Redditometro: la prova contraria è sempre valida

 Redditometro: la prova contraria è sempre valida

Le recenti evoluzioni normative in materia di accertamento redditometrico hanno visto un tendenziale avvicinamento verso le ragioni del contribuente, sia prevedendo l’obbligo del contraddittorio preventivo (cosa che prima non era contemplata dalla norma), sia inquadrando il redditometro tra le presunzioni semplici e non invece tra le presunzioni legali relative (il che obbliga l’Amministrazione Finanziaria ad adeguare il dato statistico alla reale situazione del contribuente).

Tendenza confermata, ancora una volta, anche dalla Suprema Corte di Cassazione, la quale con la recente sentenza n.8127/2016 (liberamente visibile su www.studiolegalesances.it – sezione Documenti) ha affermato che la normativa sul redditometro individua chiaramente la portata della presunzione semplice rispetto alla prova contraria e che tale interpretazione vale anche per il “vecchio” redditometro.

Il caso di specie riguarda un accertamento sintetico ante riforma con il quale l’Amministrazione Finanziaria aveva ricalcolato il reddito di un contribuente basandosi su dei conferimenti effettuati da quest’ultimo in favore di una società oltre che sull’acquisto di quote societarie. Nel corso del giudizio il contribuente aveva però dimostrato che le predette operazioni erano state effettuate utilizzando del denaro proveniente dal conto corrente del fratello.

Sulla base di tale prova contraria, i giudici di primo grado avevano dato ragione al contribuente, mentre in appello la decisione veniva riformata sostenendo che la prova contraria non fosse sufficiente a contestare la presunzione del Fisco, per cui il contribuente proponeva ricorso per Cassazione.

Il motivo portato dinanzi alla Suprema Corte ha riguardato un attento esame dell’art. 38, comma 4, del D.P.R. 29 settembre 1973, n.600, così come riformulato dall’art. 22, comma 1, D.L. 31 maggio 2010, n.78, il quale prevede che: l’ufficio […] può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’impresa o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile”.

Secondo la Suprema Corte, dunque, tale norma vale in realtà solo ad esplicitare l’ambito coperto dalla presunzione semplice suscettibile di essere posta a fondamento dell’accertamento e contrastabile dalla prova contraria, secondo un criterio logico di inerenza degli elementi presunti rispetto al fatto da provare (maggior reddito imponibile) già necessariamente implicito nella precedente formulazione”.

In altre parole, per i giudici della Cassazione il contribuente aveva ampiamente dimostrato che il denaro proveniva effettivamente dal conto corrente del fratello e quindi aveva assolto l’onere probatorio facendo di fatto venire meno la pretesa del Fisco.

Inoltre, la pronuncia rileva il carattere interpretativo di alcune modifiche apportate al citato art. 38 e pertanto per i giudici non è sbagliato ritenere che queste possano essere applicate anche retroattivamente agli accertamenti basati sul “vecchio” redditometro: sicuramente una buona notizia per i contribuenti che spesso si vedono recapitare delle pretese assolutamente lontane dalla realtà dei fatti e che ora, finalmente, possono difendersi con più forza.

Avv. Matteo Sances
Nicola Cicchelli
www.centrostudisances.it
www.studiolegalesances.it

Matteo Sances e Nicola Cicchelli

Partecipa alla discussione

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.