Prima di essere professionisti siamo esseri umani: lo insegna l’analisi transazionale, sempre più in voga

 Prima di essere professionisti siamo esseri umani: lo insegna l’analisi transazionale, sempre più in voga

La base di partenza è che le aziende, a prescindere dalle loro dimensioni, camminino sempre sulle gambe delle persone. Prima di essere professionisti siamo esseri umani. A insegnarlo è l’analisi transazionale, oggi sempre più seguita dai manager anche italiani. Abbiamo chiesto a Lorena Adami (nella foto sopra. ndr), counsellor di Monza, di raccontarci il suo approccio originale che mette insieme le teorie di Eric Berne, Muriel James e Edgar Shein con l’esperienza maturata in ambito cinetelevisivo.

Lorena, come può l’analisi transazionale aiutare i professionisti?

«Riconoscere e migliorare le proprie capacità relazionali e comunicative tramite l’AT può aiutare i professionisti a individuare e mettere in potenza le proprie risorse interiori e valorizzare quelle degli altri nel proprio network lavorativo. Per transazionale (dall’inglese transactional) s’intende scambio comunicativo. Ogni professionista lavora in una rete di connessioni tra clienti, fornitori, soci e collaboratori, quindi non può esimersi dallo stare in relazione e comunicare. Prima di essere professionisti si è esseri umani. Credo che aprire lo sguardo verso l’interno e le modalità con cui noi funzioniamo sia utile e interessante per chiunque. L’AT offre una teoria della comunicazione e fornisce diversi strumenti efficaci per analizzare una situazione lavorativa che si vuole modificare oppure implementare per promuovere lo sviluppo personale, e quindi professionale».

In che cosa consiste l’approccio finalizzato alla crescita del potenziale psicofisico e come l’hai fatto tuo?

«L’approccio analitico transazionale è volto al promuovere l’autonomia della persona. Essere autonomi significa essere in grado di determinare se stessi e il proprio destino. Questa teoria psicologica scardina il presupposto che il terapeuta sia su livello superiore rispetto all’utente in quanto detentore di un sapere curativo che quest’ultimo non possiede. L’analista transazionale non può prescindere invece dalla bilateralità della relazione di cura con due soggetti pari, ciascuno con le proprie capacità. Ridare soggettività all’individuo lo affranca dall’essere oggetto dell’analisi stessa e stimola le sue competenze. Il percorso viene fatto in due, il contenuto viene costruito insieme. Uno dei miei docenti alla scuola ATc di Milano ha detto che non si fa l’analista transazionale ma si è analista transazionale. Gli assunti teorici di questo metodo li ho integrati nella mia vita e nelle mie precedenti competenze professionali. Oggi guardo il mondo con un filtro diverso, per dirla con una metafora cinematografica».

Il tuo background è quello del mondo del cinema: cosa lega questo universo alla tua professione di analista transazionale?

«Ho adottato uno stile distintivo come analista transazionale, quello di attingere dalla mia grande passione ed esperienza cinematografica per prendere spunti narrativi al servizio della persona in un momento di difficoltà o comunque in un approccio di apprendimento e di crescita. Il concetto di copione di vita è al centro dell’AT. E noi mettiamo in scena il nostro copione di continuo senza saperlo. Nel momento in cui ne diveniamo coscienti possiamo anche riscriverlo. Esplorare i contenuti dei film, quindi i copioni scritti da altri, permette di rintracciare le risonanze con la propria narrazione personale in modo più protettivo. Infatti, la rappresentazione è un processo esterno di qualcosa avviene all’interno e parlare della storia di altri inizialmente è più facile che parlare della propria. Questo processo permette di allargare il campo (ciò che vediamo) integrando nuove porzioni di fuori campo (ciò che non vediamo)».

In un momento di ripartenza come quello attuale, quali spunti può dare l’analisi transazionale a chi si occupa di risorse umane nelle aziende?

«Il perseguimento dell’obiettivo produttivo aziendale non può prescindere dalle risorse umane, in senso letterale. Le soft skills divengono più importanti delle hard: valorizzare le risorse individuali, avere abilità comunicativa relazionale, gestire il conflitto e preparare il terreno alla negoziazione per un obiettivo condiviso, sono tutte competenze che se non si hanno innate si possono apprendere. L’applicazione dell’AT in campo aziendale ha anche questo focus. Nell’attuale momento di ripartenza in cui ci si confronta con un nuovo modo di pensare al lavoro è quanto mai urgente un nuovo stile di leadership. Una leadership generativa, che quindi sappia generare valori e modalità di funzionamento che sopravvivano oltre se stessa, necessita delle soft skills e deve valorizzare quella ricchezza prodotta dall’incontro tra la cultura aziendale e la cultura individuale di cui l’azienda è territorio privilegiato. Un percorso di consulenza analitico transazionale può accompagnare a mettere in luce queste dinamiche che se ben incanalate favoriscono la performance».

Per chi vuole approfondire questo approccio quali sono i libri da leggere?

«Un libro per chi vuole avvicinarsi all’approccio AT è Nati per vincere di Muriel James. Un altro pilastro, più tecnico, è L’analisi transazionale di Stewart e Joines che contiene anche pratici esercizi al termine di ogni capitolo. Per i più appassionati suggerisco La struttura della magia di Bandler e Grinder e Copioni di vita di Steiner. A che gioco giochiamo di Eric Berne, padre fondatore dell’analisi transazionale, è tra i libri più popolari sull’argomento, anche se non è di facile lettura. In ambito aziendale consiglio Edgar Shein, Cultura aziendale e leadership».

E per approfondire l’approccio tra cinema e analisi transazionale di Lorena Adami? 

«Chiunque lo desidera può scrivermi a @becomingcounsellor».

Filippo Poletti

Giornalista professionista, saggista, musicologo e influencer su LinkedIn

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