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Open Innovation: l’Italia prende la rincorsa

Le imprese italiane stanno guardando in misura crescente alle startup in un percorso diretto a colmare il gap con il resto d’Europa, secondo la prima edizione della ricerca “Open Innovation Outlook: Italy 2019” condotta da Mind the Bridge con il supporto di SMAU e presentata ieri a Milano all’apertura della 56^ edizione della fiera.

“Le imprese innovative crescono due volte più rapidamente. Tuttavia, le aziende europee e italiane investono meno nell’innovazione rispetto ai loro concorrenti internazionali – ha commentato Pierantonio Macola, Presidente di SMAU, durante i saluti – La collaborazione startup-corporate potrebbe sia aiutare le grandi e medie aziende a innovare e a crescere, che permettere alle startup di crescere dimensionalmente. Ecco perché è fondamentale monitorare il livello di Open Innovation e startup-corporate collaboration delle imprese italiane. Mind the Bridge è stato il partner internazionale ideale per questo tipo di analisi”. 

La ricerca, illustrata da Alberto Onetti, Chairman di Mind the Bridge, mira a comprendere l’attitudine delle aziende italiane all’Open Innovation e come queste si confrontino con i leader internazionali dell’innovazione.

“Abbiamo implementato la nostra metodologia, che abbiamo adottato da diversi anni su scala internazionale, su centinaia di aziende italiane di diverse dimensioni operanti in diversi mercati, per verificare la loro disposizione all’Open Innovation – ha spiegato Alberto Onetti  Questa metodologia misura sia fattori interni che consentono l’innovazione – come strategia, organizzazione, processi, cultura – sia azioni concrete attuate e risultati raggiunti, come accelerazione di startup, procurement, co-development, investimenti e acquisizioni. L’analisi mostra, con poche eccezioni, un divario sostanziale tra le aziende italiane e i leader internazionali dell’innovazione”.

Dando infatti uno sguardo alla Matrice di “Open Innovation Readiness”, che confronta le 36 Top aziende italiane per fatturato con le 36 Top europee sulla base dei due indicatori di innovazione “interna” (strategia, organizzazione, processi, cultura) ed “esterna” (azioni e risultati), emergono chiaramente 4 “tipologie” di approcci:

  • Open Innovation NEWCOMER: aziende che si sono appena avvicinate all’Open Innovation e di conseguenza non hanno strutture dedicate
  • Open Innovation TRAILBLAZER: aziende che hanno avviato azioni di Open Innovation senza tuttavia avere piani e strutture dedicate.
  • Open Innovation CHALLENGER: aziende che si stanno strutturando per lavorare con le startup ma che devono ancora produrre risultati.
  • CORPORATE STARTUP STAR: aziende propriamente strutturate che producono risultati concreti in termini di collaborazione con le startup (collaborazioni commerciali, investimenti, acquisizioni).

Dall’analisi emerge chiaramente come le principali aziende italiane (tranne alcune limitate eccezioni) si distribuiscano nella parte sinistra della matrice: aziende che si stanno appena affacciando al mondo delle startup oppure che hanno iniziato a organizzarsi per poter fare innovazione in modo più strutturato.

Confrontando l’Indice di “Open Innovation Readiness” (l’indicatore sintetico che viene generato dalla media delle valutazioni dei fattori “Internal” ed “External”) le aziende Top 12 italiane riportano uno score medio di 2.7 contro il 4.3 registrato dalle Top 12 europee. Divario che aumenta lievemente se si estende il confronto alle Top 36 (2.0 contro 3.8).

“La nostra analisi fotografa la situazione attuale che è quella di un sistema industriale che si è appena affacciato all’Open Innovation e alla collaborazione con le startup – ha aggiunto Alberto Onetti –. Ci attendiamo che nei prossimi anni un numero crescente di imprese possa spostarsi in alto e a destra nella matrice. Ciò richiede di attrezzarsi con strategie e strutture dedicate e soprattutto di adottare un approccio di scouting su scala internazionale. Difatti l’ecosistema italiano delle startup è ancora troppo poco maturo per poter supportare i bisogni di innovazione delle nostre imprese che di necessità devono guardare al resto d’Europa, agli Stati Uniti e a Israele”. 

Sappiamo infatti che in Italia oggi si registrano solo 208 scaleup con una raccolta capitali pari a $1.8B. Queste cifre collocano l’ecosistema italiano al 10° posto nello “Scaleup Country Index”, un indicatore di performance per l’innovazione tecnologica (basti pensare che nel Regno Unito gli investimenti in aziende high-tech nel 2018 sono stati di $11.6B, in Germania $4B, in Francia $3.6B).

L’Indice di Open Innovation Readiness, infine, dimostra come la reattività all’Open Innovation cambi anche in base alle dimensioni aziendali: in media, al crescere della dimensione aziendale aumenta la possibilità di strutturare azioni di Open Innovation efficaci. L’indice medio per le “large” companies si attesta sul 2.0 contro l’1.6 delle “medium” e l’1.1 delle “small”.

La buona notizia è che l’Open Innovation e la collaborazione startup-corporate sono ora all’ordine del giorno di molte aziende italiane – ha aggiunto Pierantonio Macola, Presidente di SMAU – È in gioco la sostenibilità dell’intero settore industriale italiano che, senza innovazione, è concretamente a rischio di essere spazzato via. Tuttavia, fare Open Innovation non è semplice, date le differenze di dimensioni e cultura tra aziende e startup”.

Con uno sguardo più approfondito ai dati, emergono infine tre punti interessanti sullo stato dell’Open Innovation in Italia:

  1. Le grandi società sono attualmente i soggetti più attivi nell’Open Innovation, mentre, tranne in alcuni casi, il mondo delle PMI è ancora poco coinvolto.
  2. Molte aziende italiane hanno intrapreso il loro percorso di Open Innovation ma per molte si tratta di azioni più di tipo “marketing e comunicazione” piuttosto che azioni strutturate con obiettivi chiari, risorse e budget dedicati.
  3. Le aziende del settore Energy e Banking sono attualmente gli attori in prima linea sull’Open Innovation.

“È corretto dire che l’ecosistema italiano delle startup sta facendo grandi progressi. Tuttavia, il mondo non resta a guardare e l’Italia si sta muovendo ancora troppo lentamente – ha concluso Alberto Onetti –. E, nel contesto attuale, muoversi lentamente equivale a non muoversi affatto”.

Redazione

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