«Le reti d’impresa sono un successo ogni oltre aspettativa»

 «Le reti d’impresa sono un successo ogni oltre aspettativa»

Le caratteristiche del modello imprenditoriale italiano rendono quanto mai necessario “diventare grandi, restando piccoli” e dunque realizzare collaborazioni interaziendali. Le molte modalità proposte nel corso degli anni non sempre hanno saputo incontrare i bisogni e le aspettative del mondo imprenditoriale: dopo i distretti quella del contratto di rete sembra una formula destinata ad avere successo perché tiene conto delle caratteristiche del mondo a cui è destinata.

Il saggio Con-correre per competere. Le reti d’impresa tra territorio e globalizzazione, a cura di Paolo Preti e Raffaello Vignali, presenta i risultati di un’indagine sull’utilizzo dei contratti di rete da parte delle aziende italiane e quindi sette casi reali che possono essere considerati best practice di questo nuovo modo di fare impresa.

Con Marina Puricelli, tra gli autori del saggio e docente di Fondamenti di Organizzazione presso l’Università Bocconi e docente senior della SDA Bocconi di Milano, abbiamo parlato dei risultati della ricerca.

La copertina del saggio "Con-correre per competere"
La copertina del saggio “Con-correre per competere”

 

Cos’è che via ha stupito di più nel corso della vostra ricerca?
«Il successo quantitativo: a oggi, infatti, sono quasi 1200 i contratti di rete firmati che coinvolgono più di 5600 aziende. Da anni chi come noi si occupa di piccole imprese ha sentito parlare di accordi, di alleanze, di consorzi, di joint venture, ma, al di là della fortunata stagione dei distretti, ci sono stati pochi risultati pratici. Con il contratto di rete l’aria è cambiata e siamo finalmente di fronte a un successo quantitativo, inaspettato, una crescita ininterrotta in anni particolarmente difficili come quelli che stiamo vivendo».

Perché questo cambiamento, secondo lei?
«La legge del 2010 che ha istituito i contratti di rete è uno dei rari casi in cui il legislatore ha riconosciuto le caratteristiche dell’agire imprenditoriale e ha costruito la legge guardando, appunto, agli imprenditori, alle loro tipicità, non pretendendo di cambiarli. Quella del contratto di rete è una legge che “somiglia” agli imprenditori, una norma molto flessibile, snella. Credo che, per le aziende, non ci sia niente di meno burocratico del contratto di rete».

Il successo quantitativo dei contratti di rete pare anche aver sfatato il luogo comune dell’individualismo esasperato degli imprenditori italiani.
«Direi che l’ha confermato in positivo. Il contratto di rete ha incontrato la benevolenza degli imprenditori perché riconosce la loro autonomia. Chi fa l’imprenditore, infatti, è una persona decisamente individualista, altrimenti farebbe il dipendente. Il legislatore ha tenuto conto di ciò e ha costruito uno strumento molto snello che consente all’imprenditore di cooperare con i propri colleghi senza imbrigliarsi troppo, senza perder quel senso di proprietà, di autonomia che è una sua caratteristica esistenziale. La legge, insomma, riconosce in positivo l’individualismo, il desiderio di autonomia dell’imprenditore e non lo costringe a diventare un manager, a tornare sotto padrone».

Quali sono gli elementi che fanno sì che un contratto di rete abbia successo?
«Abbiamo riscontrato che i contratti di rete che funzionano appaiono come un gruppo di pari, ma in realtà dentro quel gruppo c’è qualcuno – un imprenditore, un’associazione di categoria, un consulente – che tira le fila. Un contratto di rete parte bene se c’è un promotore, un agente provocatore, che si impegna e che ci crede un po’ più degli altri fin dall’inizio. Senza una figura di questo tipo, difficilmente i contratti di rete funzionano bene. Il contratto di rete, poi, funziona se attorno al tavolo si siedono persone vicine, non in senso amicale o territoriale (perché se no si tornerebbe al distretto), ma in termini di mentalità. Se si decide di costituire una rete, è meglio farlo con persone che hanno lo stesso modo di vivere l’attività imprenditoriale. Occorre, infine, avere obiettivi molto chiari, circoscritti e ben condivisi. Le reti che funzionano nascono attorno a un’idea molto semplice che però poi può essere perseguita fino al raggiungimento dell’obiettivo. Il contratto di rete funziona se si muove per piccoli passi, senza pensare a mega progetti strategici».

Quali errori bisogna evitare per costituire una rete funzionante?
«Come accennavo prima, la rete non funziona quando l’obiettivo strategico non è sufficientemente chiaro o troppo ampio, generico. Ci siamo imbattuti in casi di reti che non hanno funzionato perché non era stato sufficientemente definito e condiviso il motivo stesso per cui si faceva la rete. Un secondo elemento di criticità è l’assenza di regole chiare. In alcuni casi di insuccesso, ad esempio, non era stato designato il manager di rete, per cui tutti e nessuno risultavano responsabili. In altri casi non era stato disciplinato in modo adeguato il meccanismo di ingresso di nuove imprese nella rete e il meccanismo di uscita. Ancora, abbiamo riscontrato la mancanza di meccanismi di rendicontazione interna della rete. Molte delle reti che abbiamo analizzato sono nate senza una partita Iva, per cui si è presentato fin da subito il problema di ripartire costi e ricavi della rete. Non avendo regolato tali meccanismi, sono sorte delle criticità. In generale, dunque, per funzionare una rete deve darsi obiettivi strategici chiari, regole di funzionamento certe e procedere con gradualità».

Lei ha elencato delle criticità “interne” alle reti. Ci sono anche criticità “esterne” nel rapporto con le istituzioni, le banche?
«Fino a poco tempo fa le pubbliche amministrazioni non riconoscevano il contratto di rete, ad esempio nelle gare di appalto, ma l’ultima adeguamento della normativa ha risolto questo problema. Adesso anche i contratti di rete possono partecipare a gare di appalto. Le banche stanno ancora lavorando sul rating di rete che potrebbe facilitare l’accesso al credito per le aziende costituitesi in reti d’impresa. È un problema ancora aperto che speriamo sia risolto presto. Il terzo problema, anch’esso risolto, riguardava la partita Iva. L’adeguamento della normativa ha stabilito che una rete, se vuole, può dotarsi di partita Iva. Ciò risolve il problema della fatturazione, della ripartizione dei costi».

In un momento di crisi come quello attuale, il contratto di rete può essere visto come un’ancora di salvezza per imprese in crisi. È veramente così?
«No. Un aspetto del contratto di rete che è emerso come tratto comune dei sette casi di reti di successo che abbiamo analizzato, infatti, è la gratuità. Uso una parola che apparentemente non c’entra niente con il linguaggio dell’economia e che è l’opposto dell’opportunismo. Le reti sorte per accaparrarsi qualche soldo pubblico hanno vita breve. Le reti nate per godere di qualche risparmio fiscale sono probabilmente già morte. Le reti che stanno funzionando sono quelle non generate da un opportunismo di breve periodo, ma da un forte orientamento alla gratuità. Gli imprenditori danno tempo, energie che hanno investito nella rete prima ancora di pretendere qualcosa in cambio. Attorno al fenomeno del contratto di rete c’è molta gratuità di gente che ha voglia di mettersi a disposizione. C’è anche molto bisogno di confronto. La rete parte dalla gratuità e ha come ricaduta indiretta il fatto che questi imprenditori, che spesso sono soli nelle loro aziende, si trovano attorno a un tavolo a confrontarsi con altri colleghi e da questo confronto traggono molto giovamento. Ecco perché il contratto di rete non può essere lo strumento adatto per imprenditori in difficoltà. La rete non è uno strumento salva-aziende perché per partire ha bisogno di tempo, energie, investimenti, anche economici. La rete non è fatta per salvare un’azienda sull’orlo del baratro, ma serve sicuramente a rafforzare un’impresa sul versante dell’innovazione, su quello dello sviluppo dei mercati esteri, su quello della scala dimensionale».

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