Pil allo 0,5%, l’intelligenza artificiale entra nelle PMI ma le competenze restano il collo di bottiglia

Il Rapporto annuale Istat 2026 fotografa un’Italia in crescita lenta, con un sistema produttivo che si digitalizza più velocemente di quanto non aggiorni il proprio capitale umano. Per le piccole e medie imprese il quadro è ambivalente: l’IA è entrata in azienda, ma più della metà delle PMI che ci hanno rinunciato indica le competenze mancanti come ostacolo principale.


Nel 2025 il Prodotto interno lordo italiano è cresciuto dello 0,5 per cento, in rallentamento rispetto al biennio precedente (+0,9 nel 2023, +0,8 nel 2024). Il dato emerge dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat, presentato il 21 maggio a Roma nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera. È un risultato che colloca l’Italia al di sotto della Francia (+0,9 per cento) e soprattutto della Spagna (+2,8 per cento), ma sopra la Germania, ferma a +0,2 per cento dopo due anni di flessione.

L’espansione del Pil è stata trainata dalla domanda interna: gli investimenti fissi lordi sono cresciuti più dei consumi, mentre la domanda estera netta ha dato un contributo negativo. Costruzioni e servizi hanno sostenuto l’attività economica, la manifattura ha continuato a mostrare segnali di debolezza. Nel primo trimestre 2026 la crescita congiunturale è stata dello 0,2 per cento, con una variazione acquisita per l’anno in corso pari, ancora una volta, allo 0,5 per cento.

A complicare lo scenario c’è la guerra tra Stati Uniti e Iran, scoppiata a fine febbraio 2026, che ha riportato i prezzi del Brent sopra i 100 dollari al barile (104 in media a marzo, 120 ad aprile). L’indice dei prezzi al consumo ad aprile 2026 ha registrato un’accelerazione su base annua al +2,7 per cento, contro il +1,7 del mese precedente. Le banche centrali, in conseguenza, hanno sospeso i tagli dei tassi programmati.

Un sistema produttivo cresciuto di un solo punto e mezzo in diciotto anni

Il confronto di lungo periodo è il dato più severo del Rapporto. Nel 2025 il Pil reale italiano supera il livello del 2007 di appena l’1,9 per cento. Negli stessi anni Francia, Germania e Spagna hanno registrato una crescita prossima al 20 per cento. Una distanza che il Rapporto attribuisce a tre fattori strutturali: ritardo negli investimenti immateriali, frammentazione del tessuto produttivo, ridotta capacità di innovazione legata alle competenze del capitale umano.

La produttività oraria del lavoro in Italia è aumentata nello stesso periodo dell’1,4 per cento, contro il 7 per cento della Francia, l’11 della Germania, quasi il 18 della Spagna. Nei servizi alle imprese, nella ricettività, nell’istruzione e nella sanità (settori dove l’occupazione è cresciuta di più) la produttività oraria si è ridotta tra il 15 e il 23 per cento.

Sul fronte della struttura d’impresa, tra il 2007 e il 2023 il numero di imprese attive è cresciuto di 235 mila unità, arrivando a 4,7 milioni. Ma la composizione è cambiata: meno 21 per cento nell’Industria in senso stretto, meno 17 per cento nel Commercio, più 33 per cento nelle Attività professionali, scientifiche e tecniche, più 63 per cento nella Sanità e assistenza sociale. La dimensione media d’impresa, storicamente modesta, è passata da 3,9 a 4,0 addetti. Nel frattempo la quota di fatturato delle imprese con almeno 250 addetti è salita dal 29,1 al 36,1 per cento: il sistema si è polarizzato.

L’intelligenza artificiale triplica, ma resta una questione di dimensione

Il capitolo più rilevante per chi guida una piccola o media impresa è il quarto, dedicato al ruolo della conoscenza. Tra il 2023 e il 2025 la quota di imprese italiane con almeno 10 addetti che hanno utilizzato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è più che triplicata, passando dal 6 al 16,4 per cento. Un recupero importante, anche se la Germania è già oltre il 25 per cento.

La diffusione, però, è molto disuguale per dimensione:

  • 14,2 per cento tra le piccole imprese fino a 49 addetti
  • 27 per cento tra le medie
  • 53 per cento tra quelle con almeno 250 addetti

Più della metà delle PMI che hanno considerato l’utilizzo dell’IA senza poi adottarla ha indicato come ostacolo principale la mancanza di competenze. L’Istat ha incrociato i dati sulla Rilevazione ICT con i Registri statistici e le fonti amministrative, costruendo un modello di regressione che misura la probabilità di adozione dell’IA nelle imprese con 10-249 addetti. Risultato: la presenza di lavoratori con titolo terziario nel quarto superiore della distribuzione aumenta il tasso di adozione di 8,8 punti percentuali rispetto al quarto inferiore. La presenza di specialisti e tecnici aggiunge altri 5,2 punti.

C’è un dato controintuitivo. L’esperienza nella stessa mansione (la tenure) ha effetto negativo sull’adozione dell’IA: a parità di altre condizioni, una forza lavoro meno cristallizzata nei propri ruoli rappresenta un vincolo minore. Una forza lavoro che sa, ma che ha sempre fatto le stesse cose, fatica più di una più giovane.

Anche le tecnologie complementari fanno la differenza. La probabilità che un’impresa adotti l’IA passa dal 4,8 per cento (in assenza di tecnologie predecessori come Business Intelligence, Customer Relationship Management, cloud di piattaforma, analisi dei dati) al 75,5 per cento quando tutte e cinque sono presenti. In altri termini, l’IA si innesta su un’infrastruttura, non si compra da sola.

Sui sistemi gestionali il recupero è già in atto: l’adozione di software ERP nelle imprese è passata da meno di un terzo a quasi la metà tra il 2021 e il 2025; l’analisi dei dati è salita dal 26,6 al 42,7 per cento in due anni.

L’età media degli addetti pesa sull’innovazione

L’Istat ha stimato un livello critico oltre il quale l’aumento dell’età media della forza lavoro inizia a deprimere la probabilità che l’azienda introduca innovazioni. Quel livello è 36 anni per l’innovazione di processo, 41-42 anni per quella di prodotto e per quella combinata.

Il problema è il confronto con la realtà: nel 2023 oltre il 60 per cento delle imprese italiane di industria e servizi con almeno 10 addetti aveva un’età media dei lavoratori pari o superiore a 42 anni. Sopra la soglia critica, quindi. Un incremento di un anno dell’età media si associa a una riduzione di 0,3 punti percentuali della probabilità di innovazione di prodotto e di 0,7 punti per quella di processo.

L’Istat ha provato a quantificare il possibile contrappeso: portare la quota di laureati in azienda dal 20 al 30 per cento, a 43 anni di età media, fa salire di 3,3 punti percentuali la propensione all’innovazione combinata. Un’indicazione operativa per chi assume.

In agricoltura, la cluster analysis dell’Indagine multiscopo sulle aziende agricole 2024 ha individuato cinque gruppi per propensione all’innovazione. Le imprese “statiche” sono il 49,4 per cento. Le “innovatrici avanzate” il 2,7 per cento. L’età media degli addetti scende da 63 anni nel primo gruppo a meno di 52 nell’ultimo. La direzione di causa-effetto è chiara.

Il mismatch del mercato del lavoro

Le PMI sono al centro anche di una seconda dinamica documentata dal Rapporto: la curva di Beveridge italiana ha smesso di muoversi nel verso atteso. Nella seconda metà del 2025 i posti vacanti sono tornati a crescere, mentre la disoccupazione è rimasta stabile su livelli contenuti. La domanda di lavoro insoddisfatta riguarda in particolare i servizi di supporto alle imprese, le attività finanziarie e i servizi sociali e personali.

Gli specialisti ICT in Italia sono il 4 per cento degli occupati, contro il 4,7 per cento in Francia, il 4,8 in Spagna, il 5,3 in Germania. Il programma europeo “Decennio Digitale 2030” chiede all’Italia di passare da 945 mila a 1,7 milioni di specialisti ICT. Negli ultimi cinque anni la crescita italiana è stata del 16 per cento, contro il 23 della Francia, il 34 della Germania, il 39 della Spagna.

La spesa in ricerca e sviluppo resta al penultimo posto

Nel 2023 la spesa in R&S intra muros italiana è stata pari all’1,4 per cento del Pil. È la più bassa tra le maggiori economie dell’Unione europea: la Spagna è all’1,5, la Francia al 2,2, la Germania al 3,1 per cento. L’incremento rispetto al 1995 è stato di mezzo punto, contro lo 0,7 della Spagna e l’1 della Germania.

Il sistema italiano resta concentrato su pochi grandi attori pubblici e privati che trainano la ricerca. Il quadro generale che emerge dal Rapporto, per chi guida una PMI, è che il sistema italiano ha imparato a digitalizzarsi, ma il salto successivo (R&S, IA, riallocazione verso settori a maggiore intensità di conoscenza) richiede una variabile su cui le piccole imprese hanno meno leva: la qualità del capitale umano in azienda. Su quella variabile si gioca, in concreto, la possibilità di restare competitivi nei prossimi cinque anni.


Fonte: Istat, Rapporto annuale 2026. La situazione del Paese, Roma, maggio 2026. Il volume completo è disponibile su www.istat.it.