Quale futuro per le pmi italiane?

 Quale futuro per le pmi italiane?

Carlo A. Daveri (@carlo_daveri), presidente e chief executive officer di Dvr Capital, merchant bank che fa consulenza alle piccole e medie imprese, si occupa di mergers & acquisitions, private equity, finanziamento, ristrutturazione, real estate e ha partecipazioni in diverse realtà del made in Italy (Barovier & Toso, storica vetreria di Murano fondata nel 1295; Virosac, una delle aziende leader in Italia per i prodotti per la casa; Cellular Italia, specializzata nella ideazione, produzione e distribuzione di accessori per dispositivi multimediali), ha a cuore il futuro del nostro Paese, tanto da aver creato Dvr Capital Lab (guarda il video), un’iniziativa per permettere l’incontro tra impresa e politica, e un concorso per start up per aiutare gli imprenditori del futuro. Non stupisce, allora, che le sue parole, a volte dure con la politica e con le imprese, risuonino di sincera passione che non ti aspetteresti da un uomo che frequenta il gelido mondo della finanza.

Carlo A. Daveri
Carlo A. Daveri

Le pmi italiane hanno ancora un futuro e come si potrebbe favorirne l’evoluzione?
«Le pmi hanno sicuramente un futuro. L’eccellenza raggiunta da alcune di esse fino a oggi non può che farci guardare avanti con ottimismo. Si deve, però, intervenire sia dal punto di vista culturale, sia da quello politico. Dal punto di vista culturale, gli imprenditori devono capire che non possono rimanere piccoli. Le aggregazioni, le acquisizioni sono passaggi fondamentali che possono aiutare le imprese a svilupparsi. A livello governativo, la cosa più semplice che si potrebbe fare è la defiscalizzazione degli utili reinvestiti in azienda. Si potrebbero agevolare dal punto di vista fiscale anche le acquisizioni, non tanto le aggregazioni che in Italia purtroppo non si riescono a fare».

Il problema delle pmi, dunque, è soprattutto quello di non saper crescere?
«Le aziende italiane soffrono di nanismo. Producono un certo tipo di prodotto e continuano a farlo fin quando riescono a venderlo, senza porsi il problema di aumentare le proprie dimensioni. Un esempio virtuoso di come dovrebbero agire le pmi è quello di Interpump Group S.p.A, leader mondiale nelle prese di forza per veicoli industriali. Partita nel Dopoguerra come una pmi, oggi capitalizza in Borsa quasi un miliardo e ha 220 persone impiegate nel solo reparto ricerca e sviluppo. È un esempio di azienda che è cresciuta internamente (diversificando la propria produzione) e all’esterno (tramite acquisizioni). I competitor di Interpump che non sono cresciuti, con il tempo non avranno la capacità di tenere il passo e saranno costretti a vendere o si troveranno fuori dal mercato».

Non esiste anche il problema della sotto-capitalizzazione?
«Certo. È anche per ovviare a questo problema che bisognerebbe defiscalizzare gli utili reinvestiti in azienda. Il nostro, infatti, è un Paese povero, ma abitato da gente ricca, un Paese nel quale gli imprenditori tendono a investire il minimo indispensabile nella propria azienda. Bisogna, invece, investire di più nelle aziende, sia utilizzando gli utili eventualmente prodotti, sia – per accelerare il percorso di capitalizzazione – facendo entrare soci terzi. Solo in ultima analisi ricorrerei ai finanziamenti bancari. Penso, infatti, che non ci si debba lamentare troppo del fatto che il sistema bancario non finanzia le imprese. È vero, le banche negli ultimi anni hanno stretto i cordoni della borsa, però un’azienda non si finanzia solo con il debito, anzi, finanziarsi con il debito è spesso molto pericoloso. Un’azienda si deve finanziare innanzitutto con il capitale».

Solo una piccola parte delle nostre pmi riesce ad affrontare i mercati esteri. È ancora una volta un problema di nanismo, o c’entra anche un certo ritardo culturale della nostra classe imprenditoriale?
«Nanismo e ritardo culturale sono le due facce di una stessa medaglia. Bisogna innanzitutto comprendere la necessità di internazionalizzarsi. Gli imprenditori devono capire che il mercato interno, soprattutto oggi che è estremamente fiacco, non è più sufficiente e che bisogna cercare all’estero mercati più dinamici. È facile a dirsi, ma risulta molto complicato quando bisogna farlo con i budget ridotti di una pmi. E questo ci riporta al problema del nanismo. Un’azienda troppo piccola, infatti, fa fatica a crescere all’estero. È anche vero, però, che spesso – più in passato che oggi – le aziende non ci hanno neanche provato. Ecco perché è fondamentale il reinvestimento degli utili in azienda. Negli anni antecedenti alla crisi, se gli imprenditori avessero investito buona parte degli utili per crescere all’estero avrebbero potuto riuscirci. Luxottica era una start up nel Dopoguerra, oggi vale 19 miliardi e realizza una buona parte dell’Ebidta all’estero. Il gruppo di Leonardo Del Vecchio è cresciuto anche tramite acquisizioni, ma è diventato grande anche reinvestendo gli utili in azienda. Quanto al ritardo culturale, questo è un Paese in cui ancora oggi la classe dirigente appartenente alla generazione precedente alla mia parla poco l’inglese. Una volta compresa la necessità di internazionalizzarsi, poi bisogna anche possedere gli strumenti per farlo e tali strumenti in una piccola impresa deve possederli lo stesso imprenditore il quale, di solito, non riesce a permettersi un direttore commerciale al quale delegare tale attività».

«Gli imprenditori - dice Daveri - devono capire che il mercato interno, soprattutto oggi che è estremamente fiacco, non è più sufficiente e che bisogna cercare all’estero mercati più dinamici»
«Gli imprenditori – dice Daveri – devono capire che il mercato interno, soprattutto oggi che è estremamente fiacco, non è più sufficiente e che bisogna cercare all’estero mercati più dinamici»

 

La politica e il sistema Italia aiutano a valorizzare le pmi?
«La politica sta facendo di tutto per distruggere la nostra immagine. Quando vado all’estero, io che mi occupo con passione di politica in Italia, cerco di evitare accuratamente l’argomento. È impossibile fare capire i bizantinismi della nostra politica a un interlocutore estero, soprattutto se anglosassone. Non riusciamo, poi, a fare sistema quando andiamo all’estero, ognuno ci va per conto proprio e non c’è un’organica azione di marketing per vendere il prodotto-Italia. Se non cambia passo, la politica sarà sempre di più una zavorra invece che un aiuto».

Anche la recente legge di stabilità, secondo lei, non va nella direzione giusta?
«Devo dire la verità: ho fatto fatica a capire cosa è uscito dal Parlamento. Ci sono stati talmente tanti cambiamenti, talmente tanti pasticci, che si fatica a dare un giudizio. Al di là di alcuni provvedimenti positivi, come quello sui minibond, una gestione così pasticciata dà comunque un messaggio negativo a chi, magari, non si studia la legge nel dettaglio. E il messaggio che si dà conta. Io vorrei una politica capace di guidare il nostro Paese e le nostre imprese. Per far questo deve essere anche un esempio, nei suoi comportamenti. Una politica sprecona, con costi fuori controllo, che si limita a gestire il potere, è una politica che non insegna, non fornisce un esempio positivo e non dà un aiuto concreto al Paese».

Negli ultimi mesi storiche aziende italiane sono state acquisite da gruppi stranieri. Come giudica tali operazioni?
«Essendo state artefice di alcune di queste operazioni, non posso non essere favorevole. Non le realizzerei se non fossi convinto che rappresentino qualcosa di buono per l’impresa Italia. Come nei due casi più recenti che ho seguito, Cellularline e Giuseppe Zanotti, l’ingresso di capitale straniero permette alle aziende di guardare avanti, di crescere anche all’estero. Alla fine, che il capitale sia italiano o straniero cambia poco. Il capitale è una cosa e il management un’altra. Le aziende rimangono comunque italiane e, vendendo una quota agli stranieri, “acquistano” un pezzo di know how che prima non avevano. Cellularline e Giuseppe Zanotti potranno continuare a crescere e a produrre occupazione in Italia perché nessuno dei gruppi che le hanno acquisite vogliono spolpare queste aziende, chiuderle e portarsi via il brand. Vogliono, invece, investire e far crescere le aziende conservandone l’italianità. Recentemente sono stato a Londra, ho incontrato tanti investitori e ho notato che si ritorna a guardare con grande interesse verso le aziende italiane. Sta a noi – manager, gestori delle aziende – fare in modo che l’investitore straniero non le spolpi, ma proponga progetti di investimento che le facciano crescere. Le aziende italiane, comunque, con o senza capitale straniero, sarebbero in ogni caso costrette dall’asfittico mercato interno a svilupparsi all’estero».

Quali sono le sue previsioni e si suoi auspici per il 2014?
«Dalla fine dell’estate il clima mi sembra decisamente migliorato, sia in termini di mergers & acquisitions sia in termini di sviluppo delle aziende. La ripresa è a macchia di leopardo, non vale per tutti i settori e per tutte le aziende, ma c’è, anche se non sarà “booming” come ha affermato anche Mario Draghi. La crisi è passata e oggi ci troviamo in un mondo diverso rispetto a quello pre-crisi, un mondo che presenta sfide e opportunità che dobbiamo cogliere. Perché la ripresa si consolidi, però, ci dobbiamo credere investendo capitale, tempo e lavoro. La ripresa, insomma, non arriva da sola, ma ognuno di noi deve contribuire, come fa lei con la sua iniziativa volta a informare e a far dialogare le pmi».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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