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Open source? Una scelta di valore, anche per le aziende piccole e medie

L’approccio open source, basato sulla condivisione del software, ha ormai abbattuto molte delle barriere con cui ha dovuto convivere fin dai suoi primi passi, che risalgono ormai agli anni Settanta, anche se la nascita del sistema operativo Linux viene collocata ufficialmente nel 1991, ovvero 28 anni fa.

Se di open source all’inizio parlavano solo gli sviluppatori, ed il tema era riservato a figure dalla forte caratterizzazione tecnica, la crescente diffusione di Linux ha reso l’opzione open source sempre più diffusa e apprezzata, sia a livello individuale che di organizzazione aziendale.

Oggi, Linux è il sistema operativo con la base installata più estesa al mondo. È presente ovunque, da tutti i supercomputer del mondo (500 su 500) ai telefoni Android, passando per i Chromebook e ogni possibile tipologia di dispositivo, dagli eBook reader alle smart TV.

A livello aziendale, le grandi organizzazioni fanno da tempo un uso esteso del software open source, che nel tempo ha mostrato caratteristiche di affidabilità, flessibilità e performance mediamente superiori a ogni possibile soluzione proprietaria. Se consideriamo le aziende presenti nella lista Fortune 500, vediamo come in molti settori il 100% di esse faccia uso di soluzioni open source, nello specifico Red Hat: compagnie aeree, servizi di comunicazione, banche commerciali, organizzazioni healthcare.

Ma la scelta open source è adatta solamente alle grandi imprese? Certo che no. Anzi, spesso sono le organizzazioni piccole e medie, per loro natura più flessibili e aperte all’innovazione, le prime a esplorare soluzioni e piattaforme open. Certo, la disponibilità gratuita del codice gioca un ruolo importante nello stimolare la curiosità, ma nel momento in cui la migrazione viene considerata a livello aziendale, i valori che entrano in gioco sono diversi.

La grande disponibilità di soluzioni e piattaforme, ad esempio. Diversamente da quanto avviene nello sviluppo di software commerciale/proprietario, dove tipicamente è il marketing a definire le caratteristiche di un prodotto, nel modello Open Source chi definisce le caratteristiche e l’evoluzione del software sono gli utenti della comunità di sviluppo. Questo significa che le applicazioni open source sono molto concrete in quanto devono rispondere a requisiti specifici segnalati dagli utilizzatori stessi del programma.

O la sua elevata qualità. I progetti e prodotti sviluppati dalla comunità open source hanno tipicamente prestazioni e livelli di affidabilità superiori ai loro corrispettivi proprietari, proprio perché possono contare su una base di sviluppatori e tester superiore a qualsiasi vendor tradizionale. Lo sviluppo condiviso del software permette di realizzare programmi di ottima qualità grazie al continuo testing che sviluppatori ed utilizzatori eseguono durante il ciclo di vita del progetto. La possibilità di visionare il codice sorgente del programma, consente ai programmatori di rilevare eventuali bug e segnalare possibili migliorie al codice.

Quando si parla di business però, la componente tecnologica non è l’unica da considerare. Ogni azienda, piccola o grande che sia, ha bisogno di servizi di qualità a supporto delle soluzioni scelte. Aziende come Red Hat offrono una versione del software che mantiene tutte le caratteristiche tipiche dell’open source, quali flessibilità, performance e sicurezza, arricchite però da qualità altrettanto necessarie come interoperabililtà, certificazioni, supporto e formazione.

Tutto questo diventa ancor più evidente quando le organizzazioni iniziano a considerare un passaggio fondamentale come la trasformazione digitale, tipicamente abbinato all’adozione di servizi cloud. Se alcuni di questi servizi – email, storage – sono già abbondantemente diffusi in azienda, la migrazione nel cloud di applicazioni business critical apre altre prospettive, ugualmente interessanti. E la scelta di un cloud aperto, ovvero basato sugli stessi requisiti di apertura, interoperabilità e standardizzazione dell’open source, si rivela ancor più efficace.

Oggi l’open source è un modo per avvalersi di tecnologie avanzate, e non legate al singolo fornitore, per passare a un’infrastruttura agile che trae vantaggio da strumenti di management evoluti ma flessibili. Ed è proprio il fattore flessibilità che conta per le PMI nel loro viaggio verso il cloud con l’open source. Sappiamo che gli individui scaricano nuove app sui loro smartphone ogni settimana, quindi l’esigenza di offrire agli utenti business lo stesso livello di agilità che hanno i consumatori è possibile solo se la funzione IT si basa su una piattaforma aperta e flessibile.

L’uso di servizi cloud viene sempre più accettato dalle aziende del mid-market, soprattutto in abbinamento all’IT on-premise in ambienti ibridi, per i vantaggi economici e operativi che promette Ma i responsabili IT di queste imprese hanno ancora diverse preoccupazioni che devono essere indirizzate, ad esempio i costi operativi legati all’uso del cloud, la sicurezza dei dati enterprise, la disponibilità di supporto tecnico e la latenza e adeguatezza delle applicazioni.

Queste perplessità sembrano essere particolarmente prevalenti presso le media imprese che non possono contare sulle stesse risorse tecniche, amministrative e gestionali di quelle più grandi. Il modello cloud di elaborazione delle applicazioni, storage e analisi service-based rappresenta un cambiamento significativo nel modo in cui l’IT viene realizzato, gestito, sviluppato e mantenuto. Anche per le aziende sotto ai 100 dipendenti, o sotto ai 50, il passaggio al cloud costituisce una sfida che influisce sull’intera architettura IT, non è il semplice roll-out di una nuova applicazione o un aggiornamento parziale.

Ed è proprio qui dove l’open source software offre la possibilità di mitigare questi timori, rivolgendosi all’ampio supporto per piattaforme come Linux che oggi esistono anche per implementazioni enterprise-grade.

Danilo Maggi

Danilo Maggi

Marketing Manager, Red Hat Italia

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