Rapporto rischi di export e internazionalizzazione – Libia e dintorni

 Rapporto rischi di export e internazionalizzazione – Libia e dintorni

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Che la Libia sia un posto ben poco indicato per export ed internazionalizzazione dovrebbe essere evidente a tutti; meno ovvia è l’influenza su tutta la regione – e sull’Europa, Italia per prima – che ha la situazione libica.

Ovviamente è impossibile parlare, anche per i motivi che vedremo, di rischi e di Libia senza prendere in considerazione anche la Tunisia e gli altri paesi confinanti.

Se per l’Egitto e la reciproca influenza geopolitica con la Libia rimando al mio articolo La Scoperta del Gas Egiziano – Le Colossali Conseguenze, dell’Algeria tratterò in dettaglio in un altro articolo; ciò non toglie che dell’Algeria parlerò non poco anche in questa occasione – è semplicemente impossibile non prenderla in considerazione parlando della Libia.

LIBIA – I SOLITI ERRORI DELL’OCCIDENTE

La storia di quanto accaduto il Libia dal 2011, con i bombardamenti occidentali e la caduta di Muammar Gheddafi, è nota – per gli eventi principali rimando all’Encyclopaedia Britannica.

Meno nota è la causa principale del caos che ne seguito: l’Occidente, sempre “fissato” con il ‘no boots on the ground‘, non ha fatto ciò che doveva per stabilizzare la situazione – in poche parole, non ha inviato soldati.

All’epoca sarebbero probabilmente state sufficienti quattro-cinque brigate, schierate principalmente lungo la costa ed a protezione delle risorse petrolifere; avrebbero potuto ripulire la situazione e mettere il paese nella condizione di avere stabilità (e sicurezza) sufficiente per fare un governo provvisorio di spessore, riorganizzare la polizia e l’esercito, tenere regolari elezioni. Se necessario, si sarebbero potute utilizzare truppe di stati “neutri”, con contingenti occidentali (ad esempio marines) pronti ad intervenire da navi al largo – ricordo che lo sviluppo principale della Libia è sempre avvenuto lungo la costa.

Purtroppo, la “fobia” dell’Occidente per i ‘boots on the groundlo ha reso cieco alla realtà: il mondo non è tranquillo come l’ Europa o gli USA, quindi se si vuole intervenire negli affari internazionali bisogna essere pronti a fare quanto necessario. Per quanto riguarda l’ONU, stranamente è sempre stata restia a contingenti non “internazionali” – ma forse si poteva fare qualcosa con dei paesi (possibilmente musulmani) volenterosi.

Ovviamente, un eventuale intervento in questo momento implicherebbe la necessità di forti contingenti militari, cosa che l’Occidente si guarda bene dal fare; di qui, il parere negativo di molti su tale intervento – un’azione con forze chiaramente insufficienti aggraverebbe il problema.

Penso che il risultato di questa politica sia davanti agli occhi di tutti – e non solo in Libia. Ma qui il discorso si fa più complicato – non escludo un articolo dedicato.

LE AREE STRATEGICHE DELLA LIBIA E L’ISIS

Basta guardare una mappa delle infrastrutture petrolifere libiche per capire che tutto gravita attorno alla costa: chi controlla la costa, o meglio i punti di arrivo degli oleodotti, controlla l’esportazione del petrolio.

Quindi, non solo la gran parte dei centri abitati di una certa dimensione si trova lungo il mar Mediterraneo, ma la vita stessa della Libia è legata al Mediterraneo.

Questo spiega le azioni dell’Isis, concentrate soprattutto lungo la costa: del resto, l’Isis non solo mira probabilmente ad esportare petrolio libico per finanziarsi (come in Irak e Siria), ma ha bisogno di controllare la costa per avere una via di accesso all’Europa; aggiungerei che il controllo degli accessi al Mediterraneo consente di controllare l’estremamente proficuo traffico di esseri umani (i profughi) verso l’Italia – per considerazioni geopolitiche sulla gestione dell’immigrazione, rimando all’articolo Immigrazione – Conseguenze Strategiche ed Aspetti di Gestione.

Le conseguenze di un successo dell’Isis per l’Italia e l’europa sono evidenti: un flusso incontrollabile (l’Italia non ha evidentemente nessuna intenzione di impedire l’accesso ai migranti) di ‘profughi’; una base terroristica vicina all’Europa, con la possibilità di mescolare terroristi e simpatizzanti al flusso dei migranti.

Se l’Isis arrivasse a controllare la costa libica – od a minacciarne seriamente alcuni tratti strategici – chiunque abbia il controllo delle infrastrutture petrolifere nella Libia interna dovrebbe abbandonarle molto velocemente. Se anche l’Occidente imponesse un blocco navale, una volta preso il controllo della Libia l’Isis potrebbe esportare petrolio via terra verso l’Africa sub-sahariana.

Questo, unitamente all’evidente desiderio di non danneggiare le infrastrutture del petrolio, spiega perché – a parte i campi dell’area di Mabruk, a sud-est di Sirte – gli attacchi principali dell’Isis non abbiano riguardato le infrastrutture petrolifere. Per inciso, il controllo di dell’area Sirte – Mabruk consente di tagliare il paese in due.

Per quanto riguarda il resto delle aree strategiche, se non sono controllate dall’Isis sono generalmente controllate da una miriade di fazioni.

Isis: la situazione militare in Irak e Siria sta peggiorando, come sta diventando sempre più difficile per i foreign fighters raggiungere l’area del califfato: le conseguenze sono un forte interesse dell’Isis verso la Libia ed un afflusso di militanti verso il paese – pare che ce ne siano già parecchie migliaia.

La situazione politica dei due governi provvisori libici – nonché la difficoltà di addivenire ad un accordo pratico – sono ben note.

Penso che sia superfluo sottolineare come il livello di rischio per le imprese dell’export in Libia sia estremamente alto; oserei dire che probabilmente aumenterà ancora fino ad un livello di no-go assoluto – a meno di consegne già pagate ed in un paese terzo, ovviamente.

I CONFINI LIBICI ED I RISCHI PER LE IMPRESE CHE FANNO EXPORT ED INTERNAZIONALIZZAZIONE

Posto che le imprese si stanno guardando bene dal fare export (se non in condizioni di assoluta sicurezza) ed internazionalizzazione in Libia, resta un problema di non poco conto: i paesi confinanti con la Libia.

Dalla Libia si può accedere ai paesi dell’Africa sub-sahariana, che sappiamo bene avere enormi problemi con le fazioni terroristiche; ma si può accedere facilmente anche ad Egitto e Tunisia, nonché ad un’area dell’Algeria dove vi sono parecchie risorse energetiche.

Per l’Egitto, rimando nuovamente all’articolo citato all’inizio di questo scritto. Mi limito qui a sottolineare che il peggioramento della situazione in Libia aumenta il livello di rischio di export ed internazionalizzazione in Egitto, soprattutto se nelle vicinanze del confine ma eventualmente anche della costa ovest del paese (facilmente raggiungibile dalla costa libica).

Per l’Africa sub-sahariana, mi riservo di scriverne in dettaglio in futuro; mi limito qui a sottolineare che dalla Libia si può accedere a molte aree dell’Africa, aree a grande distanza dal mare e quindi difficilmente raggiungibili dalle forze occidentali. Anche per l’Africa sub-sahariana, sottolineo come (al di là di altri fattori ben noti dalle cronache) il livello di rischio sia aumentato per le imprese occidentali; a seconda dell’evolversi della situazione libica, potrebbe aumentare ancora.

A chi opera od ha intenzione di operare nelle aree citate, oltre a consigliare di muoversi nei dovuti modi raccomanderei la rapidità.

TUNISIA ED ALGERIA

Voi sapete che ho sempre insistito molto su come scegliere dove internazionalizzare e fare export, cominciando dai fattori geopolitici – fattori quasi sempre sottovalutati e spesso nemmeno considerati.

Personalmente, sono sempre stato molto scettico sulla situazione rischio aziendale in Tunisia: la primavera araba ed il grande numero di volontari tunisini tra le file dell’Isis mi inducevano a pensieri estremamente prudenti.

Gli eventi recenti hanno confermato in pieno i miei dubbi.

La situazione geopolitica, il confine con la Libia e la forte presenza dell’Isis mi portano a definire un livello di rischio elevato per la Tunisia; se fossi il responsabile di un’azienda che fa export od internazionalizzazione in Tunisia (ce ne sono parecchie, soprattutto italiane), comincerei ad aggiornare i piani di emergenza e di evacuazione – oltre a cominciare a diminuire l’impegno nel paese.

L’Algeria, come dicevo, merita un articolo a parte; tuttavia, non posso esimermi dal fare delle considerazioni.

La situazione nel sud del paese ha sempre presentato un livello di rischio tutt’altro che trascurabile; per quanto riguarda il confine sud-orientale (Libia e Niger), consiglierei di evitare di metterci piede se non con garanzie di forti scorte militari o della Gendarmerie – del resto, l’attacco ad In Amenas dovrebbe essere nella mente di chiunque faccia export ed internazionalizzazione.

Al momento si aggiungono tre fattori:

  1. La diffusione dell’Isis in Libia ed il possibile (se non probabile) peggioramento della situazione, fino all’eventuale controllo del paese da parte dell’Isis.
  2. La situazione in Tunisia, di cui ho scritto; grossi problemi in Tunisia od addirittura l’Isis che ne stia prendendo il controllo avrebbero grandi conseguenze sull’Algeria – del resto l’Algeria potrebbe decidere di intervenire militarmente, con conseguenze tutte da valutare.
  3. Il crollo del prezzo del petrolio pone grandi dilemmi all’Algeria: non si tratta solo di minore disponibilità economica – e di valuta straniera – e quindi di meno possibilità per l’export e l’internazionalizzazione, ma anche della probabile impossibilità di mantenere gli attuali livelli di sovvenzionamento per la popolazione. Si tratta di sovvenzionamenti utilizzati da molti paesi per dare un livello di vita accettabile alla popolazione – di solito molto giovane. Le operazioni terroristiche, anche nel nord del paese, sono sempre continuate: una popolazione insoddisfatta ed i successi dell’Isis in Libia (e forse Tunisia) potrebbero dare nuovo impulso al terrorismo.

L’Algeria è tutto sommato uno dei paesi più stabili della regione, però un eventuale successo dell’Isis in Libia provocherà onde che potrebbero travolgere la Tunisia (e non solo) e raggiungere l’Algeria, soprattutto se la Tunisia fosse travolta o comunque destabilizzata.

Ovviamente, tutto dipende da come reagirà l’Algeria.

Per quanto detto, aumenterei il livello di rischio in Algeria, perlomeno per progetti sul medio-lungo periodo. Come dico sempre, ciò non significa che non si possa fare (e con profitto) export ed internazionalizzazione nel paese, ma che bisogna farli con testa e predisponendo contratti e pagamenti (oltre alle “protezioni” del caso) di conseguenza.

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Dave Righetto

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