Rapporto Eurispes 2014: pessimismo generalizzato sulla situazione economica

 Rapporto Eurispes 2014: pessimismo generalizzato sulla situazione economica

«Un fantasma si aggira per il nostro Paese. La sub-cultura del declino e della decadenza, figlia del nichilismo, sembra ormai pervadere le Istituzioni e le coscienze dei nostri concittadini – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara. Siamo di fronte al rifiuto sdegnoso per ogni autorità, ad un cinismo spinto al limite della sfrontatezza, allo scetticismo più radicale sulla possibilità di riformare e di modernizzare il sistema politico-istituzionale e quello produttivo, alla incapacità di immaginare il nostro stesso futuro. Così come per Bazarov, personaggio descritto da Ivan Turgenev in Padri e figli, capolavoro della letteratura russa dell’Ottocento, negli ultimi anni si è andata affermando l’idea che niente meriti di essere conservato e che tutto ciò che esiste è degno di perire.

L’Italia sta vivendo una crisi profonda e drammatica. Ma questo non è un Paese senza futuro.

L’evoluzione auspicabile in questa fase storica sarebbe quella di distinguere, come proponeva Nietzsche, il “nichilismo passivo” come fattore di decadenza, dal “nichilismo attivo” come principio di vitalità e di capacità di reazione alla decadenza stessa.

Allora, piuttosto che alle sirene del declino dovremmo prestare attenzione ai messaggi e ai protagonisti dell’Italia che funziona e che in questi anni di crisi hanno tenuto in piedi il Paese. L’Italia deve cercare di valorizzare gli asset dei quali dispone che sono unici e irripetibili. Cultura, manifattura, turismo e agricoltura sono i pilastri della nostra economia e, insieme, i fattori determinanti per una ricostruzione del ruolo dell’Italia nel mondo. Ma ciò propone l’urgenza di elaborare un progetto, indicare una prospettiva di cambiamento percorribile e ragionevole.

Con il nostro Rapporto – prosegue il Presidente dell’Eurispes – in questi anni non ci siamo mai allontanati dalla ricerca della verità descrivendo, quando necessario, anche ciò che ci sarebbe piaciuto tacere. Con lo stesso spirito, oggi, cerchiamo di interpretare la situazione italiana, evitando il facile richiamo del coro che canta la storia di un Paese ormai esangue e destinato ad una prossima e definitiva irrilevanza.

Conosciamo ormai a memoria i nostri mali che vengono da lontano, spesso sottovalutati, ai quali non è riuscita a trovare cura e rimedio la nostra classe dirigente generale, l’intera élite che ha tenuto in mano le redini della diligenza italiana.

La stessa élite che non si è neppure accorta di quanto, anche all’interno della crisi, di positivo e di creativo andava maturando in diversi settori dell’economia, della società civile, della cultura e addirittura della politica.

Stiamo dando un’ottima prova nei settori tradizionali del Made in Italy e del lusso: tessile-abbigliamento, calzature, arredamento e nautica. Siamo riusciti a creare nuove specializzazioni, come nella meccanica; nei prodotti a forte innovazione, nelle tecnologie per l’edilizia e nella chimica farmaceutica.

Nel 1999 eravamo al quinto posto nella Ue a 27 per saldo commerciale normalizzato nei manufatti. Oggi siamo al terzo posto. E proprio mentre la recessione e l’austerità impostaci dall’Europa facevano crollare la nostra domanda interna, e con essa Pil e occupazione, le imprese italiane hanno conseguito eccellenti risultati sui mercati internazionali.

Negli ultimi cinque anni il fatturato estero dell’industria italiana ha superato quello tedesco e francese. Negli ultimi due anni siamo stati tra i soli cinque paesi al mondo (con Cina, Germania, Giappone, Corea del Sud) a conseguire un saldo commerciale con l’estero superiore ai 100 miliardi di dollari. Il nostro comparto agricolo ha prodotto risultati fortemente positivi sia in termini di fatturato sia di occupazione. E quanto alto sia l’interesse per le nostre produzioni agroalimentari, è dimostrato dal fatto che l’Italian sounding, ovvero la falsificazione internazionale dei nostri prodotti, ha raggiunto la cifra di 60 miliardi di euro l’anno. L’Italia resta una tra le mète preferite del turismo internazionale. Per numero di pernottamenti di turisti stranieri, è seconda in Europa soltanto alla Spagna: con 54 milioni di notti è il primo Paese europeo per numero di presenze extra-Ue.

E tutto questo – conclude Fara – nonostante gli ostacoli, i ritardi, i mille impedimenti che lo Stato pone a chi decide di avviare una qualsiasi attività imprenditoriale, attraverso una pressione fiscale insopportabile, una burocrazia pervasiva e ossessionata dal regime del controllo e della concessione in luogo del diritto. Condividiamo i contenuti di un recentissimo documento stilato da Giuseppe Bianchi, Presidente dell’Isril, e sottoscritto da decine di rappresentanti di Istituzioni economiche, nel quale si afferma: “è davvero ardito parlare di un Paese sul viale del tramonto. Non siamo una nazione di macerie e di cittadini rassegnati”».

Queste alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto Italia 2014. Il Rapporto, è stato costruito, come di consueto, attorno a 6 dicotomie, illustrate attraverso altrettanti saggi accompagnati da 60 schede fenomenologiche: ITALIA/EUROPA • FINANZA/FINANZA • DESTRA/SINISTRA • ETICA/ESTETICA • RICCHEZZA/POVERTÀ • CONSERVAZIONE/CAMBIAMENTO.

L’indagine ha toccato le tematiche e i fenomeni correlati a ciascuna delle sezioni che compongono il Rapporto i quali hanno stimolato il più recente dibattito e l’interesse dell’opinione pubblica. In particolare, hanno partecipato e contribuito a delineare il quadro degli orientamenti presenti nella compagine della nostra società 1.097 cittadini. La rilevazione è stata effettuata nel periodo tra il 13 dicembre 2013 e il 4 gennaio 2014.

Un pessimismo generalizzato sulla situazione economica
Il quadro di forte immobilismo e decadimento della condizione economica del nostro Paese produce un atteggiamento di forte pessimismo nella popolazione. L’88,1% degli italiani ritiene che la condizione economica dell’Italia negli ultimi 12 mesi sia totalmente o parzialmente peggiorata, in aumento di 8,1 punti percentuali rispetto all’analoga rilevazione del 2013. Continua, quindi, il trend negativo che caratterizza le opinioni degli italiani nell’arco degli ultimi dieci anni a esclusione di una momentanea battuta d’arresto nel 2007, anno dopo il quale il tasso dei pessimisti ricomincia ad aumentare e a mantenere nel tempo un trend di crescita. Aumenta invece, confermando l’andamento dal 2012 (3,9%), la quota di quanti ritengono che la situazione sia rimasta inalterata, passata dal 7,5% del 2013 all’8,5% del 2014..

Il futuro che ci aspetta
Rispetto alla precedente rilevazione, diminuiscono sia i fiduciosi rispetto ad una ripresa economica nei prossimi 12 mesi (passati dal 10,7% del 2013 all’8,2% del 2014) sia gli scettici (dal 52,8% al 45,6%). A crescere di 6,7 punti percentuali, passando dal 29,7% al 36,4%, è la quota di quanti considerano l’anno futuro sostanzialmente in linea con quello trascorso.
Alla domanda su come sia cambiata la propria situazione economica nell’ultimo anno, il 70,5% ha indicato un peggioramento (considerevole per il 34,8% e lieve per il 35,7%) che non si discosta dal trend rilevato lo scorso anno (73,5%). Inoltre, i giudizi di miglioramento della propria condizione economica sono passati dal 4,8% del 2013 al 2,8% del 2014. Aumenta, invece, la quota di quanti giudicano inalterata la propria condizione economica (19,9% nel 2013 contro il 24,2% attuale).

La difficile gestione della quotidianità
Il 30,8% non riesce ad arrivare a fine mese con le proprie entrate. Per questa domanda è stato registrato un tasso di non risposta decisamente alto (12%) che potrebbe indicare un disagio maggiore rispetto a quello rilevato. Tra quanti arrivano comunque alla fine del mese non manca chi, il 51,8%, vi riesce soltanto utilizzando i propri risparmi. Tentare di risparmiare qualcosa risulta praticamente impossibile per tre italiani su quattro (74,7%). Sul versante delle difficoltà incontrate dagli intervistati nel pagamento delle rate del mutuo o nel saldo mensile dell’affitto per la casa, si registra nel primo caso un disagio che tocca il 29,1% e, nel secondo, il 26,8%. Il numero di quanti hanno preferito non indicare una risposta precisa tocca livelli elevati (rispettivamente il 21,5% e il 30%) tali da far ritenere più alta la quota di chi ha difficoltà a far fronte all’impegno mensile per saldare la rata del mutuo o l’affitto della propria casa. Le regioni più in difficoltà sono quelle del Mezzogiorno dove si manifesta la più alta concentrazione di chi non arriva a fine mese (41,9% per il Sud) o di essere costretti per questo scopo ad utilizzare i propri risparmi (il 64% per il Sud e il 58,9% per le Isole). Disoccupati o inoccupati, ovvero in cerca di nuova o prima occupazione si confermano le categorie maggiormente in difficoltà, incapaci di arrivare a fine mese rispettivamente nel 44% e nel 48% dei casi oppure costretti ad utilizzare i propri risparmi, nel 72% e nel 68% dei casi.
Rispetto alle prospettive future di risparmio, per il 65,2% è un’eventualità improbabile (36%) o impossibile (29,3%) nel prossimo anno.

Prestiti contratti per pagare debiti accumulati in precedenza
Accanto alla situazione di profonda crisi denunciata dalla larga parte dei cittadini, emerge un ulteriore indicatore del disagio: uno su quattro ha avuto necessità di ricorrere ad un prestito bancario nell’ultimo triennio. Le motivazioni più ricorrenti sono il saldo di debiti precedentemente accumulati (31,1%) e il mutuo per la casa (28,4%); mentre sono attorno al 16%, quelle determinate dal pagamento di spese per eventi particolari, come matrimoni, cresime, battesimi o dall’esigenza di saldare prestiti contratti con altre banche. Nell’11,2% dei casi si è trattato di un prestito tra i 50mila e i 100mila euro; la stessa percentuale ha riguardato i finanziamenti contratti per un importo di 100mila euro e oltre. Mentre prestiti minori, da 10.000 a 30.000 euro, sono stati contratti nel 20,9% dei casi. Il numero maggiore di prestiti erogati è invece quello che va da 1.000 a 10.000 euro (31%).

Perdita del potere d’acquisto: una realtà per 7 italiani su 10
Il 69,9% degli italiani ha constatato, nel corso dell’ultimo anno, una perdita del proprio potere di acquisto (24,1% “molto” e il 45,8% “abbastanza”). Il 25,1% ha riscontrato invece una riduzione minima della capacità di fare acquisti attraverso le proprie entrate. Solo il 4,5% non ha dovuto affatto affrontare questo problema.

Parsimonia e rinunce: come si modificano abitudini e stili di vita
Su che cosa in particolare risparmiano gli italiani? Se l’84,3% riduce le risorse destinate ai regali, l’81% taglia le spese per i pasti fuori casa e il 75,3% privilegia l’acquisto di prodotti di abbigliamento presso punti vendita più economici come grandi magazzini, mercatini, outlet. L’82,9% aspetta i saldi per acquistare. Per quanto riguarda l’acquisto di generi alimentari, si cambia marca di un prodotto se più conveniente (75,9%) o ci si rivolge ai discount (58%). Nei casi di recessione, si riducono naturalmente le spese superflue come quelle per il tempo libero (76,8%), i viaggi e le vacanze (72,3%) e l’estetista/parrucchiere (77,8%). In molti (71,6%) tagliano anche le spese per articoli tecnologici. Se gli italiani preferiscono ridurre il superfluo sono però restii a fare ricorso al mercato dell’usato (25,9%). Per risparmiare, il 44% effettua acquisti online o utilizza i mezzi pubblici (40,9%) riducendo le spese dell’auto e in particolare quelle della benzina.

Resto a casa, mi conviene
Nel rivedere il proprio stile di vita, gli italiani dichiarano di aver limitato le uscite fuori casa (78,5%) e di andare più spesso a pranzo/cena dai propri genitori (41%). Abitudine diffusa anche quella di portarsi al lavoro il pranzo da casa (42,7%). E la casa sta tornando ad essere un luogo di ritrovo, dove ci si riunisce per una cena con gli amici, al posto della pizzeria o del ristorante (66,8%), o semplicemente per guardare un film in dvd/in streaming, piuttosto che andare al cinema (66,6%).

Rinuncio a tutto, ma non…
Se costretti a ridurre le spese, non rinuncerebbero ai prodotti alimentari di qualità (37,2%), agli spostamenti in macchina e in moto (12,6%) e agli abiti di marca (10,1%).

Rateizzazioni, soprattutto per l’acquisto di beni durevoli
Le difficoltà del Paese sono evidenziate anche dalla diffusione dei pagamenti rateizzati nel tempo a cui, negli ultimi dodici mesi, ha fatto ricorso il 29% degli intervistati per effettuare acquisti. Gli italiani utilizzano il pagamento rateizzato per beni considerati “durevoli”: elettrodomestici (37%), automobili (36,4%), computer e telefonini (22,7%), arredamento (23,5%) e non per lussi o beni deperibili (alimentari, viaggi, vestiti). È preoccupante considerare che il 22,4% ricorre alla rateizzazione per far fronte anche alle cure mediche.

“Compro-oro”: un fenomeno in stallo?
Il fabbisogno di liquidità è testimoniato anche dal ricorso al “compro-oro” (18,7%). La rilevazione dello scorso anno faceva registrare un’impennata del ricorso alla vendita di beni preziosi presso questi particolari negozi apparsi come funghi, nel giro di pochi anni, sia nelle città sia nei piccoli paesi di provincia. Il numero di quanti dichiaravano di essersi rivolti ad un “compro-oro” passava quindi dall’8,5% del 2012 al 28,1% del 2013. Quest’anno il dato subisce un calo di quasi 10 punti percentuali, variazione che può essere interpretata come un fenomeno legato all’esaurimento progressivo dei beni preziosi in possesso degli italiani. Il 46,3% di chi ha fatto ricorso ai “compro-oro” è motivato dalla necessità di sopperire alle esigenze quotidiane, mentre il 30,4% lo ha fatto per disfarsi di beni inutilizzati. Inoltre, il 19,8% di quanti hanno fatto ricorso ai “compro-oro” lo ha fatto per far fronte alle spese mediche e il 20,3%, invece, per saldare i debiti. Infine, il 15,8% degli intervistati ha venduto beni/oggetti su canali online di compravendita (es. e-Bay) e il 10,1% ha preso soldi in prestito da privati (non parenti/amici) non potendo accedere a prestiti bancari.

Gli italiani e il lavoro
Se tutti gli indicatori evidenziano un aumento della disoccupazione, dando uno sguardo alle condizioni di chi invece lavora il quadro che emerge è tutt’altro che incoraggiante. Il 74,3% dei lavoratori italiani è stressato, il 14,2% è stato vittima di mobbing, il 75,6% non si sente sicuro del proprio posto, il 63,4% non può fare progetti per il futuro, il 36,3% si trasferirebbe all’estero per cercare opportunità lavorative.

«Ai successi del nostro export – prosegue il Presidente dell’Eurispes – e di alcuni dei settori strategici, corrispondono una forte depressione del mercato interno con un progressivo aumento della disoccupazione, una diminuzione sempre più marcata dei consumi e una sfiducia generalizzata sulle prospettive dell’economia.

All’interno di un quadro così contradditorio e complesso, occorre riportare al centro dell’interesse e dell’azione politica e amministrativa la grande questione dei ceti medi, ossatura stessa del nostro Paese, che stanno pagando il prezzo più alto della crisi.

Se, come tutti affermano, il nodo centrale è quello di far ripartire la crescita e rianimare i consumi interni, dobbiamo avere la consapevolezza che ciò potrà avvenire solo attraverso una coraggiosa operazione di redistribuzione della ricchezza.

La società dei tre terzi rappresenta oggi la reale condizione economica e sociale del nostro Paese: 1/3 di garantiti in grado di affrontare e superare ogni possibile crisi; 1/3 di poveri, che secondo i teorici della “società affluente”, dovevano essere emancipati dalla loro condizione di disagio e invece sono diventati sempre più poveri; 1/3 a rischio di povertà – e qui sta la novità – formato dai ceti medi scivolati verso il basso in termini di reddito, di opportunità e di ruolo sociale. I risultati di questa trasformazione sul piano economico, sociale e politico sono davanti agli occhi di tutti. E di fronte a questa verità non si può più sfuggire. Siamo insomma di fronte ad un’Italia che arranca, ad una società “defluente”. I ceti medi rappresentano una delle questioni fondamentali per il futuro della società italiana. Il loro indebolimento o la loro scomparsa segnerebbero di conseguenza nel migliore dei casi la riduzione degli spazi di democrazia, o la sua eclissi nel peggiore. Noi stessi, che avevamo parlato negli anni scorsi di “progressiva proletarizzazione dei ceti medi” ci sentiamo in obbligo di correggere il tiro e definire quella di oggi una “progressiva pauperizzazione”, versione ancora più pericolosa ove si consideri che proletario è colui che presta la propria opera di salariato a favore di un’impresa. La pauperizzazione è l’impoverimento tout court. Per il momento, ma solo per il momento, il disagio profondo del ceto medio si manifesta attraverso la sfiducia e l’allontanamento dalle Istituzioni».

Redazione

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