

Rispetto ad altre iniziative rivolte alle startup, quale sarà la particolarità della SEP?
«La SEP sarà una piattaforma realmente paneuropea. Fino a oggi ci sono state iniziative simili, ma disperse in tutta Europa. Si trattava di iniziative aziendali, regionali, al più nazionali. Tutto ciò per le startup si traduce in diseconomie spaventose. Una startup, infatti, si doveva impegnare in iniziative che avevano modalità di accesso diverse e che si svolgevano in posti diversi. Bisogna creare, invece, una porta d’ingresso unica, con regole semplici, molto visibile».

La Startup Europe Partnership (SEP) è la prima piattaforma paneuropea con l'obiettivo di supportare la crescita di aziende europee su scala globale
La Startup Europe Partnership (SEP) è la prima piattaforma paneuropea con l’obiettivo di supportare la crescita di aziende europee su scala globale

Una piattaforma di tal genere avvantaggerà anche le startup italiane che spesso sono un po’ “periferiche”.
«Paradossalmente, chi è più indietro trarrà maggior beneficio da questa iniziativa paneuropea, mentre le startup più “attrezzate”, avranno un vantaggio inferiore».

Ultimamente si parla molto di startup. Rappresentano una reale opportunità di crescita per il nostro Paese?
«Negli ultimi anni in Italia è cresciuto il fenomeno delle startup, ciò significa che c’è un numero crescente di persone che si stanno confrontando con il fare impresa. Questo è un fatto indubbiamente positivo. L’unico modo per imparare a fare impresa, infatti, è provarci. Nello stesso tempo, però, il mondo delle startup di per sè resta piccolo. Negli Stati Uniti le startup generano il 3% dell’occupazione, la percentuale italiana è irrisoria. Ciò porta a pensare che, o siamo in grado di collegare il mondo delle startup con quello delle imprese esistenti, oppure rischiamo di “coltivare i nani in giardino”. È per questo che Mind the Bridge aveva già deciso – prima che la nostra linea fosse fatta propria dalla Commissione europea – di impegnarsi per creare un ponte fra le startup e le imprese esistenti. È quello che facciamo con il Job creator tour, format dedicato all’innovazione e alla ricerca dei migliori progetti imprenditoriali locali, che prevede un momento di matching tra startup e imprese del territorio. È questa la strada per “mettere a sistema” la forza vitale che stanno generando le startup. Se no c’è il rischio che tale forza continui a crescere, ma rimanga un fenomeno marginale della nostra economia».

Immagino che tra il mondo delle startup e quello delle imprese esistenti ci sia anche una divisione culturale.
«La prima spia di tale divisione è l’approccio al digitale. Se si fa un giro per i siti web delle aziende italiane, che dovrebbero oggi essere la loro prima vetrina, si vede che spesso tali siti non siano in inglese, siano mal realizzati, non abbiano nessuna connessione con i social media. Il mondo delle startup è integrato con le nuove tecnologie, le usa e probabilmente ne abusa, ma “è sul pezzo”. C’è poi un altro mondo, quello delle imprese “tradizionali” che non capisce tali tecnologie, non le usa e non può neanche pensare a come sfruttarle. Dobbiamo creare un ponte tra questi due mondi per far sì che possano lavorare insieme».

startupQuali sono le caratteristiche che deve avere un’impresa che nasce per essere definita una startup?
«Per prima cosa diciamo che una startup è un’impresa in tutto e per tutto. Per essere definita startup un’impresa deve fare qualcosa di innovativo. Il concetto di innovativo può essere declinato in mille modi. Alcune startup hanno avuto successo modificando business model consolidati senza inventare nulla. Uber (start up di San Francisco titolare della omonima app che consente di utilizzare con maggiore facilità le auto a noleggio per spostarsi in città, ndr), ad esempio, reinventandosi le regole del noleggio dell’auto, ha creato una disruption in un settore esistente. All’origine di una startup non dev’esserci necessariamente un’innovazione tecnologica, ma un approccio innovativo e un piano di crescita ambizioso che porta di solito a investire, a monte, prima di ottenere dei risultati. Ciò richiede l’intervento di soggetti terzi (ventue capital, business angels) che mettano sul tavolo i capitali. La startup, dunque, è un’impresa come le altre, ma è fortemente orientata alla crescita. Per essere uno startupper bisogna essere disposti a rischiare a monte per ottenere un risultato maggiore a valle. L’impresa tradizionale di solito ha un approccio più graduale alla crescita. Un approccio che, con le nuove finestre temporali del mondo globalizzato, oggi fatica a produrre risultati».

Lei parla del carattere innovativo delle startup. Ma in un Paese come il nostro è possibile innovare?
«Come Paese non dobbiamo imparare da nessuno per quanto riguarda la capacità di innovare. Dobbiamo imparare, invece, la capacità di tradurre l’innovazione in imprese che crescano. Il nostro sistema produttivo è fatto di piccole e medie imprese. Ognuna di queste ha innovato qualcosa. Se si sta sul mercato, infatti, è perché si sta facendo qualcosa di diverso rispetto ai concorrenti. Il problema è che tutte le nostre imprese sono rimaste piccole o medie e ci sono molte tecnologie che rimangono bloccate nelle università. Il nostro difetto è proprio quello di non saper tradurre la tecnologia in impresa che cresca. È un difetto figlio della nostra mentalità conservatrice, che guarda con sospetto il nuovo. È lo stesso approccio con cui in Italia guadiamo al tema della exit (quel fenomeno in cui i colossi hi-tech, come Google, Twitter e Facebook, comprano piccole e grandi startup innovative, ndr). L’imprenditore italiano vuole mantenere a tutti i costi il controllo della propria impresa perché cederla e fare altro è percepito come un momento di incertezza, di insicurezza. In America, invece, la exit è vissuta come un momento di cambiamento che permette di impegnarsi in qualcosa di diverso. Dobbiamo rimuovere questi scafandri culturali che ci impediscono di crescere. Non è un problema di capacità di innovare, è un problema di capacità di fare impresa. Non si può crescere senza cambiare e non si può rimanere uguali a se stessi e avere successo. Soprattutto oggi l’immobilismo, la convinzione che convenga rimanere fermi continuando a fare quello che si è sempre fatto e che ci ha portato successo in passato, è la ricetta per il disastro. Ogni anno, ad esempio, devo spiegare che cos’è Mind the Bridge, una realtà che insegna a innovare. Siamo obbligati a cambiare perché sta cambiando il mondo e non possiamo rimanere uguali a noi stessi. È più semplice continuare a fare le stesse cose, ma è noioso e, soprattutto, lentamente si viene messi da parte».

Cosa bisognerebbe fare per creare nel nostro Paese un ambiente più favorevole per le startup e per tutte le imprese che vogliono crescere e innovare?
«Ancora una volta si tratta di una sfida culturale e qui devo darle una cattiva notizia: i mutamenti culturali necessitano di tempi lunghi. Ci vorrà un cambio generazionale. Dobbiamo lavorare partendo dai giovani, da quelli che stanno facendo esperienza di startup. Il 90% di loro probabilmente non avrà successo, ma si stanno creando un atteggiamento mentale che li metterà in grado di farcela in futuro. Come Mind the Bridge stiamo pensando di intervenire anche sui bambini. Oggi, infatti, l’imprenditore in Italia è percepito in modo negativo, come un disonesto, uno sfruttatore e non come un innovatore creativo che si è messo in gioco, che ci ha provato e che sta creando valore per sé e per la società. Un bambino deve crescere con quest’idea positiva dell’imprenditorialità. È per questo che Mind the Bridge nel prossimo futuro lancerà un’iniziativa per insegnare l’imprenditorialità ai bambini».

Dal mondo politico le sembra che, anche a livello di ricambio generazionale, arrivi qualche segnale di novità?
«Vedo una cosa positiva nei nuovi percorsi politici: sono guidati da giovani e sembrano avere obiettivi più concreti. In America insegnano che il perfetto non esiste. In Italia siamo portati a discutere all’infinito alla ricerca della perfezione e a non combinare nulla. Se riuscissimo a essere più pragmatici, a fare un po’ di “imprenditorialità politica”, probabilmente faremmo degli errori, ma è meglio sbagliare che non fare nulla. Il vantaggio è che in Italia abbiamo sempre meno tempo da perdere e siamo sempre più vicini al punto in cui non riusciremo più a cambiare direzione per evitare lo schianto. Di tempo, purtroppo, ne abbiamo perso tanto, ma gli italiani hanno dimostrato di essere bravi nelle situazioni disperate. Speriamo di ritrovare l’energia necessaria per cambiare rotta».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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