Risoluzione delle crisi da sovraindebitamento

 Risoluzione delle crisi da sovraindebitamento

sovraindebitamento-2

[dropcap]L[/dropcap]a legge n.3/2012, come modificata dal decreto sviluppo bis d.l. n.179/2012, convertito nella l. n.221/2012, ha introdotto nell’ordinamento giuridico italiano uno strumento di composizione delle crisi di sovra indebitamento, destinato a consentire ai soggetti che (per qualità o dimensioni) sono sottratti all’area della fallibilità, di poter gestire le fasi di insolvenza attraverso una disciplina concorsuale finalizzata al cosiddetto “fresh start”, ovvero la possibilità di ripartire da zero senza il vincolo della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c..

Ai fini dei presupposti oggettivi di applicazione del nuovo istituto, l’art. 6 della l. n.3/2012 definisce il sovraindebitamento come «la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente».

I soggetti che possono fruire della procedura sono il debitore (non fallibile), e il consumatore (ovvero la persona fisica che ha assunto obbligazioni per scopi estranei alla attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta).

La norma, dunque, fa espresso riferimento ai soggetti esclusi dall’art.1 comma 1 della Legge Fallimentare, come modificato dal d.lgs n.169/2007, ovvero «… gli imprenditori che esercitano una attività commerciale…». Il secondo comma procede escludendo dalla possibilità di essere assoggettati a procedure concorsuali «… gli imprenditori di cui al primo comma, i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti: a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila; b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila».

Tra i debitori, si ritiene che vi rientri anche il socio illimitatamente responsabile di società fallibili. Vi rientra, di certo, l’imprenditore agricolo, così come disposto dall’art. 7, co.2 bis l. n.3/2012.

Il debitore (non fallibile) può concludere un accordo con i creditori, il consumatore può presentare un piano, che, a differenza dell’accordo potrà essere omologato dal Tribunale senza il consenso dei creditori.

La proposta di accordo prevede che il Tribunale provveda all’interpello di tutti i creditori e occorre che sia raccolto il consenso di tanti creditori che rappresentino almeno il 60% di tutti i crediti. Il consenso deve pervenire all’Organismo di composizione della crisi almeno 10 giorni prima dell’udienza fissata per l’accertamento dell’assenza di atti in frode ai creditori. In difetto, vale la regola del silenzio assenso.

La procedura prevista per il consumatore è più semplice, infatti, il consumatore presenta il piano, ed il Giudice, se la proposta di piano del consumatore soddisfa i requisiti di cui agli artt. 7, 8 e 9 della Legge 3/2012, verificata l’assenza di atti in frode ai creditori, fissa con decreto la prima udienza, disponendo, a cura dell’organismo di composizione della crisi che assiste il consumatore sovra indebitato, la comunicazione a tutti i creditori della proposta e del decreto.

Quando sono in corso procedure di esecuzione forzata che possono pregiudicare la fattibilità del piano, il Giudice può disporre la sospensione degli stessi finché il provvedimento di omologazione non diventa definitivo.

Il contenuto dell’accordo e del piano deve prevedere la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei creditori, anche con la eventuale cessione dei beni e/o crediti anche futuri. Il debitore deve dare conto di tutti i propri beni, e deve dimostrare la fattibilità (rectius, realizzabilità) delle proprie proposte.

Il contenuto non è vincolato e può prevedere per la soddisfazione dei crediti anche ciò che non è presente nel patrimonio del debitore al momento della presentazione, come, ad es. i redditi futuri che siano stimabili secondo dati oggettivi, come i redditi da lavoro dipendente, i redditi da pensioni, le rendite, etc. La soddisfazione dei debiti può avvenire anche tramite la dazione in pagamento di uno o più beni e/o crediti.

L’art. 7 della legge 3/2012, prevede: «Fermo restando quanto previsto dall’articolo 13, comma 1, il piano può anche prevedere l’affidamento del patrimonio del debitore ad un gestore per la liquidazione, la custodia e la distribuzione del ricavato ai creditori, da individuarsi in un professionista in possesso dei requisiti di cui all’articolo 28 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267». Si può ritenere che la previsione di cui sopra, consenta di utilizzare ai fini liquidatori anche il trust, cui affidare la liquidazione, la custodia e la distribuzione del ricavato ai creditori.

Il d.l. 179/2012, modificando la precedente normativa, ha previsto al comma 4 dell’art. 8 nuove regole per la moratoria nei confronti dei creditori rimasti estranei.
In base alle nuove regole, la moratoria è possibile solo in due casi: a) il piano prevede la continuazione dell’attività d’impresa del proponente; b) il piano è presentato da un consumatore.
Negli altri casi il piano non può prevedere alcuna moratoria nei pagamenti. La moratoria, per un massimo di un anno dall’omologazione, può essere richiesta nei confronti dei soggetti che devono essere pagati per intero, salvo che non sia prevista la liquidazione dei beni o diritti sui quali insiste la causa di prelazione.
Tra gli effetti della procedura ci può essere – se il ricorrente l’ha chiesto nella domanda – il blocco delle azioni esecutive individuali e di quelle cautelari nuove e in corso, fino al momento in cui il provvedimento di omologazione non diventa definitivo.

Il Tribunale deve verificare la sussistenza delle condizioni per l’omologazione, ovvero verifica che la proposta è inammissibile quando il debitore, anche consumatore: a) è soggetto a procedure concorsuali diverse da quelle regolate dal presente capo; b) ha fatto ricorso, nei precedenti cinque anni, ai procedimenti di cui al presente capo; c) ha subito, per cause a lui imputabili, uno dei provvedimenti di cui agli articoli 14 e 14-bis; d) ha fornito documentazione che non consente di ricostruire compiutamente la sua situazione economica e patrimoniale.
Il giudice, inoltre, non omologa il piano del consumatore quando esclude che questi abbia assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero quando verifica che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali.

Nel caso di contestazioni avanzate dai creditori, il Tribunale deve verificare che il credito del creditore dissenziente possa essere soddisfatto in misura non inferiore a quella che deriverebbe dalla liquidazione dell’intero patrimonio del debitore.

Qualora sussistano i presupposti per l’omologazione, questa deve intervenire nel termine di sei mesi dalla presentazione della proposta di piano del consumatore.
Gli effetti dell’omologazione del piano e dell’accordo sono simili. Infatti, dalla data dell’omologazione del piano i creditori con causa o titolo anteriore non possono iniziare o proseguire azioni esecutive individuali. Inoltre, ad iniziativa dei medesimi creditori non possono essere iniziate o proseguite azioni cautelari né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato la proposta di piano.

I creditori con causa o titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano.

L’accordo o il piano, possono essere revocati con conseguente cessazione degli effetti quando il debitore non esegue integralmente, entro novanta giorni dalle scadenze previste, i pagamenti dovuti secondo il piano alle Amministrazioni Pubbliche (comprese le Agenzie fiscali) e agli Enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie (INPS, INAIL, ecc.) oppure se compie durante la procedura atti diretti a frodare le ragioni dei creditori (art. 14-bis, 1° comma che richiama il 5° comma dell’art. 11).

La cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore comporta la conseguenza che ogni creditore può tornare ad agire individualmente sul patrimonio del debitore – consumatore.

Il Tribunale dichiara cessati gli effetti dell’omologazione del piano anche quando, da parte del debitore, è stato dolosamente o con colpa grave aumentato o diminuito il passivo, ovvero sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’attivo ovvero dolosamente simulate attività inesistenti (sono atti in frode ai creditori), o se il proponente non adempie agli obblighi derivanti dal piano, se le garanzie promesse non vengono costituite o se l’esecuzione del piano diviene impossibile anche per ragioni non imputabili al debitore.

La dichiarazione di revoca e di cessazione degli effetti dell’omologazione del piano del consumatore non pregiudica i diritti acquistati dai terzi in buona fede sui beni o sulle altre componenti del patrimonio del debitore.

Studio Legale e Tributario Garaffa & Manenti
http://www.leggiecontratti.it/

Studio Legale e Tributario Garaffa e Manenti

Partecipa alla discussione

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.