Ritorna la “questione meridionale”

 Ritorna la “questione meridionale”

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[dropcap]R[/dropcap]itorna la “questione meridionale”. Dopo anni di disinteresse, complice la forte crisi economica che ha catalizzato l’attenzione generale della politica italiana e degli intellettuali del Bel Paese, il Sud si impone agli onori della cronaca, con un’intensità che non trova precedenti, forse nemmeno negli anni del boom economico o delle politiche interventiste legate alla famigerata “Cassa del Mezzogiorno”. Non vi è giornale od organo d’informazione che non dedichi spazio al Meridione d’Italia e soprattutto alle previsioni di quella che potrà essere la ricetta messa in campo dal Governo Renzi nel tanto atteso “Master plan” per il Sud.

Questo accendersi dei riflettori di certo rappresenta un’opportunità, un’occasione che difficilmente potrà farsi sfuggire per fare in modo di uscire una volta per tutte da una situazione di inferiorità economica che dall’unità d’Italia in poi ha caratterizzato la vita delle regioni meridionali.

I dati che in questo momento storico leggiamo sono purtroppo sempre gli stessi: un nord che reagisce meglio alle congiunture negative e che riesce ad agganciare più speditamente la via della crescita e un sud che arranca e che continua a decrescere, diventando sempre più un’autentica zavorra per il Paese intero. A questi dati prettamente macroeconomici si aggiungono poi oggettive situazioni di difficoltà generalizzate, legate ad una persistente inadeguata dotazione infrastrutturale, ad una bassissima natalità che non consente nemmeno in prospettiva un ricambio generazionale adeguato, ad una marcata tendenza all’emigrazione da parte soprattutto dei giovani più istruiti. Tante ombre quindi che certamente assumono tinte ancor più fosche se si pensa anche al persistere in queste aree del Paese di fenomeni malavitosi organizzati che non rendono facile la vita delle persone e delle imprese.

Eppure dei punti vivi ci sono ed è a questi che dobbiamo guardare se vogliamo sostenere e rendere percorribile un’autentica rinascita del Mezzogiorno.

Il primo punto degno di attenzione è rappresentato dalla vitalità, non ancora stratificata, di alcuni settori economici sui quali il Sud la fa generalmente da padrone nel contesto nazionale, in particolare il turismo e l’agroalimentare. Gli ultimi dati relativi alla stagione estiva appena trascorsa, complice anche la ripresa dei consumi nazionali e le favorevoli condizioni meteorologiche, hanno evidenziato un positivo andamento del comparto dell’ospitalità e dei servizi collegati. Anche il settore della trasformazione primaria fa registrare dati incoraggianti, soprattutto sul fronte esportazioni, in linea con quanto già accaduto negli ultimi anni. Sono questi due ambiti sui quali investire in maniera sistematica, favorendo, nell’ambito turistico, i nuovi investimenti necessari per l’ammodernamento delle strutture ricettive e per lo sviluppo di nuovi servizi tendenti in particolar modo allo sviluppo del turismo esperienziale anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, mentre, nel comparto agroalimentare, favorendo nuovi investimenti che mirino all’innovazione delle imprese, ad una loro sempre più marcata internazionalizzazione e all’inclusione all’interno di esse di giovane capitale umano in grado di traghettarle verso lidi tecnologicamente più avanzati. Produrre oggi d’altra parte vuol dire diventare sempre più competitivi e sempre più green e in questo la tecnologia, la ricerca e l’innovazione possono fare ancora molto.

Il secondo punto che ha bisogno di essere sostenuto è la necessità di favorire una vera e proficua integrazione dei non comunitari che vivono nelle regioni meridionali e che sempre più rappresentano una parte importante della forza lavoro disponibile. Favorire la loro integrazione significa sostenere lo sviluppo di interi territori. In una società multiculturale nella quale le distanze geografiche e culturali rappresentano sempre meno un problema, il vero modo per pensare allo sviluppo è immaginare e strutturare un nuovo “patto multietnico”, nel quale vi sia l’obiettivo chiaro e perseguito di un benessere diffuso. Dobbiamo perciò passare da politiche di mera accoglienza a politiche veramente inclusive di progettazione comune del nostro futuro. In questo senso un ruolo decisivo dev’essere riconosciuto al cosiddetto “terzo settore”, ossia a quella rete diffusa di imprese sociali e volontariato che tante volte riesce ad interpretare al meglio le esigenze dei tempi e che sa essere punto di congiunzione tra culture differenti.

Un ultimo aspetto che un vero piano per il Sud dovrebbe favorire è il sostegno alla natalità e alla residenzialità attiva delle giovani generazioni. Il vero punto da combattere è infatti la tendenziale “desertificazione” delle regioni meridionali. Possiamo anche sforzarci di creare condizioni di maggiore vivibilità ma se non abbiamo chi poi possa realmente vivere al Sud, tutto diventerebbe vano. In questo senso lavorare su una fiscalità di vantaggio, per le famiglie e per le imprese, ad esempio per la frequenza delle università meridionali da parte dei giovani, per l’avvio da parte di questi di nuove imprese e per l’ingresso e la stabilizzazione nel mercato del lavoro, sarebbe un modo per incentivare un permanere al Sud che molte volte si scontra con le tante opportunità offerte da diverse aree dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Il tutto però senza tralasciare un piano per la sicurezza delle aree meridionali del Paese, con azioni di controllo del territorio straordinarie, di repressione dei fenomeni criminosi (se necessario anche con l’adozione di leggi speciali) e di prevenzione nei confronti delle giovani generazioni.

Nascere e vivere al Sud dev’essere percepito sempre più come un vantaggio e non come una iattura. Per troppi anni ci si è rassegnati alle situazioni di difficoltà, quasi come di fronte ad un inevitabile destino; ora è il momento invece di rialzare la testa e rivivere l’orgoglio di un’appartenenza a una terra, a una storia. Da questo punto di vista occorre incentivare perciò un nuovo convinto meridionalismo, nella convinzione che nessun piano straordinario, pure necessario, potrà incidere più di quanto lo possano fare le persone, singole o associate.

Massimo Mezzina
Direttore Compagnia delle Opere Foggia

Massimo Mezzina

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